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| "Il cristianesimo ci ha defraudato del raccolto della civiltà antica" F. Nietzsche, L'ANTICRISTO (60). | |
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23 Dicembre 2006
Quanto criminali erano i primi cristiani!Un luogo comune abbastanza propagandato da certi anticlericali è che il cristianesimo sia nato con scopi “nobili” e solo dopo, quando la chiesa ebbe il potere, il cristianesimo cominciò a rappresentare un problema. Niente di più falso, ho già illustrato nel post del 16/12/2006 l’ideologia criminale di fondo che c’è negli insegnamenti di Cristo. Ho già spiegato quanto criminali erano gli zeloti, da cui poi venne elaborata la figura di Gesù Cristo. Gli zeloti nacquero nel 6 e poi nel 66 fecero scoppiare la guerra giudaica che si concluse nel 70. Fu intorno al 70 che vennero scritti i primi vangeli. Ma cosa dice il fondatore del cristianesimo, ovvero Paolo di Tarso, nel nuovo testamento? Ecco cosa scrive Karlheinz Deschner in “Storia criminale del Cristianesimo – Tomo I: L’età arcaica” a pagina172:
«Certo, Paolo non mancò di sferzare anche i pagani, nel momento in cui affermava che essi "si dibattono nella vacuità del loro spirito e nel buio delle loro menti", nell'"ignoranza", nell’ottusità", nell'"ostinazione", sempre pronti a "commettere ogni sorta di atti disonesti", sempre disposti all'"ingiustizia, alla perfidia, all' avidità, alla malvagità, pieni d' invidia e di desiderio di prevaricare", "degni, secondo it giudizio di Dio, di essere condannati a morte!" Muovendosi nel solco della tradizione ebraica da lui tanto detestata, Paolo proclamava che l'"idolatria" genera cupidigia e lussuria, e, frequentemente, menzionava gli "idolatri" in connessione con i ladri. Ancora, egli stigmatizzava i pagani come bestemmiatori, lussuriosi, ubriaconi, gente sempre pronta a parlare alle spalle, calunniatori, empi. Invitava a guardarsi dalle loro feste, interdiva la partecipazione al culto dei loro "idoli", ai loro banchetti sacri, invitava ad astenersi da qualsiasi "forma di comunione con it diavolo", "dal bere e dal mangiare con il demonio". E dei filosofi pagani cosa pensava Paolo? "Poiché si sono ritenuti saggi, non sono stati altro che degli stolti".18 Già nel Nuovo Testamento divampa, dunque, la fiamma dell' odio contro paganesimo. Senza mezzi termini la prima lettera a Pietro considerava i costumi di vita pagani detestabili come lo sono "1' ubriachezza, la golosità, l'orribile idolatria". L'Apocalisse di Giovanni dileggiava Babilonia - appellativo riservato a Roma e al suo impero -come "dimora del diavolo", "prigione degli spiriti impuri". Nel testo giovanneo l'"idolatria" veniva messa sullo stesso piano dell' assassinio; un'unica condanna investiva gli assassini, i "miscredenti, i sacrilegi e gli sterminatori"; i "lussuriosi, gli stregoni... e tutti i bugiardi finiranno nella pozza dove ardono fuoco e zolfo". Il paganesimo, la "bestia", vive, infatti "dove dimora Satana", "dove ha sede il suo trono". "Cristo pascerà i pagani con un bastone di ferro, e li farà a pezzi come stoviglie di terracotta". Tutti i primi autori cristiani, i più aperti, secondo E. C. Dewick, condivisero tale "atteggiamento d'intransigente ostilità".'9». Tutto questo odio di Paolo di Tarso accompagnò i primissimi cristiani dal 70 in poi. E poi gli anticlericali dicono che la chiesa cattolica fa danni perché non segue l’insegnamento di Gesù Cristo! In realtà i danni li fanno proprio perché mettono in pratica le parole dei vangeli ufficiali! Mettono in pratica le parole di Gesù Cristo e di Paolo di Tarso e per questo causano danni terribili agli esseri umani. In seguito cosa successe? Sempre dallo stesso libro, da pagina 168 in poi: «La tematica antipagana presso i primi autori cristiani Nel momento in cui cominciarono a impetrare la liberta di culto, i Cristiani dettero inizio anche alla polemica contro i pagani, come a suo tempo avevano fatto con gli Ebrei e gli "eretici". Tale polemica, in principio sporadica e quasi casuale, assunse rapidamente vaste proporzioni, e, dalla fine del II secolo, allorché i Cristiani cominciarono a sentirsi sempre piu forti, s'intensifice nei toni e nei modi. Gia a partire dal regno di Marco Aurelio (161-180) si conoscono i nomi di sei apologeti cristiani e tre opere apologetiche (di Atenagora, di Taziano e di Teofilo).7 I temi antipagani erano numerosi ma, come accadrà anche in seguito, privi di organicità. Essi riguardavano la teogonia pagana e la mitologia, il politeismo, l'essenza della divinità, la natura e i modi della sua raffigurazione, l'origine diabolica dell'"idolatria". Questa era ritenuta dai Cristiani il crimine peggiore e, nei primi tre secoli dopo Cristo, comport6 per chi la praticasse l'espulsione dalla comunità.8 Le argomentazioni prodotte dalla pubblicistica del primo Cristianesimo - ma anche successivamente - erano, in realtà, assai poco convincenti e prive di efficacia da un punto di vista letterario (Wlosok), cosi da esercitare un influsso pressoché nullo sull'opinione comune e tantomeno sul mondo politico. Erano paragonabili a una corrente piatta e opaca, destinata a non conoscere nei secoli sostanziali cambiamenti. Alcuni scrittori cristiani, come Eusebio e Attanasio, arrivarono a prendere di mira come bersaglio polemico persino i filosofi presocratici! Non da ultimo, gia in età paleocristiana, furono messi alla berlina i racconti sulle avventure amorose degli dei, considerate troppo osceni, nonché le rappresentazioni figurative del culto della divinità.9 Agli occhi dei Cristiani i miti antichi apparivano come sconvenienti e terribilmente scandalosi, traboccavano di "amores", "cupiditas", vizi. Arnobio di Sicca, maestro di Lattanzio, nei suoi sette libri pateticamente verbosi Contro i pagani, affermava che gli dei pagani non erano altro che una stirpe "di cani e maiali", "figure riprovevoli i cui nomi, una bocca pudica, provava ritegno persino a pronunciare". Egli biasimava il fatto che, "alla maniera di bestie sfrenate", le divinità pagane si abbandonassero alle passioni, si dessero "con folle avidità a rapporti di ogni genere", a "sudici accoppiamenti". Arnobio, al pari di altri "padri", compile una lunga lista di amori celebri, quelli di Giove con Cere, Leda, Danae, Alcmena, Elettra, con migliaia di vergini e di donne sposate, con giovanetti: "ovunque imperversa Giove..., al punto di avere l'impressione che la vittima designata sia nata solo per essere it seme della discordia, la causa di oltraggi, per fornire l'argomento di rappresentazioni oscene da tenere in quei teatri-cloache" che andrebbero demoliti alle fondamenta, cosi come molti testi e molti scritti andrebbero bruciati.10 Se una divinità causava la rottura di un matrimonio, ciò era molto più grave dell' invio del diluvio universale! Le storie sugli dei raccontate da Omero o da Esiodo sembravano ai Cristiani estremamente ridicole. Eppure lo Spirito Santo aveva potuto mettere incinta una fanciulla senza intaccare la sua verginità, secondo quanto asseriva con la massima serietà uno dei pie noti esponenti del mondo cattolico dell'antichità, Ambrogio (la cui "grandezza" di certo "non risiede nell' originalità del pensiero": Wytzes), ricorrendo all' esempio degli avvoltoi che si riproducono in assenza di rapporti sessuali. "Perché ritenere impossibile che si sia verificato per la madre di Dio, ciò che comunemente accade per gli avvoltoi? Essi concepiscono senza bisogno dei maschi e nessuno solleva dubbi in proposito; poiché invece Maria ha generato senza aver consumato matrimonio, allora si mette in discussione la sua purezza". Che i pagani seppellissero un'immagine della divinità, la piangessero e poi con grandi cerimonie ne festeggiassero la resurrezione destava il riso dei Cristiani che pure celebravano il Venerdì santo e la liturgia pasquale. Non meno "scientifiche" erano le prove addotte da Ambrogio per la resurrezione di Cristo: la metamorfosi dei bachi da seta, i colori cangianti del manto dei camaleonti e delle lepri, la resurrezione della fenice!11 I Cristiani riprovavano il fatto che i pagani venerassero le creature invece del loro creatore e uno spunto polemico costantemente ricorrente riguardava la natura delle immagini delle divinità: "Si prostrano dinanzi a un abbozzo prodotto dalle loro mani", deplorava Isaia. Sempre a questo proposito, il salmo 115 proclamava in tono di scherno: "hanno bocche ma non parlano, hanno occhi ma non vedono, hanno orecchie ma non odono, hanno nasi eppure non sentono gli odori...". In realtà, la religione antica non identificava affatto tali raffigurazioni delle divinità con le divinità stesse. Ma agli occhi dei Cristiani questi dei apparivano come "inutili morti" (Aristide), non potevano "ne vedere, ne sentire, ne muoversi". Secondo Gregorio di Nissa, l'immobilità delle statue degli dei si trasmetteva, addirittura, a coloro che le adoravano! Questi idoli rappresentavano "il puro nulla" dietro cui si celavano, a giudizio di Eusebio, "molte azioni turpi". Essi erano realizzati con ossa, materiale di scarto, paglia, e costituivano, perciò, un facile covo per insetti, blatte, topi, uccelli alla ricerca di un nido. Minucio Felice, Clemente di Alessandria, Arnobio e altri non si stancavano di descrivere il sudicio aspetto di queste immagini sacre: "volando sotto le volte del tempio, le rondini lasciano cadere i loro escrementi imbrattando la testa, il volto, la barba, gli occhi, il naso delle statue degli dei... Ci sarebbe da arrossire per la vergogna...". Le immagini degli dei - affermava in tono irrisorio il vescovo ariano Massimino - vengono distrutte dai ragni e dai vermi. Nel Martyrium Polycarpi si legge che esse erano concimate con sterco di cane.12 Degno di biasimo era, comunque, non solo adorare gli dei ma anche fabbricare le loro statue. Tertulliano vedeva in questa attività un peccato mortale paragonabile, per gravita, all' adulterio e alla prostituzione. Come osservavano i Cristiani, le statue venivano scolpite intagliate, dirozzate, spalmate di collanti, "bruciavano nei forni per la terracotta, erano lucidate con strumenti rotanti e lime, lavorate con seghe, trapani, accette, modellate con la pialla. Non è follia tutto ciò?". E non di rado esse erano fabbricate servendosi di "gioielli di prostitute, ornamenti femminili, ossa di cammello..." (Arnobio). Gli artefici di simili opere erano, secondo Origene, artisti traviati, gente ciarlatana e intrigante, capace, per Giustino, di ogni misfatto, come, per esempio, concupire le giovani schiave che li aiutavano nella realizzazione delle loro creazioni Molte, quando non la maggior parte, delle accuse mosse ai pagani potevano essere rivolte, con altrettanta fondatezza, ai Cristiani. Clemente di Alessandria o Arnobio deploravano it fatto che alcuni artisti si servissero per le loro opere di modelli umani, addirittura di "prostitute senza pudore": Prassitele per realizzare la Venere di Cnido si era ispirato alla sua amante Cratina. Ma non si può dire, forse, lo stesso di madonne, figure di santi, personaggi biblici? Fra Filippo Lippi. per dipingere la Vergine con Gesù Bambino, prese ripetutamente a modello un bambino e la monaca Lucrezia Buti che, da lui indotta ad abbandonare la vita conventuale, successivamente divenne sua moglie. Nel suo ritratto delle figlie di Loth, Diner in mortale le due concubine del cardinale di Magonza Albrecht II (1514-1545), Kathe Stolzenfeld e Ernestine Mehandel. Alla prima s'ispira anche Grunwald per it suo "Matrimonio mistico di santa Caterina", mentre alla seconda ricorse Cranach per la sua santa Ursula. Minucio Felice, un avvocato di origine africana attivo a Roma, criticava aspramente esposizione delle immagini degli dei in occasione delle processioni. Eppure, nelle processione cristiane venivano portate in trionfo intere teorie di santi: l' arcivescovo Albrecht di Magdeburg arrivò addirittura a servirsi di una cortigiana per rendere l'immagine di una "santa vivente". E se it vescovo Eusebio vedeva nell'erezione di statue in onore degli dei nient' altro che un inganno perpetrato ai danni di uomini ingenui, dalle menti ancora infantili, cosa dovremmo vedere noi nelle miriadi di statue di santi esposte in ogni luogo?14 La polemica antipagana prendeva a bersaglio il fatto di prostrarsi dinanzi a opere prodotte dall'uomo. Ma anche i Cristiani s' inginocchiavano davanti alle raffigurazioni di Cristo e dei santi. I Cristiani condannavano l'usanza di baciare gli idoli, eppure essi stessi baciavano le immagini sacre e le reliquie. Sempre i Cristiani sostenevano che le rappresentazioni materiali degli dei non erano una prova della loro esistenza, ma quelle di Cristo potevano esserlo, forse, dell' esistenza del Figlio di Dio? Agostino affermava che le immagini degli dèi non proteggevano gli uomini in battaglia; potevano, forse, farlo quelle dei santi? Clemente, Arnobio e gli altri godevano degli incendi dei templi e della loro rovina, mentre per assistere alla distruzione di Chiese cristiane bisognerà attendere la II guerra mondiale. (Gia Lichtenberg sorrideva dei parafulmini posti sugli edifici sacri). I Cristiani ritenevano che i materiali impiegati per la fabbricazione degli idoli potessero essere destinati a scopi migliori; essi andavano protetti dai ladri "mettendoli accuratamente sotto chiave" (Arnobio), proprio come si faceva, in fondo, con i tesori delle chiese. Era, dunque, ben poca la fiducia che si riponeva in Dio! Sempre i Cristiani accusavano la religione romana e l'impero romano di essere il frutto del crimine, ma non si poteva dire altrettanto della Chiesa cristiana e dell' impero cristiano?15 Inutile dire come, dietro l'idolatria, si celasse naturalmente il diavolo e, con lui, un'intera schiera di anime dannate. Fin dal principio, i Cristiani considerarono il culto degli idoli - caratterizzato da pratiche magiche e fede negli spiriti - legato direttamente al demonio. Alcuni - per esempio Tertulliano - videro anche il circo, il teatro, lo stadio come manifestazioni diaboliche. Solo i demoni erano in grado di generare l'inganno degli dei, di abbindolare i pagani tenendoli lontani dal culto del Dio dei Cristiani, parlando per bocca degli oracoli, facendo degli idoli il loro nascondiglio, compiendo miracoli, riempiendo la bocca dei poeti di storielle menzognere, e la propria del sangue e del fumo acre dei sacrifici offerti in loro onore.16 È interessante rilevare, comunque, come la polemica antipagana solo con it tempo avrebbe raggiunto proporzioni rilevanti, divenendo sempre più aspra. In principio, i Cristiani rappresentavano una minoranza che rischiava l'estinzione e, pertanto, fecero buon vino a cattivo gioco. II mondo era quasi interamente pagano e di fronte a tale schiacciante supremazia, i Cristiani non potevano certo fare la voce grossa; piuttosto dovevano cercare un accomodamento in attesa del giorno in cui si sarebbero potuti sbarazzare dei loro avversari. Tutto questo si trova gia riflesso nel primo autore cristiano.» […]. «La diffamazione della cosmologia, della cultura e della religione pagana (Aristide, Antenagora, Taziano, Tertulliano, Clemente, ecc…) Circa alla metà del II secolo, Aristide, uno dei primi apologeti, in un suo scritto rinvenuto nel 1889 presso il monastero di S. Caterina del Sinai, condannava la divinazione dell'acqua, del fuoco, del vento, del sole e, non da ultimo, la venerazione della terra "albergo della lurida immondizia degli uomini, degli animali selvatici e di quelli addomesticati... pieno delle azioni impure degli assassini", un "ricettacolo di cadaveri". II bersaglio polemico prediletto da Aristide furono soprattutto gli Egiziani, e ciao non dovrebbe sorprendere visto che, ancora ai nostri giorni, alcuni studiosi parlano con disprezzo del "obscure and tortuous cloak of Egyptian mythological language". Grave colpa degli Egiziani, "i pin ingenui e irrazionali tra tutti i popoli della terra", era quella di essere arrivati a divinizzare persino gli animali. In realtà, gli studiosi di storia delle religioni, discutono ancora se, presso questo popolo, gli animali fossero realmente considerati divinità, o rappresentassero semplicemente forme sensibili in cui gli dei venivano manifestandosi. Tutto ciò, appariva, comunque, agli occhi di Aristide, scandaloso e degno del pin aspro biasimo. L' apologeta condannava senza mezzi termini la venerazione di divinità teriomorfe, l'adorazione dei pesci, delle colombe, dei cani, degli asini, delle teste di bue e di montone, addirittura della cipolla e dell'aglio. "E non si rendono conto i miserabili che tutte queste cose non significano nulla (!)".20 11 regno animale non significa nulla! Il regno vegetale non significa nulla! La passione non significa nulla! E il mondo degli dèi? Nient'altro che "follia", "chiacchiere empie, ridicole e stolte" destinate a generare "il male, l'odio, l'orrore". "La depravazione", le "guerre interminabili, le grandi carestie, la dura prigionia e l'impoverimento pia totale", tutto ciò si abbatte da secoli sugli uomini "per una sola ragione": paganesimo.21 Sul finire del II secolo, Atenagora di Atene contestava il fatto che Dio, padre della ragione, venisse venerato in creature irrazionali, che la divinità assumesse le forme dell'uomo, degli uccelli, dei rettili. Ma, avvedutamente, proclamava "che ogni uomo doveva essere libero di scegliere il proprio Dio" e assicurava di non voler attaccare intenzionalmente le immagini delle divinità pagane, ne di voler disconoscere le loro virtù miracolose, come, del resto farà anche Agostino! E con quanta umiltà, diremmo quasi devozione, Atenagora, nella sua "Supplica a nome dei Cristiani", chiedeva "indulgenza" agli imperatori Marco Aurelio e Commodo, esaltando il loro "saggio governo", la loro "bontà e mitezza", "1' amore sconfinato per la pace e la filantropia", la loro "sere di conoscenza", l' "amore per la verità, le loro "buone azioni", profondendosi, in sostanza, in una serie di lodi sperticate che ben poco si addicevano ai due imperatori.22 Nello stesso periodo, intorno al 172, in Oriente, Taziano, di origine siriaca, redasse una provocatoria invettiva contro il paganesimo. Per il discepolo di Giustino (convertitosi a Roma al Cristianesimo), divenuto in seguito capo della setta eretica degli Encratiti, per il "filosofo barbaro Taziano", come egli stesso amava definirsi, i pagani erano dei millantatori, degli ignoranti, degli attaccabrighe e degli adulatori. Si dibattevano nelle "tenebre" e nella "vuota retorica", erano lascivi e bugiardi. L'educazione dei pagani, i loro costumi, la loro religione, i loro sapere era qualcosa di "vacuo", "insulso", "folle". Nel suo discorso rivolto ai seguaci dell'ellenismo, Taziano ironizzava sulla "millanteria dei Romani e degli Ateniesi", sulla "schiera infinita delle vostre poetesse ed etere buone a nulla e perdigiorno". L' ex discepolo dei sofisti condannava l'"intemperanza" di Diogene, l'"incontinenza" di Platone, l'"ignoranza" di Aristotele, le "vane chiacchiere" di Ferecide e Pitagora, le "fanfaronate" di Empedocle. Saffo altro non era che "una donnetta lasciva, preda della follia d' amore", Aristippo "un libertino con l'aspetto di santo", Eraclito "un autodidatta superbo". In breve: "tutti chiacchieroni, nessun maestro vero", "capaci di riempirsi la bocca di parole, ma intellettualmente poco acuti", "si aggirano con le unghie sfoderate come le bestie selvatiche"." Taziano, inoltre, condannava la retorica antica, le scuole, il teatro, "luoghi in cui... ci si dilettava nell' ascolto delle declamazioni piene di oscenità". E non mancava di criticare aspramente la scultura, per i suoi temi e i suoi modelli, nonché la poesia e la filosofia greca. Non si stancava di mettere a confronto la "ciarlataneria" dei pagani, la Toro "stoltezza" e "degenerazione", con "1' immensa saggezza" dei Cristiani, "le dottrine ingannevoli dei demoni accecati" con "gli insegnamenti della nostra scienza". Chiunque amasse la filosofia, secondo Taziano, doveva rivolgersi alla Chiesa. "Tra noi non ci sono stolti e non diciamo sciocchezze, voi invece seguite gli insegnamenti dei Greci", "noi non mentiamo" mentre "le vostre chiacchiere sono insensate...". Tra le verità di cui si sentiva l'araldo, Taziano includeva anche le favole macabre secondo cui i pagani si nutrivano della come dei Cristiani per impedire che questi resuscitassero!' Lo scritto di Taziano, configurandosi come un' aspra requisitoria contro le grandi acquisizioni della cultura ellenistica in tutti i campi del sapere, rappresenta il primo passo verso la diffamazione della cultura pagana, destinata, in tal modo, in Occidente, a subire una sorta di proscrizione, a cadere nel dimenticatoio per quasi più di un millennio. Tuttavia, mentre uno studioso dotato di un certo acume critico come J. Geffcken vede in Taziano "un nemico della cultura orientale", "un raffinato ipocrita", "un erudito fanfarone da quattro soldi", un "pensatore superficiale", "un bugiardo privo del bench minimo senso di onesta verso se stesso e verso gli altri", da parte cattolica, invece, ancora oggi si difende "la bellezza e il valore" del nucleo tematico principale dello scritto di Taziano che, gia nel IV secolo, secondo Eusebio, era per molti "degno delle piu alte lodi". Anche al vescovo di Cesarea il "Discorso per i seguaci dell'ellenismo" sembrava "1' opera pia bella e più significativa di Taziano".25 Taziano, comunque si collocava in un' ideale linea evolutiva della Chiesa antica, che, partendo da sant' Ignazio (il quale respingeva ogni contatto con la letteratura pagana, arrivando a rifiutare in blocco persino insegnamento scolastico) e dal vescovo di Smirne Policarpo, anch' egli sulla stessa lunghezza d'onda, arrivava a Ermia e alla sua tanto rozza quanto inconsistente "denigrazione dei filosofi pagani", al padre della Chiesa Ireneo e al vescovo di Antiochia Teofilo. Tutti costoro disprezzarono la filosofia anti-ca, la condannarono definendola "una frottola menzognera", "assurda, insensata, folle, eccentrica". Secondo Teofilo, spirito ben modesto ma titolare di una cattedra episcopale tra le pia importanti, i grandi rappresentanti della cultura greca non avevano prodotto altro che "sproloqui", "vane chiacchiere", "prive della pia piccola scintilla di verità", "destituite di ogni fondamento".26 Anche Tertulliano si mosse nello stesso solco. Da uomo di cultura bilingue, come si addiceva a un vero cristiano, egli poteva difendere la tolleranza, ammettere che si pregasse Giove o l'altare della Fides, protestare contro chiunque minacciasse la liberta di culto e impedisse che la divinità da adorare fosse il frutto di una libera scelta". E, tuttavia, non poteva fare a meno di chiedersi cosa mai avessero in comune un filosofo e un cristiano, un discepolo dell' ellenismo e un discepolo del cielo, un mistificatore e un sostenitore della verità, uno spirito menzognero e un custode della verità. Di fatto, Tertulliano rifiutô in blocco e senza compromessi la filosofia antica, sebbene su di essa si fosse compiuta la sua formazione culturale, e sferzò tutta la cultura greca nel suo complesso. Essa non aveva nulla a che spartire con il Cristianesimo, piuttosto lo aveva con la stoltezza e con il diavolo, e se mai si era avvicinata alla verità, ciò era avvenuto per caso o per plagio!27 La quintessenza del peccato, il più grave dei Bette peccati capitali rimaneva, per Tertulliano, il culto degli dei, di fatto, nient'altro che forze della natura e potenze sessuali personificate e divinizzate. Forse nessun altro autore cristiano antico combatte l'idolatria in modo cosi sistematico. Con soddisfazione egli constatava lo scarso rispetto dei pagani verso i propri idoli e le proprie tradizioni religiose. Prendeva di mira l'inerzia degli dei, denigrava it carattere osceno dei miti che li riguardavano, lamentava il fatto che un Cristiano, ovunque si recasse, fosse costretto a imbattersi nelle divinità pagane. Tertulliano interdisse ai Cristiani qualsiasi attività avesse a che fare con l'"idolatria", dalla fabbricazione di statue di divinità, alla loro vendita o a tutte le professioni al servizio dei pagani, compreso il servizio militare.28 Persino un estimatore della filosofia greca come Clemente di Alessandria, sul finire del III secolo, nel suo Logos protreptikos, condannava "la tanto celebrata mitologia classica", "i templi dedicati agli dei, "gli oracoli inutili con le loro profezie, o meglio con le loro chiacchiere deliranti", "le folli scuole dei sofisti dove s'insegnava a un pubblico di miscredenti, e le bettole piene della pazzia eretica". Anche nei "misteri dei pagani", Clemente non vedeva altro che "menzogne ben mascherate", manifestazioni "del loro sacro delirio", "orge ingannevoli", "assolutamente indegne dell'uomo", "fonti di disgrazia e di rovina", empi culti in grado di far presa unicamente "sui pin rozzi tra barbari della Tracia, sui pin stolti tra gli abitanti della Frigia, e sui greci miscredenti".29 Clemente non si stancava di condannare anche la divinizzazione degli astri, del sole, caratteristica soprattutto della religione persiana, il culto della terra, delle piante, dei frutti, dell' acqua, tipica degli Egiziani (si pensi al dio Nilo), non meno dell' erotismo e della sessualità. Sulla stessa linea si era mosso, prima di Clemente, Aristide (cfr. pp. 172 s.) e, dopo di lui, si muoveranno Firmico Materno e Attanasio che, nella sua Oratio contra gentes, deplorerà non solo la venerazione delle immagini sacre, degli uomini e degli animali, ma anche delle stelle e delle forze della natura, in sostanza, demolirà fondamenti della religione pagana, vedendo in essi nient' altro che forme di immoralità e di depravazione sessuale." I Cristiani mostrarono, dunque, una totale indifferenza nei riguardi del fascino esercitato dai cicli naturali sui pagani, nei riguardi della loro interpretazione del mondo legata ai miti ancestrali della fertilità, all'empatia verso gli eventi terrestri e cosmici. Fu estraneo ai Cristiani quel sentimento della bellezza e della pienezza dell'esistenza che caratterizzava, invece, il paganesimo. "Tutto ciò che riguarda queste divinità - scriveva Plutarco a proposito della religione egiziana - e posto in rapporto all' aratura, alla semina, alla nascita dei frutti della terra". Esse assurgevano a simboli del divenire inarrestabile connaturato all' esistenza.31 Anche Clemente, del resto, vedeva nell' adorazione del sole, della luna, delle stelle, della terra con i suoi frutti, "la massima espressione della malvagità", una forma "di eresia e di negazione di Dio", "di detestabile allontanamento dalla verità, destinata a condurre l'uomo lontano dal cielo e a farlo sprofondare nell' abisso". "Maledetta empietà", tuonava Clemente. "Perché avete abbandonato il cielo e venerate la terra?... Avete rivolto (non mi stancherò di ripeterlo)... la vostra devozione alla terra... Ma io la terra la calpesto con i piedi, non l'adoro".32 In quest'ultima affermazione si coglie - in modo ancora più chiaro che in Aristide - un'eco del passo biblico: "Schiacciateli sotto i vostri piedi!". Si faceva, dunque, strada una nuova visione del mondo, le cui conseguenze sarebbero state di portata difficile da valutare. All' idea di un "cosmo dominato dalle forze della natura", si sostituiva quella di un "cosmo controllato dalla Chiesa", una sorta di antropocentrismo radicale di natura religiosa, che la Chiesa medievale avrebbe fatto proprio e sviluppato arrivando all' elaborazione, secondo A.H. Armstrong, di "a wholly man-centred technocratic paradise, which is beginning to look more and more of us more and more like hell".33 Nel 1968, il teologo protestante Albrecht Peters, richiamandosi espressamente al passo biblico copra citato, affermava significativamente: "Nel momento in cui l'uomo, grazie all'incontro con Dio, fu liberato dalla soggezione alle forze elementari del cosmo, e, dunque, dall'obbligo di venerarle, e si trovò di fronte a un unico Dio e a un mondo unitario non più frammentato in una pluralità di forze dominanti... si affacciò per lui la possibilità di avviarsi sul cammino della secolarizzazione; egli consegui la libertà... di dominare, anche dal punto di vista tecnico, un mondo ormai demagizzato... Questa secolarizzazione compiutasi nell'ambito del Cristianesimo super-6 con la forza del suo impatto tutte le precedenti forme di secolarizzazione, e fini per trascinare nel vortice del suo impegno a dominare il mondo tutte le altre culture". Al pari della divinizzazione del cosmo, Clemente di Alessandria condanna 1' esaltazione della sessualità, criticandola aspramente, nel suo Logos Protreptikos, insieme ai culti pagani e "ai vostri demoni, ai vostri dèi e semidèi che chiamate cosi proprio come si fa con i mezzi asini, cioè i muli". Nelle proprie dimore - deplorava Clemente per il quale gli dèi venivano posti sullo stesso piano del diavolo - i pagani amavano "rappresentare i desideri immondi dei loro demoni", e tenevano "piccole statue di Pan, di fanciulle nude, di satiri ubriachi, riproduzioni di membri virili in erezione": "di fronte alla virtù vi comporterete da spettatori ammirati, ma di fronte all' empietà assumerete le vesti del combattente". "0 quale sfacciata impudicizia!"35 Sempre Clemente arrivava ad affermare che "qualsiasi atto compiuto dai pagani era peccaminoso" e ad accusare "coloro che veneravano gli idoli" di qualcosa che, in seguito, avrebbe contraddistinto intere generazioni di monaci cristiani: "Hanno i capelli sporchi, l'aspetto ripugnante, le vesti lacere, non si lavano mai, le loro unghie sono simili agli artigli degli animali selvatici". Paragonava i templi pagani a "delle tombe e a delle prigioni" e le immagini sacre degli Egiziani a una bestia che sarebbe stata ben collocata in una caverna o in un letamaio. Di fronte a simili dichiarazioni non desta meraviglia il fatto che il Cristianesimo, dopo la sua vittoria sul paganesimo, sferra contro quest'ultimo un attacco implacabile.36 Gia il sinodo di Elvira, al principio del IV secolo, aveva promulgato una lunga serie di disposizioni volte a colpire l'"idolatria", la magia pagana, le usanze pagane, il matrimonio di una Cristiana con un pagano, o con uno dei loro sacerdoti. Per chi contravvenisse a tali disposizioni erano previste pene severissime di carattere religioso. Praticare culti pagani, al pari dell' omicidio e della fornicazione, era punito con la negazione della Comunione, persino in articulo mortis. Accanto a simili provvedimenti, il concilio si propose anche di arginare le manifestazioni pia eclatanti di devozione da parte cristiana, come testimonia, per esempio, il canone 60, in base al quale non veniva riconosciuto come martire chi fosse morto mentre distruggeva le "immagini degli idoli" .' Tale disposizione si comprende chiaramente nel momento in cui si consideri come il Cristianesimo non fosse ancora una religiose ufficialmente riconosciuta. Dopo la sua definitiva vittoria sul paganesimo, i toni cambiarono completamente. La prima grande svolta nel conflitto con i pagani si ebbe nel 311, quando l'imperatore Galerio, seppur con riluttanza, rese il Cristianesimo "religio licita" (cfr. p. 182) e, soprattutto, nel 313, allorché 1 'imperatore Costantino venne manifestando una crescente simpatia per il Cristianesimo, cui concesse un ampio ventaglio di privilegi (cfr. pp. 200 s., e pp. 208 ss.). Per effetto della nuova alleanza instauratasi con il potere politico pia forte del mondo antico, non solo i toni della trattatistica cristiana, ma anche le sue prospettive vennero mutando rapidamente in maniera significativa.38» […]. «7 Eusebio, 4,26,1; 4,26,4 ss.; 4,27,1; 5,17,5; Fredouille, pp. 869 ss; Wlosok, pp. 149 ss. 8 Tertulliano, Adversus Marcionem, 4,9; Idem, De idolatria, 1. Cfr. Agostino, Ennarrationes in psalmos, 88; Idem, Sermones, 2,14; 62,6,9; Idem, Epistulae, 232,1,2; Fredouille, pp. 870 ss; Dodds, pp. 102 ss. 9 Geffcken, Zwei griechische Apologeten, p. 239; Hoheisel, p. 41, pp. 76 s., p. 79; Wlosok, p. 163. 10 Arnobio, Adversus nationes, 3,9 ss.; 4,24 ss.; 4,36; 5,22; LThK 1. A. I, p. 689; Altaner, pp. 152 s; Kraft, Kirchenvdter Lexikon, p. 57; Tullius, pp. 88 ss. 11 Aristide, Apologia, 8; 13; Giustino, Apologia, 1,21; 1,24 s; Taziano, Oratio ad Graecos, 8 ss; PseudoGiustino, Oratio ad Graecos, 2 s; Minucio Felice, Octavius, 20; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 22; Ambrogio, Exameron, 5,20,64 s.; 5,23,77 ss; Wytzes, p. 29; Lieberg, pp. 64 ss. 12 Is. 2,8; Sal. 115,5 ss; Ap. 9,20; Aristide, Apologia, 3,2; 4,1 ss.; 13,1 s; Atenagora, Legatio, 6; 15; 18s.: 22; 28 s; Giustino, Apologia, 1,9; 1,20; Lettera a Diogneto, 2; Teofilo, Ad Autolycum, 1,19; Martyrium Apoloni, 22; Martyrium Polycarpi, 2,2; Tertulliano, Apologia, 12,7; Minucio Felice, Octavius, 24,1; Clemente d'Alessandria, Logos protreptikos, 4,52,4; Arnobio, Adversus nationes, 6,16; Eusebio, Vita Constantini, 3,57; 4,39; Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei cantici, 5; Agostino, De consensus evangelistarum, 1,34,52; Idem, Enarrationes in Psalmos, 134,23; Kraft, Kirchenviiter Lexikon, p. 248; Freouille, p. 871 s; Funke, p. 789; Tullius, p. 15 ss; Mensching, Irrtum, p. 26 s. 13 Atenagora, Legatio, p. 17; Giustino, Apologia, 1,9; Taziano, Oratio ad Graecos, 4; Tertulliano, De pudicitia, 5; Idem, Adversus Marcionem, 4,9,6; Idem, Apologeticum, 12; Arnobio, Adversus nationes, 6,14; Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 6,10; Ippolito, Traditio apostolica, 16; Origene, Contra Celsum, 1,5; 5,38. 14 Minucio Felice, Octavius, 12,5; Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 53,5 s; Arnobio, Adversus nationes, 6,13; Eusebio, Oratio ad sanctorum coetum, 11; Idem, Epistula ad Constantinum; Idem, Historia ecclesiastica, 7,18,4; Altaner, p. 120; Menzel, II, pp. 249 s; Deschner, Das Kreuz, p. 190; Kindlers. Malereilexikon, IV, p. 169. 15 Policarpo, Lettera ai Filippesi, 11,2; Pseudo-Clemente, Recognitiones, 5,15; Idem, Omiliae, 10,22; Giustino, Apologia, 1,9; Celemente d'Alessandria, Logos protreptikos, 4,52,2 s.; 4,53,2; Arnobio, Adversus nationes, 4,10 ss.; 6,20 s.; 6,23; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 15,3; 28,4 ss; Agostino, De civitate Dei, 1,2; Lattanzio, Divinae institutiones, 2,2,22; Teofilo, Ad Autolycum, 2,34: Eusebio, Oratio ad sanctorum coetum, 11; Funke, p. 805; Tullius, pp. 22 ss. 16 Atenagora, Legatio, 27; Giustino, Apologia, 1,14; Teofilo, Ad Aueolycum, 2,28; Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 44; Tertulliano, Apologeticum, 22,5 ss; Idem, De spectaculis, 4; Idem, De idolatria, 1; Origene, Contra Celsum, 7,67; 8,18; Pseudo-Clemente, Omiliae, 9,7 ss; Idem, Recognitiones, 4,14 ss; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 26 s; Fredouille, pp. 889 s; Hoheisel, pp. 83 ss. 17 Rm. 9,30 ss.; 11,11 ss; Ef. 3,6; At. 13,46 ss.; 18,6; Dellinger, p. 88. Ef. 4,17 ss; Rm. 1,21 ss.; 1,29 ss; Col. 3,5; 1 Cor. 5,10 s; 10,7; 10,20. Sulle credenze relative ai demoni per quanta concerne i padri della Chiesa si veda Giustino, Apologia, 1,14; 1,58; Teofilo, Ad Autolycum, 2,28; Atenagora, Legatio, 27; Van der Nat in RAC IX, pp. 737 ss; Deissmann, p. 64; Conzelmann, pp. 204 s; Nock, Essays, I, p. 347. 19 1 Pt. 4,3; Ap. 2,12 ss.; 2,26 s.; 18,2; 21,8; 22,15; Friedlander, p. 935; Dewick, p. 112; Meinhold, Historiographie, I, p. 31. 20 Aristide, Apologia, 4.2 s.; 5,1 ss.; 6,1; 12,1; 12,6 ss; Minucio Felice, Octavius, 28,7 s; Giustino, Apologia. 1,24,1; Atenagora, Legatio, 1,1; 14,2; RAC X, p. 1204. Altaner, pp. 88 s; Mensching, Irrtum, p.9; McKenzie, p. 40. 21 Aristide, Apologia, 8,5 s.; 9,5; 9,8 s. Cfr. anche 3,1 ss; 8,1 ss. 22 Atenagora, Legatio, 1 s.; 18; 21 ss.; 26 s. Cfr. anche Giustino, Apologia, 1,9,2; Teofilo, Ad Autolyeum, 1,10; Minucio Felice, Octavius, 23,12; Eberhard, in BKV 1913, p. 6; Idem in LThK 1. A. I, p. 770: Funke, in RAC XI, p. 784, p. 802; Hoheisel, p. 81. 23 Taziano, Oratio ad Graecos, 1,4; 2,1 ss.; 3,2 s.; 3,6 s.; 3,9 s.; 6,4; 14,1; 25,1; 26,1; 26,5; 33,1; 33,7; 34,5: 34,7; 35,2; 43,1; Kukula, in BKV 1913, pp. 4 s., p. 7, p. 15, p. 18; Altaner, pp. 95 s; Krause, Die Stellung. p. 24. 24 Taziano, Oratio ad Graecos, 1,7; 12,6; 12,13; 17,2; 19,1; 21,1 ss; 22 ss; 26,5; 32,2 s; 32,7; Grant, Das rOmische Reich, p. 277. 25 Taziano, Oratio ad Graecos, 8,4; 9,7 ss; 10,3; 14,1 ss; 15,8; 18,6; 29,1 ss; 33 s; Eusebio, Historia ecclesiastica, 4,29,7; BKV 1913, p. 19; Geffcken, Zwei christliche Apologeten, pp. 105 ss; Krause, Die Stellung, p. 23. 26 Ermias, 21,2,10; Teofilo, Ad Autolycum, 2,12; 2,15; 2,33; 3,2 s; 3,17; Cfr. anche 3,16; 3,29; Ireneo, Adversus haereses, 2,14; BKV 1913, p. 6; Altaner, p. 103; Kraft, Kirchenvtiter Lexikon, pp. 263 s; Krause, Die Stellung, p. 26, pp. 61 s; Deschner, Hahn, pp. 306 ss. 27 Tertulliano, Apologeticum, 24, 38, 42, 46; Idem, De praescriptione haereticorum, 7;14.; Idem, De anima, 1 s; Idem, De spectaculis, 17, 29. Sui "plagi compiuti dai Greci" cfr. Tertulliano, Apologeticum, 19; Altaner, p. 126; Kraft, Kirchenvater Lexikon, p. 474; Krause, Die Stellung, pp. 91 s. 28 Tertulliano, De idolatria, 1; 4 ss; 10; 17 s; Idem, Ad martyres, 2,7; Idem, Apologeticum, 13,6; 22,1 ss; 42; 46; Idem, De pudicitia, 5; Idem, Adversus Marcionem, 4,9,6; Wright, pp. 17 ss; McKenzie, pp. 88 s; Morenz, pp. 30 ss; Eliade, pp. 299 ss. Cfr. anche it capitolo dal titolo "II disprezzo per gli dei e le dee" in Opelt, Die lateinischen Schimpfworter, pp. 253 ss. 29 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,11 ,1 ss; 2,12,1 s; 2,13,2 ss; 2,14,1; 2,17,2; 2,22,3; 2,23,1. 30 Attanasio, Oratio contra genres, 1 ss; RAC XI, p. 881; Mensching, Irrtum, p. 17. 31 Plutarco, De Iside et Osiride, 65. 32 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,25,1; 2,26,1 s; 2,27,1; 4,56,2 ss; 4,58,3; 4,63,1. Cfr. Origene, Contra Celsum, 7,62; Funke, in RAC XI, pp. 780 s; Gentz, Athanasius, p. 862; Hoheisel, pp. 133 ss. 33 Armstrong, pp. 11 s. 34 Peters, p. 28. 35 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,22,6; 2,40,4; 4,60,1; 4,61,1 ss; Fredouille, Gotzendienst, in RAC XI, pp. 873 s. 36 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 4,11,3; Idem, Quis dives salvetur, 3; Idem, Paidagogos, 3,52,2; 3,4,2 ss; Lacarriere, p. 153. 37 Sinodo di Elvira, c. 3; 6; 15; 16; 17; 34; 40; 41; 55; 56; 60; Orlandis/Ramos-LissOn, pp. 3 ss., pp. 12 ss. 38 Fredouille, Gotzendienst, p. 879.» | IN RILIEVO.LA CRIMINALITÀ DELLE PAROLE DI GESÙ CRISTO: CLICCATE QUA!
**************** PLAUSIBILITÀ DEL PAGANESIMO: LEGGETE I COMMENTI AL POST DEL 21 NOVEMBRE 2006. ******************** Visitate la pagina www.federazionepagana.it/boscosacro.html ******************** ECCO PERCHÉ È IMPOSSIBILE DISCUTERE CON UN CRISTIANO: CLICCATE QUA! UN CRISTIANO È INCAPACE DI DISCUTERE!
SE NON PENSO COME I CRISTIANI ALLORA I CRISTIANI DICONO CHE NON VEDO, NON SONO AFFINATO, OBBIETTIVO E DISTACCATO, HO UNA VISIONE MENO AMPIA, SONO DISINFORMATO, IGNORANTE, FANATICO, PROVOCATORE, DIFFAMATORE, DENIGRATORE E SONO INDIETRO CON L'EVOLUZIONE!LEGGETE I COMMENTI AL POST DEL 21 DICEMBRE 2006: CONSTATATE COI VOSTRI OCCHI QUANTO INTOLLERANTE SIA QUESTA CRISTIANA NEI MIEI CONFRONTI!
RADIO PAGANA. Claudio Simeoni conduce la trasmissione Magia, Stregoneria, Paganesimo.Conduttori di "Magia, Stregoneria, Paganesimo": Claudio Simeoni e Francesco Scanagatta.Un'altra cristiana si arrampica sugli specchi pur di difendere Gesù!Questa cristiana mi ha scritto un hermes Domenica 21 Gennaio 2007, questa partecipa alla sfida "Il blog che fa più riflettere" ed anche questa è magiorenne. Questa cristiana fa riferimento al file mp3 che si apre quando entrate nel mio blog. Questa parla di Gesù Cristo che si è fatto uccidere per l'umanità! Ma chi gli ha chiesto qualcosa a questo Gesù Cristo, io no di certo! Questo è un buon modo di farti sentire in debito, un debito che non sarai mai in grado di sdebitarti: davanti ad un dio che sacrifica il proprio unico figlio per te, tu come farai a sdebitarti? Io a questo gioco perverso non ci sto: se questa cristiana vuole sentirsi in debito sono affari suoi ma non può certo pretendere che mi senta in debito pure io.
LEI DICE: Il massacro dei primogeniti d'Egitto... Utilizzato così superficialmente, pare che inneggi al massacro. Dimentico del fatto che Cristo è morto (e non ha macellato proprio nessuno, anzi, l'esattamente il contrario), il dj parla di diritto dei cristiani di macellare gli indifesi. Questo è sconcertante. "Odio, terrore che i cristiani manifestano nei confronti del mondo": questa accusa è talmente ridicola! Cristo porta un messaggio nuovo di perdono e bontà: il Dio dell'antico testamento, vendicativo, che il dj cita tanto veementemente, è rinnovato in un'ottica di divina bontà da quel Cristo che si lascia mettere in croce, pur di no nlimitare la libertà umana. La Pasqua cristiana celebra la morte e resurrezione di Cristo.semplicemente. un saluto ps. se il tuo dj non crede nell'esistenza di Cristo, non capisco perchè si infervori tanto, anzichè esserne indifferente. IO RISPONDO: Non sò a che Gesù Cristo tu ti riferisca, certo non a quello dei vangeli ufficiali, probabilmente a quello delle tue fantasie. > Il massacro dei primogeniti > d'Egitto... > Utilizzato così superficialmente, > pare che inneggi al massacro. Pare? Superficilmente? Lui ha letto nero su bianco cosa c'è scritto nell'antico testamento. Mi sembra superficiale invece tentare di smentire tutto ciò con una frasetta come fai tu. Allora tu dimmi come leggi il fatto che questo dio ammazza gente che non centra niente perché non accetta la politica del Faraone. AMMAZZA TUTTI I PRIMOGENITI ANCHE QUELLI DEI SERVI E DEGLI ANIMALI! E questo non ti disgusta? Visto che "utilizzato" così è superficiale, dimmi come utilizzeresti tu il racconto della decima piaga d'Egitto se non per rivendicare il diritto del dio biblico di massacrare tutti (anche quelli che non centrano) pur di difendere il suo popolo eletto! Fai affermazioni che non giustifichi, se non è questa superficialità. > Dimentico del fatto che Cristo è > morto (e non ha macellato proprio > nessuno, anzi, l'esattamente il > contrario), Questo lo chiami "esattamente il contrario"? Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». > il dj parla di diritto > dei cristiani di macellare gli > indifesi. Questo è sconcertante. Sì, è sconcertante che i cristiani abbiano certe pretese. > "Odio, terrore che i cristiani > manifestano nei confronti del > mondo": > questa accusa è talmente > ridicola! Dimostralo, smettila di affermare senza dimostrare, sii meno superficiale! Io l'ho già dimostrata nel post del 16 Dicembre 2006 la criminalità del messaggio di Gesù Cristo. > Cristo porta un messaggio nuovo di > perdono e bontà: il Dio dell'antico > testamento, vendicativo, che il dj > cita tanto veementemente, è > rinnovato in un'ottica di divina > bontà da quel Cristo che si lascia > mettere in croce, pur di no > nlimitare la libertà umana. Sì? Il tuo concetto di bontà è totalmente diverso dal mio. In Matteo (da 10-34 a 10-37) Gesù Cristo dice: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.» > La Pasqua cristiana celebra la > morte e resurrezione di > Cristo.semplicemente. La morte e la resurrezione di Cristo è nata scopiazzando e rubacchiando dalle antiche religioni (come ho già spiegato nel post che ti ho già accennato), il ché lo ritengo offensivo. > un saluto > ps. se il tuo dj non crede > nell'esistenza di Cristo, non > capisco perchè si infervori tanto, > anzichè esserne indifferente. Come puoi essere indifferente quando i cristiani hanno una pesante influenza nella nostra società? Se i cristiani fossero una minoranza e avessero meno potere si potrebbero quasi ignorare. Il problema è che si cerca di imporre Cristo alla società civile, e questo fa sì che c'è gente che soffre tremendamente perché l'eutanasia per i cristiani è un omicidio! Mettono quelli di "movimento per la vita" all'interno degli ospedali per impedire alle ragazze di abortire, ragazze che si trovano già in una difficile situazione e come se questo non bastasse cercano di instillare in loro enormi sensi di colpa. Il guaio è che prima ti dicono di non usare il preservativo (contribuendo alla diffusione dell'aids) e poi non puoi neppure sciegliere di abortire e neanche di prendere la pillola del giorno dopo. E tutto questo perché la sofferenza rende simili a Cristo, più soffri è più ne godrai nell'aldilà. Che schifo! LEI NON RISPONDE. Quando la pianteranno di proteggere una figura così dannosa come quella di Gesù Cristo? Amo1. le belle ragazze, le persone intelligenti, le persone coraggiose, le persone coerenti con la realtà, chi si incazza e si schifa davanti alle ingiustizie
2. paganesimo Paganesimo PAGANESIMO 3. politeismo Politeismo POLITEISMO 4. pagani politeisti Pagani Politeisti PAGANI POLITEISTI 5. LA VITA Non mi piace1. imposizioni, umiliazioni, rassegnazione, la domanda: "CHI CREDI DI ESSERE?", ignoranza e miseria
2. monoteismo Monoteismo MONOTEISMO 3. cristianesimo Cristianesimo CRISTIANESIMO 4. cattolicesimo Cattolicesimo CATTOLICESIMO 5. gesù gesu gesu' cristo Gesù Gesu' Gesu Cristo GESù GESU' GESU GESÙ CRISTO e il dio Dio DIO DELLA BIBBIA Bibbia bibbia IL MIO VECCHIO SITO
L'ANTICRISTO - MALEDIZIONE DEL CRISTIANESIMO (18) di Friedrich NietzscheIl concetto cristiano di Dio – Dio come divinità degli infermi, Dio come ragno, Dio come spirito – è uno dei più corrotti concetti di Dio, che siano mai stati raggiunti sulla terra, esso rappresenta forse, nello sviluppo discendente dei tipi di divinità, addirittura il grado dell’infimo livello. Dio degenerato fino a contraddire la vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì! In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia dell’«al di qua», di ogni menzogna dell’«al di là»! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla!...
"Iliade" di Omero, libro primo.Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi, e di cani e d'augelli orrido pasto lor salme abbandonò (così di Giove l'alto consiglio s'adempìa), da quando primamente disgiunse aspra contesa il re de' prodi Atride e il divo Achille. E qual de' numi inimicolli? Il figlio di Latona e di Giove. Irato al Sire destò quel Dio nel campo un feral morbo, e la gente perìa: colpa d'Atride che fece a Crise sacerdote oltraggio. Degli Achivi era Crise alle veloci prore venuto a riscattar la figlia con molto prezzo. In man le bende avea, e l'aureo scettro dell'arciero Apollo: e agli Achei tutti supplicando, e in prima ai due supremi condottieri Atridi: O Atridi, ei disse, o coturnati Achei, gl'immortali del cielo abitatori concedanvi espugnar la Prïameia cittade, e salvi al patrio suol tornarvi. Deh mi sciogliete la diletta figlia, ricevetene il prezzo, e il saettante figlio di Giove rispettate. - Al prego tutti acclamâr: doversi il sacerdote riverire, e accettar le ricche offerte. Ma la proposta al cor d'Agamennóne non talentando, in guise aspre il superbo accommiatollo, e minaccioso aggiunse: Vecchio, non far che presso a queste navi ned or né poscia più ti colga io mai; ché forse nulla ti varrà lo scettro né l'infula del Dio. Franca non fia costei, se lungi dalla patria, in Argo, nella nostra magion pria non la sfiori vecchiezza, all'opra delle spole intenta, e a parte assunta del regal mio letto. Or va, né m'irritar, se salvo ir brami. Impaurissi il vecchio, ed al comando obbedì. Taciturno incamminossi del risonante mar lungo la riva; e in disparte venuto, al santo Apollo di Latona figliuol, fe' questo prego: Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo possente imperador, Smintèo, deh m'odi. Se di serti devoti unqua il leggiadro tuo delubro adornai, se di giovenchi e di caprette io t'arsi i fianchi opimi, questo voto m'adempi; il pianto mio paghino i Greci per le tue saette. Sì disse orando. L'udì Febo, e scese dalle cime d'Olimpo in gran disdegno coll'arco su le spalle, e la faretra tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo su gli omeri all'irato un tintinnìo al mutar de' gran passi; ed ei simìle a fosca notte giù venìa. Piantossi delle navi al cospetto: indi uno strale liberò dalla corda, ed un ronzìo terribile mandò l'arco d'argento. Prima i giumenti e i presti veltri assalse, poi le schiere a ferir prese, vibrando le mortifere punte; onde per tutto degli esanimi corpi ardean le pire. Nove giorni volâr pel campo acheo le divine quadrella. A parlamento nel decimo chiamò le turbe Achille; ché gli pose nel cor questo consiglio Giuno la diva dalle bianche braccia, de' moribondi Achei fatta pietosa. Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo levossi Achille piè-veloce, e disse: Atride, or sì cred'io volta daremo nuovamente errabondi al patrio lido, se pur morte fuggir ne fia concesso; ché guerra e peste ad un medesmo tempo ne struggono. Ma via; qualche indovino interroghiamo, o sacerdote, o pure interprete di sogni (ché da Giove anche il sogno procede), onde ne dica perché tanta con noi d'Apollo è l'ira: se di preci o di vittime neglette il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte capre accettando l'odoroso fumo, il crudel morbo allontanar gli piaccia. Così detto, s'assise. In piedi allora di Testore il figliuol Calcante alzossi, de' veggenti il più saggio, a cui le cose eran conte che fur, sono e saranno; e per quella, che dono era d'Apollo, profetica virtù, de' Greci a Troia avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo pien di senno parlò queste parole: Amor di Giove, generoso Achille, vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco. Ma del braccio l'aita e della voce a me tu pria, signor, prometti e giura: perché tal che qui grande ha su gli Argivi tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina, n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso. Quando il potente col minor s'adira, reprime ei sì del suo rancor la vampa per alcun tempo, ma nel cor la cova, finché prorompa alla vendetta. Or dinne se salvo mi farai. - Parla securo, rispose Achille, e del tuo cor l'arcano, qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo che pregato da te ti squarcia il velo de' fati, e aperto tu li mostri a noi, per questo Apollo a Giove caro io giuro: nessun, finch'io m'avrò spirto e pupilla, con empia mano innanzi a queste navi oserà vïolar la tua persona, nessuno degli Achei; no, s'anco parli d'Agamennón che sé medesmo or vanta dell'esercito tutto il più possente. Allor fe' core il buon profeta, e disse: né d'obblïati sacrifici il Dio né di voti si duol, ma dell'oltraggio che al sacerdote fe' poc'anzi Atride, che francargli la figlia ed accettarne il riscatto negò. La colpa è questa onde cotante ne diè strette, ed altre l'arcier divino ne darà; né pria ritrarrà dal castigo la man grave, che si rimandi la fatal donzella non redenta né compra al padre amato, e si spedisca un'ecatombe a Crisa. Così forse avverrà che il Dio si plachi. Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe il re supremo Agamennón levossi corruccioso. Offuscavagli la grande ira il cor gonfio, e come bragia rossi fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima squadrò torvo Calcante, indi proruppe: Profeta di sciagure, unqua un accento non uscì di tua bocca a me gradito. Al maligno tuo cor sempre fu dolce predir disastri, e d'onor vote e nude son l'opre tue del par che le parole. E fra gli Argivi profetando or cianci che delle frecce sue Febo gl'impiaga, sol perch'io ricusai della fanciulla Crisëide il riscatto. Ed io bramava certo tenerla in signoria, tal sendo che a Clitennestra pur, da me condutta vergine sposa, io la prepongo, a cui di persona costei punto non cede, né di care sembianze, né d'ingegno ne' bei lavori di Minerva istrutto. Ma libera sia pur, se questo è il meglio; ché la salvezza io cerco, e non la morte del popol mio. Ma voi mi preparate tosto il compenso, ché de' Greci io solo restarmi senza guiderdon non deggio; ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta preda, il vedete, dalle man mi fugge. O d'avarizia al par che di grandezza famoso Atride, gli rispose Achille, qual premio ti daranno, e per che modo i magnanimi Achei? Che molta in serbo vi sia ricchezza non partita, ignoro: delle vinte città tutte divise ne fur le spoglie, né diritto or torna a nuove parti congregarle in una. Ma tu la prigioniera al Dio rimanda, ché più larga n'avrai tre volte e quattro ricompensa da noi, se Giove un giorno l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia. E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo né gabbo tu mi fai, divino Achille, né persuaso al tuo voler mi rechi. Dunque terrai tu la tua preda, ed io della mia privo rimarrommi? E imponi che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti concedanmi gli Achivi altra captiva che questa adegui e al mio desir risponda. Se non daranla, rapirolla io stesso, sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse, o ben anco la tua: e quegli indarno fremerà d'ira alle cui tende io vegna. Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti rematori fornita or si sospinga nel pelago una nave, e vi s'imbarchi coll'ecatombe la rosata guancia della figlia di Crise, e ne sia duce alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo, o il divo Ulisse, o tu medesmo pure, tremendissimo Achille, onde di tanto sacrificante il grato ministero il Dio ne plachi che da lunge impiaga. Lo guatò bieco Achille, e gli rispose: Anima invereconda, anima avara, chi fia tra i figli degli Achei sì vile che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada in agguati convegna o in ria battaglia? Per odio de' Troiani io qua non venni a portar l'armi, io no; ché meco ei sono d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre né destrier mi rapiro; essi le biade della feconda popolosa Ftia non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi ne son frapposti e il pelago sonoro. Ma sol per tuo profitto, o svergognato, e per l'onor di Menelao, pel tuo, pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti, e a me medesmo di rapir minacci de' miei sudori bellicosi il frutto, l'unico premio che l'Acheo mi diede. Né pari al tuo d'averlo io già mi spero quel dì che i Greci l'opulenta Troia conquisteran; ché mio dell'aspra guerra certo è il carco maggior; ma quando in mezzo si dividon le spoglie, è tua la prima, ed ultima la mia, di cui m'è forza tornar contento alla mia nave, e stanco di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia, a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio al paterno terren volger la prora, che vilipeso adunator qui starmi di ricchezze e d'onori a chi m'offende. Fuggi dunque, riprese Agamennóne, fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego di rimanerti. Al fianco mio si stanno ben altri eroi, che a mia regal persona onor daranno, e il giusto Giove in prima. Di quanti ei nudre regnatori abborro te più ch'altri; sì, te che le contese sempre agogni e le zuffe e le battaglie. Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono la tua fortezza. Or va, sciogli le navi, fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno, ai Mirmìdoni impera; io non ti curo, e l'ire tue derido; anzi m'ascolta. Poiché Apollo Crisëide mi toglie, parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi io la rimando accompagnata, e cedo. Ma nel tuo padiglione ad involarti verrò la figlia di Brisèo, la bella tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga quant'io t'avanzo di possanza, e quindi altri meco uguagliarsi e cozzar tema. Di furore infiammâr l'alma d'Achille queste parole. Due pensier gli fêro terribile tenzon nell'irto petto, se dal fianco tirando il ferro acuto la via s'aprisse tra la calca, e in seno l'immergesse all'Atride; o se domasse l'ira, e chetasse il tempestoso core. Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione l'agitato pensier, corse la mano sovra la spada, e dalla gran vagina traendo la venìa; quando veloce dal ciel Minerva accorse, a lui spedita dalla diva Giunon, che d'ambo i duci egual cura ed amor nudrìa nel petto. Gli venne a tergo, e per la bionda chioma prese il fiero Pelìde, a tutti occulta, a lui sol manifesta. Stupefatto si scosse Achille, si rivolse, e tosto riconobbe la Diva a cui dagli occhi uscìan due fiamme di terribil luce, e la chiamò per nome, e in ratti accenti, Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni? Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto io tel protesto, e avran miei detti effetto: ei col suo superbir cerca la morte, e la morte si avrà. - Frena lo sdegno, la Dea rispose dalle luci azzurre: io qui dal ciel discesi ad acchetarti, se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi, Giuno ch'entrambi vi difende ed ama. Or via, ti calma, né trar brando, e solo di parole contendi. Io tel predìco, e andrà pieno il mio detto: verrà tempo che tre volte maggior, per doni eletti, avrai riparo dell'ingiusta offesa. Tu reprimi la furia, ed obbedisci. E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva, benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio. Questo fia lo miglior. Ai numi è caro chi de' numi al voler piega la fronte. Disse; e rattenne su l'argenteo pomo la poderosa mano, e il grande acciaro nel fodero respinse, alle parole docile di Minerva. Ed ella intanto all'auree sedi dell'Egìoco padre sul cielo risalì fra gli altri Eterni. Achille allora con acerbi detti rinfrescando la lite, assalse Atride: Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core! Tu non osi giammai nelle battaglie dar dentro colla turba; o negli agguati perigliarti co' primi infra gli Achei, ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo meglio ti torna di ciascun che franco nella grand'oste achea contro ti dica, gli avuti doni in securtà rapire. Ma se questa non fosse, a cui comandi, spregiata gente e vil, tu non saresti del popol tuo divorator tiranno, e l'ultimo de' torti avresti or fatto. Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro per questo scettro (che diviso un giorno dal montano suo tronco unqua né ramo né fronda metterà, né mai virgulto germoglierà, poiché gli tolse il ferro con la scorza le chiome, ed ora in pugno sel portano gli Achei che posti sono del giusto a guardia e delle sante leggi ricevute dal ciel), per questo io giuro, e invïolato sacramento il tieni: stagion verrà che negli Achei si svegli desiderio d'Achille, e tu salvarli misero! non potrai, quando la spada dell'omicida Ettòr farà vermigli di larga strage i campi: e allor di rabbia il cor ti roderai, ché sì villana al più forte de' Greci onta facesti. Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride di novello furor, quando nel mezzo surse de' Pilii l'orator, Nestorre facondo sì, che di sua bocca uscièno più che mel dolci d'eloquenza i rivi. Di parlanti con lui nati e cresciuti nell'alma Pilo ei già trascorse avea due vite, e nella terza allor regnava. Con prudenti parole il santo veglio così loro a dir prese: Eterni Dei! Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta la dardania città, quando fra loro di voi s'intenda la fatal contesa, di voi che tutti di valor vincete e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate, ché minor d'anni di me siete entrambi; ed io pur con eroi son visso un tempo di voi più prodi, e non fui loro a vile: ned altri tali io vidi unqua, né spero di riveder più mai, quale un Drïante moderator di genti, e Piritòo, Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo, e l'Egìde Teseo pari ad un nume. Alme più forti non nudrìa la terra, e forti essendo combattean co' forti, co' montani Centauri, e strage orrenda ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso partendomi da Pilo e dal lontano Apio confine, a conversar venìa, e secondo mie forze anch'io pugnava. Ma di quanti mortali or crea la terra niun potrìa pareggiarli. E nondimeno da quei prestanti orecchio il mio consiglio ed il mio detto obbedïenza ottenne. E voi pur anco m'obbedite adunque, ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride, deh non voler, sebben sì grande, a questi tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace da' Greci il dato guiderdon consenti: né tu cozzar con inimico petto contra il rege, o Pelìde. Un re supremo, cui d'alta maestà Giove circonda, uguaglianza d'onore unqua non soffre. Se generato d'una diva madre tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio, te di poter, perché a più genti impera. Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi pure Achille al mio prego, ei che de' Greci in sì ria guerra è principal sostegno. Tu rettissimo parli, o saggio antico, pronto riprese il regnatore Atride; ma costui tutti soverchiar presume, tutti a schiavi tener, dar legge a tutti, tutti gravar del suo comando. Ed io potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi un invitto guerrier, forse pur anco di tanto insolentir gli diero il dritto? Tagliò quel dire Achille, e gli rispose: Un pauroso, un vil certo sarei se d'ogni cenno tuo ligio foss'io. Altrui comanda, a me non già; ch'io teco sciolto di tutta obbedienza or sono. Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo lo rinserra del cor. Per la fanciulla un dì donata, ingiustamente or tolta, né con te né con altri il brando mio combatterà. Ma di quant'altre spoglie nella nave mi serbo, né pur una, s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi, vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente dalla mia lancia farà saggio altrui. Con questa di parole aspra tenzone levârsi, e sciolto fu l'acheo consesso. Con Patroclo il Pelìde e co' suoi prodi riede a sue navi nelle tende; e Atride varar fa tosto a venti remi eletti una celere prora colla sacra ecatombe. Di Crise egli medesmo vi guida e posa l'avvenente figlia; duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti già montati correan l'umide vie. Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne una sacra lavanda: e ognun devoto purificarsi, e via gittar nell'onde le sozzure, e del mar lungo la riva offrir di capri e di torelli intere ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa volubile col fumo il pingue odore. Seguìan nel campo questi riti. E fermo nel suo dispetto e nella dianzi fatta ria minaccia ad Achille, intanto Atride Euribate e Taltibio a sé chiamando, fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse, del Pelìde alla tenda, e m'adducete la bella figlia di Brisèo. Se il niega, io ne verrò con molta mano, io stesso, a gliela tôrre: e ciò gli fia più duro. Disse; e il cenno aggravando in via li pose. Del mar lunghesso l'infecondo lido givan quelli a mal cuore, e pervenuti de' Mirmidóni alla campal marina trovâr l'eroe seduto appo le navi davanti al padiglion: né del vederli certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto regal fermârsi trepidanti e chini, né far motto fur osi né dimando. Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse: Messaggeri di Giove e delle genti, salvete, araldi, e v'appressate. In voi niuna è colpa con meco. Il solo Atride, ei solo è reo, che voi per la fanciulla Brisëide qui manda. Or va, fuor mena, generoso Patròclo, la donzella, e in man di questi guidator l'affida. Ma voi medesmi innanzi ai santi numi ed innanzi ai mortali e al re crudele siatemi testimon, quando il dì splenda che a scampar gli altri di rovina il mio braccio abbisogni. Perocché delira in suo danno costui, ned il presente vede, né il poi, né il come a sua difesa salvi alle navi pugneran gli Achei. Disse; e Patròclo del diletto amico al comando obbedì. Fuor della tenda Brisëide menò, guancia gentile, ed agli araldi condottier la cesse. Mentre ei fanno alle navi achee ritorno, e ritrosa con lor partìa la donna, proruppe Achille in un subito pianto, e da' suoi scompagnato in su la riva del grigio mar s'assise, e il mar guardando le man stese, e dolente alla diletta madre pregando, Oh madre! è questo, disse, questo è l'onor che darmi il gran Tonante a conforto dovea del viver breve a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia spregiato in tutto: il re superbo Atride Agamennón mi disonora; il meglio de' miei premi rapisce, e sel possiede. Sì piangendo dicea. La veneranda genitrice l'udì, che ne' profondi gorghi del mare si sedea dappresso al vecchio padre; udillo, e tosto emerse, come nebbia, dall'onda: accanto al figlio, che lagrime spargea, dolce s'assise, e colla mano accarezzollo, e disse: Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno? Di', non celarlo in cor, meco il dividi. Madre, tu il sai, rispose alto gemendo il piè-veloce eroe. Ridir che giova tutto il già conto? Nella sacra sede d'Eezïon ne gimmo; la cittade ponemmo a sacco, e tutta a questo campo fu condotta la preda. In giuste parti la diviser gli Achivi, e la leggiadra Crisëide fu scelta al primo Atride. Crise d'Apollo sacerdote allora con l'infula del nume e l'aureo scettro venne alle navi a riscattar la figlia. Molti doni offerì, molte agli Achivi porse preghiere, ed agli Atridi in prima. Invan; ché preghi e doni e sacerdote e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio Agamennón, che minaccioso e duro quel misero cacciò dal suo cospetto. Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui diletto capo egli era, il suo lamento esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci pestiferi vibrò dardi mortali. Perìa la gente a torme, e d'ogni parte sibilanti del Dio pel campo tutto volavano gli strali. Alfine un saggio indovin ne fe' chiaro in assemblea l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo esortai di placar l'ire divine. Sdegnossene l'Atride, e in piè levato una minaccia mi fe' tal che pieno compimento sortì. Gli Achivi a Crisa sovr'agil nave già la schiava adducono non senza doni a Febo; e dalla tenda a me pur dianzi tolsero gli araldi, e menâr seco di Brisèo la figlia, la fanciulla da' Greci a me donata. Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri, vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove, s'unqua Giove per te fu nel bisogno o d'opera aitato o di parole. Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo, spesso t'intesi glorïarti, e dire che sola fra gli Dei da ria sciagura Giove campasti adunator di nembi, il giorno che tentâr Giuno e Nettunno e Pallade Minerva in un con gli altri congiurati del ciel porlo in catene; ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea, l'involasti al periglio, all'alto Olimpo prestamente chiamando il gran Centìmano, che dagli Dei nomato è Brïarèo, da' mortali Egeóne, e di fortezza lo stesso genitor vincea d'assai. Fiero di tanto onore alto ei s'assise di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi, che poser di legarlo ogni pensiero. Or tu questo rammentagli, e al suo lato siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte fino alle navi le falangi achee sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno lo si goda così questo tiranno; senta egli stesso il gran regnante Atride qual commise follìa quando superbo fe' de' Greci al più forte un tanto oltraggio. E lagrimando a lui Teti rispose: Ahi figlio mio! se con sì reo destino ti partorii, perché allevarti, ahi lassa! Oh potessi ozioso a questa riva senza pianto restarti e senza offese, ingannando la Parca che t'incalza, ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni brevi sono ad un tempo ed infelici, ché iniqua stella il dì ch'io ti produssi i talami paterni illuminava. E nondimen d'Olimpo alle nevose vette n'andrò, ragionerò con Giove del fulmine signore, e al tuo desire piegarlo tenterò. Tu statti intanto alle navi; e nell'ozio del tuo brando senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso. Perocché ieri in grembo all'Oceàno fra gl'innocenti Etïopi discese Giove a convito, e il seguîr tutti i numi. Dopo la luce dodicesma al cielo tornerà. Recherommi allor di Giove agli eterni palagi; al suo ginocchio mi gitterò, supplicherò, né vana d'espugnarne il voler speranza io porto. Partì, ciò detto; e lui quivi di bile macerato lasciò per la fanciulla suo mal grado rapita. Intanto a Crisa colla sacra ecatombe Ulisse approda. Nel seno entrati del profondo porto, le vele ammaïnâr, le collocaro dentro il bruno naviglio, e prestamente dechinâr colle gomone l'antenna, e l'adagiâr nella corsìa. Co' remi il naviglio accostâr quindi alla riva; e l'ancore gittate, e della poppa annodati i ritegni, ecco sul lido tutta smontar la gente, ecco schierarsi l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave dell'onde vïatrice ultima uscire Crisëide. All'altar l'accompagnava l'accorto Ulisse, ed alla man del caro genitor la ponea con questi accenti: Crise, il re sommo Agamennón mi manda a ti render la figlia, e offrir solenne un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni placar del nume che gli Achei percosse d'acerbissima piaga. - In questo dire l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio la si raccolse giubilando al petto. Tosto dintorno al ben costrutto altare in ordinanza statuîr la bella ecatombe del Dio; lavâr le palme, presero il sacro farro, e Crise alzando colla voce la man, fe' questo prego: Dio che godi trattar l'arco d'argento, tu che Crisa proteggi e la divina Cilla, signor di Tènedo possente, m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo acheo gravasti di gran danno, e onore mi desti, or fammi di quest'altro voto contento appieno. La terribil lue, che i Dànai strugge, allontanar ti piaccia. Sì disse orando, ed esaudillo il nume. Quindi fin posto alle preghiere, e sparso il salso farro, alzar fêr suso in prima alle vittime il collo, e le sgozzaro. tratto il cuoio, fasciâr le incise cosce di doppio omento, e le coprîr di crudi brani. Il buon vecchio su l'accese schegge le abbrustolava, e di purpureo vino spruzzando le venìa. Scelti garzoni al suo fianco tenean gli spiedi in pugno di cinque punte armati: e come fûro rosolate le coste, e fatto il saggio delle viscere sacre, il resto in pezzi negli schidoni infissero, con molto avvedimento l'arrostiro, e poscia tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra, poste le mense, a banchettar si diero, e del cibo egualmente ripartito sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto e del bere il desìo, d'almo lïeo coronando il cratere, a tutti in giro ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno, libagion colle tazze. E così tutto cantando il dì la gioventude argiva, e un allegro peàna alto intonando, laudi a Febo dicean, che nell'udirle sentìasi tocco di dolcezza il core. Fugato il sole dalla notte, ei diersi presso i poppesi della nave al sonno. Poi come il cielo colle rosee dita la bella figlia del mattino aperse, conversero la prora al campo argivo, e mandò loro in poppa il vento Apollo. Rizzâr l'antenna, e delle bianche vele il seno dispiegâr. L'aura seconda le gonfiava per mezzo, e strepitoso, nel passar della nave, il flutto azzurro mormorava dintorno alla carena. Giunti agli argivi accampamenti, in secco trasser la nave su la colma arena, e lunghe vi spiegâr travi di sotto acconciamente. Per le tende poi si dispersero tutti e pe' navili. Appo i suoi legni intanto il generoso Pelìde Achille nel segreto petto di sdegno si pascea, né al parlamento, scuola illustre d'eroi, né alle battaglie più comparìa; ma il cor struggea di doglia lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono e delle pugne il grido egli sospira. Rifulse alfin la dodicesma aurora, e tutti di conserva al ciel gli Eterni fean ritorno, ed avanti iva il re Giove. Memore allor del figlio e del suo prego, Teti emerse dal mare, e mattutina in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi. Sul più sublime de' suoi molti gioghi in disparte trovò seduto e solo l'onniveggente Giove. Innanzi a lui la Dea s'assise, colla manca strinse le divine ginocchia, e colla destra molcendo il mento, e supplicando disse: Giove padre, se d'opre e di parole giovevole fra' numi unqua ti fui, un mio voto adempisci. Il figlio mio, cui volge il fato la più corta vita, deh, m'onora il mio figlio a torto offeso dal re supremo Agamennón, che a forza gli rapì la sua donna, e la si tiene. Onoralo, ti prego, olimpio Giove, sapientissimo Iddio; fa che vittrici sien le spade troiane, infin che tutto e doppio ancora dagli Achei pentiti al mio figlio si renda il tolto onore. Disse; e nessuna le facea risposta il procelloso Iddio; ma lunga pezza muto stette, e sedea. Teti il ginocchio teneagli stretto tuttavolta, e i preghi iterando venìa: Deh, parla alfine; dimmi aperto se nieghi, o se concedi; nulla hai tu che temer; fa ch'io mi sappia se fra le Dee son io la più spregiata. Profondamente allora sospirando l'adunator de' nembi le rispose: Opra chiedi odiosa che nemico farammi a Giuno, e degli ontosi suoi motti bersaglio. Ardita ella mai sempre pur dinanzi agli Dei vien meco a lite, e de' Troiani aiutator m'accusa. Ma tu sgombra di qua, ché non ti vegga la sospettosa. Mio pensier fia poscia che il desir tuo si cómpia, e a tuo conforto abbine il cenno del mio capo in pegno. Questo fra' numi è il massimo mio giuro, né revocarsi, né fallir, né vana esser può cosa che il mio capo accenna. Disse; e il gran figlio di Saturno i neri sopraccigli inchinò. Su l'immortale capo del sire le divine chiome ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo. Così fermo l'affar si dipartiro. Teti dal ciel spiccò nel mare un salto; Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi tutti ad un tempo da' lor troni i numi verso il gran padre, né veruno ardissi aspettarne il venir fermo al suo seggio, ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave si compose sul trono. E già sapea Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto in segreti consigli avea con esso la figlia di Nerèo, Teti la diva dal bianco piede. Con parole acerbe così dunque l'assalse: E qual de' numi tenne or teco consulta, o ingannatore? Sempre t'è caro da me scevro ordire tenebrosi disegni, né ti piacque mai farmi manifesto un tuo pensiero. E degli uomini il padre e degli Dei le rispose: Giunon, tutto che penso non sperar di saperlo. Ardua ten fôra l'intelligenza, benché moglie a Giove. Ben qualunque dir cosa si convegna, nullo, prima di te, mortale o Dio la si saprà. Ma quel che lungi io voglio dai Celesti ordinar nel mio segreto, non dimandarlo né scrutarlo, e cessa. Acerbissimo Giove, e che dicesti? Riprese allor la maestosa il guardo veneranda Giunon: gran tempo è pure che da te nulla cerco e nulla chieggo, e tu tranquillo adempi ogni tuo senno. Or grave un dubbio mi molesta il core, che Teti, del marin vecchio la figlia, non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa, sul mattino arrivar, sederti accanto, abbracciarti i ginocchi; e certo a lei di molti Achivi tu giurasti il danno appo le navi, per onor d'Achille. E a rincontro il signor delle tempeste: Sempre sospetti, né celarmi io posso, spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre tu mi costringi a disamarti, e questo a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi, che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci, e m'obbedisci; ché giovarti invano potrìan quanti in Olimpo a tua difesa accorresser Celesti, allor che poste le invitte mani nelle chiome io t'abbia. Disse; e chinò la veneranda Giuno i suoi grand'occhi paurosa e muta, e in cor premendo il suo livor s'assise. Di Giove in tutta la magion le fronti si contristâr de' numi, e in mezzo a loro gratificando alla diletta madre Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese: Una malvagia intolleranda cosa questa al certo sarà, se voi cotanto, de' mortali a cagion, piato movete, e suscitate fra gli Dei tumulto. De' banchetti la gioia ecco sbandita, se la vince il peggior. Madre, t'esorto, benché saggia per te; vinci di Giove, vinci del padre coll'ossequio l'ira, onde a lite non torni, e del convito ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote, del fulmine signore e dell'Olimpo, dai nostri seggi rovesciar, se il voglia; perocché sua possanza a tutte è sopra. Or tu con care parolette il molci, e tosto il placherai. - Surse, ciò detto, ed all'amata genitrice un tondo gemino nappo fra le mani ei pose, bisbigliando all'orecchio: O madre mia, benché mesta a ragion, sopporta in pace, onde te con quest'occhi io qui non vegga, te, che cara mi sei, forte battuta; ché allor nessuna con dolor mio sommo darti aìta io potrei. Duro egli è troppo cozzar con Giove. Altra fiata, il sai, volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo afferrommi d'un piede, e mi scagliò dalle soglie celesti. Un giorno intero rovinai per l'immenso, e rifinito in Lenno caddi col cader del sole, dalli Sinzii raccolto a me pietosi. Disse; e la Diva dalle bianche braccia rise, e in quel riso dalla man del figlio prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni, incominciando a destra, e dal cratere il nèttare attignendo, a tutti in giro lo mescea. Suscitossi infra' Beati immenso riso nel veder Vulcano per la sala aggirarsi affaccendato in quell'opra. Così, fino al tramonto, tutto il dì convitossi, ed egualmente del banchetto ogni Dio partecipava. Né l'aurata mancò lira d'Apollo, né il dolce delle Muse alterno canto. Ratto, poi che del Sol la luminosa lampa si spense, a' suoi riposi ognuno ne' palagi n'andò, che fabbricati a ciascheduno avea con ammirando artifizio Vulcan l'inclito zoppo. E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta soave l'assalìa forza di sonno, corcar solea le membra, il fulminante Olimpio s'avvïò. Quivi salito addormentossi il nume, ed al suo fianco giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono. "Iliade" di Omero, inizio del libro secondo.Tutti ancora dormìan per l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno già le pupille abbandonato avea di Giove che pensoso in suo segreto divisando venìa come d'Achille, con molta strage delle vite argive, illustrar la vendetta. Alla divina mente alfin parve lo miglior consiglio invïar all'Atride Agamennóne il malefico Sogno. A sé lo chiama, e con presto parlar, Scendi, gli dice, scendi, Sogno fallace, alle veloci prore de' Greci, e nella tenda entrato d'Agamennón, quant'io t'impongo, esponi esatto ambasciator. Digli che tutte in armi ei ponga degli Achei le squadre, che dell'iliaco muro oggi è decreta su nel ciel la caduta; che discordi degli eterni d'Olimpo abitatori più non sono le menti; che di Giuno cessero tutti al supplicar; che in somma l'estremo giorno de' Troiani è giunto. Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito, avvïossi e calossi in un baleno su l'argoliche navi. Entra d'Atride nel queto padiglione, e immerso il trova nella dolcezza di nettareo sonno. Di Nestore Nelìde il volto assume, di Nestore, cui sovra ogni altro duce Agamennóne riveriva, e in queste forme sul capo del gran re sospesa, così la diva visïon gli disse: Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo? Tutta dormir la notte ad uom sconviensi di supremo consiglio, a cui son tante genti commesse e tante cure. Attento dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste nunzio di Giove, che lontano ancora su te veglia pietoso. Egli precetto ti fa di porre tutti quanti in arme prontamente gli Achei. Tempo è venuto che l'ampia Troia in tua man cada: i numi scesero tutti, intercedente Giuno, in un solo volere, e alla troiana gente sovrasta l'infortunio estremo preparato da Giove. Or tu ben figgi questo avviso nell'alma, e fa che seco non lo si porti, col partirsi, il sonno. Sparve ciò detto; e delle udite cose, di che contrario uscir dovea l'effetto, pensoso lo lasciò. Prender di Troia quel dì stesso le mura egli sperossi, né di Giove sapea, stolto! i disegni, né qual aspro pugnar, né quanta il Dio di lagrime cagione e di sospiri ai Troiani e agli Achivi apparecchiava. Si riscuote dal sonno, e la divina voce dintorno gli susurra ancora. Sorge, e del letto su la sponda assiso una molle s'avvolge alla persona tunica intatta, immacolata; gittasi il regal manto indosso; il piè costringe ne' bei calzari; il brando aspro e lucente d'argentee borchie all'omero sospende, l'invïolato avito scettro impugna, ed alle navi degli Achei cammina. Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea di Titon la consorte, annunziatrice dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni; quando con chiara voce i banditori per comando d'Atride a parlamento convocaro gli Achei, che frettolosi accorsero e frequenti. Ma raccolse de' magnanimi duci Agamennóne prima il senato alla nestorea nave, e raccolti che fûro, in questi accenti il suo prudente consultar propose: M'udite, amici. Nella queta notte una divina visïon m'apparve, che te, Nestore padre, alla statura, agli atti, al volto somigliava in tutto. Sul mio capo librossi, e così disse: Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce cui di tanti guerrieri e tante cure commesso è il pondo, non s'addice il sonno. M'odi adunque: mandato a te son io da Giove che dal ciel di te pensiero prende e pietate. Ei tutte ti comanda armar le truppe de' chiomati Achei, ché di Troia il conquisto oggi è maturo; poiché di Giuno il supplicar compose la discordia de' numi, e grave ai Teucri danno sovrasta per voler di Giove. Tu di Giove il comando in cor riponi. Sparve, ciò detto, e quel mio dolce sonno m'abbandonò. La guisa or noi di porre gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria giovi con finto favellar tentarne, fin dove lice, i sentimenti. Io dunque comanderò che su le navi ognuno si disponga alla fuga, e sparsi ad arte voi l'impedite con opposti accenti. Così detto s'assise. In piè rizzossi dell'arenosa Pilo il regnatore Nestore, e saggio ragionando disse: O amici, o degli Achei principi e duci, s'altro qualunque Argivo un cotal sogno detto n'avesse, un menzogner l'avremmo, e spregeremmo: ma lo vide il sommo capo del campo. A risvegliar si corra dunque l'acheo valore. - E sì dicendo usciva il vecchio dal consiglio, e tutti surti in piè lo seguìan gli altri scettrati del re supremo ossequiosi. Intanto il popolo accorrea. Quale dai fori di cava pietra numeroso sbuca lo sciame delle pecchie, e succedendo sempre alle prime le seconde, volano sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo altre di qua affollate, altre di là; così fuor delle navi e delle tende correan per l'ampio lido a parlamento affollate le turbe, e le spronava l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice. Si congregaro alfin. Tumultuoso brulicava il consesso, ed al sedersi di tante genti il suol gemea di sotto. Ben nove araldi d'acchetar fean prova quell'immenso frastuono, alto gridando: Date fine ai clamori, udite i regi, udite, Achivi, del gran Dio gli alunni. Sostârsi alfine: ne' suoi seggi ognuno si compose, e cessò l'alto fragore. Allor rizzossi Agamennón stringendo lo scettro, esimia di Vulcan fatica. Diè pria Vulcano quello scettro a Giove, e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio; questi a Pelope auriga, esso ad Atrèo; Atrèo morendo al possessor di pingui greggi Tieste, e da Tieste alfine nella destra passò d'Agamennóne, che poi sovr'Argo lo distese, e sopra isole molte. A questo il grande Atride appoggiato, sì disse: Amici eroi, Dànai, di Marte bellicosi figli, in una dura e perigliosa impresa Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima mi promise e giurò delle superbe iliache mura la conquista, e in Argo glorioso il ritorno. Or mi delude indegnamente, e dopo tante in guerra vite perdute, di tornar m'impone inonorato alle paterne rive. Del prepotente Iddio questo è il talento, di lui che nell'immensa sua possanza già di molte città l'eccelse rocche distrusse, e molte struggeranne ancora. Ma qual onta per noi appo i futuri che contra minor oste un tale e tanto esercito di forti una sì lunga guerra guerreggi; e non la cómpia ancora? Certo se tutti convocati insieme salda pace a giurar Teucri ed Achivi, e di questi e di quei levato il conto, ad ogni dieci Achivi un Teucro solo mescer dovesse di lïeo la spuma, molte decurie si vedrìan chiedenti con labbro asciutto il mescitor: cotanto maggior de' Teucri cittadini estimo il numero de' nostri. Ma li molti da diverse città raccolti e scesi in lor sussidio bellicosi amici duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto mi vietano espugnar d'Ilio le mura. Già del gran Giove il nono anno si volge da che giungemmo, e già marciti i fianchi son delle navi, e logore le sarte; e le nostre consorti e i cari figli desïando ne stanno e richiamando nelle vedove case. E noi l'impresa che a queste sponde ne condusse, ancora consumar non sapemmo. Al vento adunque, diamo al vento le vele, io vel consiglio, alla dolce fuggiam terra natìa di concorde voler, ché disperata delle mura troiane è la conquista. Mosse quel dire delle turbe i petti, e fremea l'adunanza, a quella guisa che dell'icario mare i vasti flutti si confondono allor che Noto ed Euro della nube di Giove il fianco aprendo a sollevar li vanno impetuosi. E come quando di Favonio il soffio denso campo di biade urta, e passando il capo inchina delle bionde spiche; tal si commosse il parlamento, e tutti alle navi correan precipitosi con fremito guerrier. Sotto i lor piedi s'alza la polve, e al ciel si volve oscura. I navigli allestir, lanciarli in mare, espurgarne le fosse, ed i puntelli sottrarre alle carene era di tutti la faccenda e la gara. Arde ogni petto del sacro amore delle patrie mura, e tutto di clamori il cielo eccheggia. E degli Achei quel dì sarìa seguìto, contro il voler de' fati, il dipartire, se con questo parlar non si volgea Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre invincibile figlia, così dunque, il mar coprendo di fuggenti vele, al patrio lido rediran gli Achivi? Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto lasceran tutto dell'argiva Elèna dopo tante per lei, lungi dal caro nido natìo, qui spente anime greche? Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra lusinghiero parlar, molci i soldati, frena la fuga, né patir che un solo de' remiganti pini in mar sia tratto. Obbediente la cerulea Diva dalle cime d'Olimpo dispiccossi velocissima, e tosto fu sul lido. Ivi Ulisse trovò, senno di Giove, occupato non già del suo naviglio, ma del dolor che il preme, e immoto in piedi. Gli si fece davanti la divina Glaucopide dicendo: O di Laerte generoso figliuol, prudente Ulisse, così dunque n'andrete? E al patrio suolo navigherete, e lascerete a Priamo di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani d'Argo la donna, e invendicato il sangue di tanti, che per lei qui lo versaro, bellicosi compagni? A che ti stai? T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi, dolci adopra parole e li trattieni, né consentir che antenna in mar si spinga. Così disse la Dea. Ne riconobbe l'eroe la voce, e via gittato il manto, che dopo lui raccolse il banditore Eurìbate itacense, a correr diessi; e incontrato l'Atride Agamennóne, ratto ne prende il regal scettro, e vola con questo in pugno tra le navi achee; e quanti ei trova o duci o re, li ferma con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice, valoroso campione? A te de' vili disconvien la paura. Or via, ti resta, pregoti, e gli altri fa restar. La mente ben palese non t'è d'Agamennóne; egli tenta gli Achei, pronto a punirli. Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso consesso ei disse. Deh badiam, che irato non ne percuota d'improvvisa offesa. Di re supremo acerba è l'ira, e Giove, che al trono l'educò, l'onora ed ama. S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea vociferante, collo scettro il dosso batteagli; e, Taci, gli garrìa severo, taci tu tristo, e i più prestanti ascolta tu codardo, tu imbelle, e nei consigli nullo e nell'armi. La vogliam noi forse far qui tutti da re? Pazzo fu sempre de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo ne sia di tutti correttor supremo. Così l'impero adoperando Ulisse frena le turbe, e queste a parlamento dalle navi di nuovo e dalle tende con fragore accorrean, pari a marina onda che mugge e sferza il lido, ed alto ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside ciascheduno al suo posto: il sol Tersite di gracchiar non si resta, e fa tumulto parlator petulante. Avea costui di scurrili indigeste dicerìe pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza o ritegno o pudor le vomitava contro i re tutti; e quanto a destar riso infra gli Achivi gli venìa sul labbro, tanto il protervo beffator dicea. Non venne a Troia di costui più brutto ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso di raro pelo. Capital nemico del Pelìde e d'Ulisse, ei li solea morder rabbioso: e schiamazzando allora colla stridula voce lacerava anche il duce supremo Agamennóne, sì che tutti di sdegno e di corruccio fremean; ma il tristo ognor più forti alzava le rampogne e gridava: E di che dunque ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni di bronzo i padiglioni e di donzelle, delle vinte città spoglie prescelte e da noi date a te primiero. O forse pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede, prezzo del figlio da me preso in guerra, da me medesmo, o da qualch'altro Acheo? O cerchi schiava giovinetta a cui mescolarti in amore alla spartita? Eh via, che a sommo imperador non lice scandalo farsi de' minori. Oh vili, oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo vela una volta; e qui costui si lasci qui lui solo a smaltir la sua ricchezza, onde a prova conosca se l'aita gli è buona o no delle nostr'armi. E dianzi nol vedemmo pur noi questo superbo ad Achille, a un guerrier che sì l'avanza di fortezza, for onta? E dell'offeso non si tien egli la rapita schiava? Ma se d'Achille il cor di generosa bile avvampasse, e un indolente vile non si fosse egli pur, questo sarìa stato l'estremo de' tuoi torti, Atride. Così contra il supremo Agamennóne impazzava Tersite. Gli fu sopra repente il figlio di Laerte, e torvo guatandolo gridò: Fine alle tue faconde ingiurie, ciarlator Tersite. E tu sendo il peggior di quanti a Troia con gli Atridi passâr, tu audace e solo non dar di cozzo ai re, né rimenarli su quella lingua con villane aringhe, né del ritorno t'impacciar, ché il fine di queste cose al nostro sguardo è oscuro, né sappiam se felice o sventurato questo ritorno riuscir ne debba. Ma di tue contumelie al sommo Atride so ben io lo perché: donato il vedi di molti doni dagli achivi eroi, per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io cosa dirotti che vedrai compiuta. Se com'oggi insanir più ti ritrovo, caschimi il capo dalle spalle, e detto di Telemaco il padre io più non sia, mai più, se non t'afferro, e delle vesti tutto nudo, da questo almo consesso non ti caccio malconcio e piangoloso. Sì dicendo, le terga gli percuote con lo scettro e le spalle. Si contorce e lagrima dirotto il manigoldo dell'aureo scettro al tempestar, che tutta gli fa la schiena rubiconda; ond'egli di dolor macerato e di paura s'assise, e obbliquo riguardando intorno col dosso della man si terse il pianto. Rallegrò quella vista i mesti Achivi, e surse in mezzo alla tristezza il riso; e fu chi vòlto al suo vicin dicea: Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo eccellenti e di guerra e di consiglio, ma questa volta fra gli Achei, per dio! fe' la più bella delle belle imprese, frenando l'abbaiar di questo cane dileggiator. Che sì, che all'arrogante passò la frega di dar morso ai regi! Mentre questo dicean, levossi in piedi e collo scettro di parlar fe' cenno l'espugnatore di cittadi Ulisse. In sembianza d'araldo accanto a lui la fiera Diva dalle luci azzurre silenzio a tutti impose, onde gli estremi del par che i primi udirne le parole potessero, ed in cor pesarne il senno. Allora il saggio diè principio: Atride, questi Achivi di te vonno far oggi il più infamato de' mortali. Han posto le promesse in obblìo fatte al partirsi d'Argo alla volta d'Ilïon, giurando di non tornarsi che Ilïon caduto. Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa di vedovelle sospirar li senti, e a vicenda plorar per lo desìo di riveder le patrie mura. E in vero tal qui si pate traversìa, che scusa il desiderio de' paterni tetti. Se a navigante da vernal procella impedito e sbattuto in mar che freme, pur di un mese è crudel la lontananza dalla consorte, che pensar di noi che già vedemmo del nono anno il giro su questo lido? Compatir m'è forza dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno. Ma dopo tanta dimoranza è turpe vôti di gloria ritornar. Deh voi, deh ancor per poco tollerate, amici, tanto indugiate almen, che si conosca se vero o falso profetò Calcante. In cuor riposte ne teniam noi tutti le divine parole, e voi ne foste testimoni, voi sì quanti la Parca non aveste crudel. Parmi ancor ieri quando le navi achee di lutto a Troia apportatrici in Aulide raccolte, noi ci stavamo in cerchio ad una fonte sagrificando sui devoti altari vittime elette ai Sempiterni, all'ombra d'un platano al cui piè nascea di pure linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve subitamente. Un drago di sanguigne macchie spruzzato le cerulee terga, orribile a vedersi, e dallo stesso re d'Olimpo spedito, ecco repente sbucar dall'imo altare, e tortuoso al platano avvinghiarsi. Avean lor nido in cima a quello i nati tenerelli di passera feconda, latitanti sotto le foglie: otto eran elli, e nona la madre. Colassù l'angue salito gl'implumi divorò, miseramente pigolanti. Plorava i dolci figli la madre intanto, e svolazzava intorno pietosamente; finché ratto il serpe vibrandosi afferrò la meschinella all'estremo dell'ala, e lei che l'aure empiea di stridi, nella strozza ascose. Divorata co' figli anco la madre, del vorator fe' il Dio che lo mandava nuovo prodigio; e lo converse in sasso. Stupidi e muti ne lasciò del fatto la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo portento fra gli altari intervenuto incerti ci stavamo e paventosi, Calcante profetò: Chiomati Achivi, perché muti così? Giove ne manda nel veduto prodigio un tardo segno di tardo evento, ma d'eterno onore. Nove augelli ingoiò l'angue divino, nov'anni a Troia ingoierà la guerra, e la città nel decimo cadrà. Così disse il profeta, ed ecco omai tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque perseverate, generosi Achei, restatevi di Troia al giorno estremo. Levossi a questo dire un alto grido, a cui le navi con orribil eco rispondean, grido lodator del saggio parlamento d'Ulisse. Ed incalzando quei detti il vecchio cavalier Nestorre, Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro parole intesi di fanciulli a cui nulla cal della guerra. Ove n'andranno i giuramenti, le promesse e i tanti consigli de' più saggi e i tanti affanni, le libagioni degli Dei, la fede delle congiunte destre? Dissipati n'andran col fumo dell'altare? Achei, noi contendiamo di parole indarno, e in vane induge il tempo si consuma, che dar si debbe a salutar riparo. Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo su gli Achei nelle pugne alza lo scettro: ed in proposte, che d'effetto vote cadran mai sempre, marcir lascia i pochi che in disparte consultano se in Argo redir si debba, pria che falsa o vera si conosca di Giove la promessa. Io ti fo certo che il saturnio figlio, il giorno che di Troia alla ruïna sciolser gli Achivi le veloci antenne, non dubbio cenno di favor ne fece balenando a diritta. Alcun non sia dunque che parli del tornarsi in Argo, se prima in braccio di troiana sposa non vendica d'Elèna il ratto e i pianti. Se taluno pur v'ha che voglia a forza di qua partirsi, di toccar si provi il suo naviglio, e troverà primiero la meritata morte. Tu frattanto pria ti consiglia con te stesso, o sire, indi cogli altri, né sprezzar l'avviso ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri per curie e per tribù, sì che a vicenda si porga aita una tribù con l'altra, l'una con l'altra curia. A questa guisa, obbedendo agli Achei, ti fia palese de' capitani a un tempo e de' soldati qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno con emula virtù pel suo fratello combatterà. Conoscerai pur anco se nume avverso, o codardìa de' tuoi, o poca d'armi maestrìa ti tolga delle dardanie mura la conquista. Saggio vegliardo, gli rispose Atride, in tutti della guerra i parlamenti nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove, a Minerva piacesse e al santo Apollo, ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei a te pari in consiglio; ed atterrata cadrìa ben tosto la città troiana. Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni sommerse, e incauto mi sospinse in vane gare e contese. Di parole avemmo gran lite Achille ed io d'una fanciulla, ed io fui primo all'ira. Ma se fia che in amistà si torni, un sol momento non tarderà di Troia il danno estremo. Or via, di cibo a ristorar le forze itene tutti per la pugna. Ognuno l'asta raffili, ognun lo scudo assetti, di copioso alimento ognun governi i corridor veloci, e diligente visiti il cocchio, e mediti il conflitto; onde questo sia giorno di battaglia tutto e di sangue, e senza posa alcuna, finché la notte non estingua l'ire de' combattenti. Di guerrier sudore bagnerassi la soga dello scudo sui caldi petti, verrà manco il pugno sovra il calce dell'asta, e destrier molli trarranno il cocchio con infranta lena. Qualunque io poscia scorgerò che lungi dalla pugna si resti appo le navi neghittoso, non fia chi salvo il mandi dalla fame de' cani e degli augelli. Così disse, e al finir di sue parole mandâr gli Achivi un altissimo grido somigliante al muggir d'onda spezzata all'alto lido ove il soffiar la caccia di furioso Noto incontro ai fianchi di prominente scoglio, flagellato da tutti i venti e da perpetue spume. Si levâr frettolosi, si dispersero per le navi, destâr per tutto il lido globi di fumo, ed imbandîr le mense. Chi a questo dio sacrifica, chi a quello, al suo ciascun si raccomanda, e il prega di camparlo da morte nella pugna. Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue toro quinquenne al più possente nume sagrifica, e convita i più prestanti: Nestore primamente e Idomenèo, quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse. Spontaneo venne Menelao, cui noto era il travaglio del fratello. E questi fêr di sé stessi una corona intorno alla vittima, e preso il salso farro nel mezzo Agamennóne orando disse: Glorioso de' nembi adunatore Massimo Giove abitator dell'etra, pria che il sole tramonti e l'aria imbruni, fa che fumanti al suol di Priamo io getti gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi le regie porte; fa che la mia lancia squarci l'usbergo dell'ettòreo petto, e che dintorno a lui molti suoi fidi boccon distesi mordano la polve. Disse; ed il nume l'olocausto accolse, ma non il voto, e a lui più lutto ancora preparando venìa. Finito il prego e sparso il farro, ed incurvato all'ara della vittima il collo, la scannaro, la discuoiaro, ne squartâr le cosce, le rivestîr di doppio zirbo, e sopra poservi i crudi brani. Indi la fiamma d'aride schegge alimentando, a quella cocean gli entragni nello spiedo infissi. Adusti i fianchi, e fatto delle sacre viscere il saggio, lo restante in pezzi negli schidon confissero, ed acconcia- -mente arrostito ne levaro il tutto. Finita l'opra, apparecchiâr le mense, e a suo talento vivandò ciascuno. Di cibo sazi e di bevanda, prese a così dire il cavalier Nestorre: Re delle genti glorioso Atride Agamennón, si tolga ogni dimora all'impresa che in pugno il Dio ne pone. Degli araldi la voce alla rassegna chiami sul lido i loricati Achei, e noi scorriamo le raccolte squadre, e di Marte destiam l'ira e il desìo. Assentì pronto il sire, ed al suo cenno l'acuto grido degli araldi diede della pugna agli Achivi il fiero invito. Corsero quelli frettolosi; e i regi di Giove alunni, che seguìan l'Atride, li ponean ratti in ordinanza. Errava Minerva in mezzo, e le splendea sul petto incorrotta, immortal la prezïosa Egida da cui cento eran sospese frange conteste di finissim'oro, e valea cento tauri ogni gherone. In quest'arme la Diva folgorando concitava gli Achivi, ed accendea l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi a pugnar fieramente e senza posa. Allor la guerra si fe' dolce al core più che il volger le vele al patrio nido. Siccome quando la vorace vampa sulla montagna una gran selva incende, sorge splendor che lungi si propaga; così al marciar delle falangi achive mandan l'armi un chiaror che tutto intorno di tremuli baleni il cielo infiamma. E qual d'oche o di gru volanti eserciti ovver di cigni che snodati il tenue collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere lungo il Caïstro, e vagolando esultano su le larghe ale, e nel calar s'incalzano con tale un rombo che ne suona il prato; così le genti achee da navi e tende si diffondono in frotte alla pianura del divino Scamandro, e il suol rimbomba sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli terribilmente. Nelle verdi lande del fiume s'arrestâr gremìti e spessi come le foglie e i fior di primavera. Conti lo sciame dell'impronte mosche che ronzano in april nella capanna, quando di latte sgorgano le secchie, chi contar degli Achei desìa le torme anelanti de' Teucri alla rovina. Ma quale è de' caprai la maestrìa nel divider le greggie, allor che il pasco le confonde e le mesce, a questa guisa in ordinate squadre i capitani schieravano gli Achivi alla battaglia. Agamennón qual tauro era nel mezzo, che nobile e sovrana alza la fronte sovra tutto l'armento e lo conduce: e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde e garbo e maestà, che Marte al cinto, Nettunno al petto, e il Folgorante istesso negli sguardi somiglia e nella testa. Muse dell'alto Olimpo abitatrici, or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive, riguardate le cose e le sapete: a noi nessuna è conta, e ne susurra di fuggitiva fama un'aura appena), dite voi degli Achivi i condottieri. Della turba infinita io né parole farò né nome, ché bastanti a questo non dieci lingue mi sarìan né dieci bocche, né voce pur di ferreo petto. Di tutta l'oste ad Ilio navigata divisar la memoria altri non puote che l'alme figlie dell'Egìoco Giove. Sol dunque i duci, e sol le navi io canto. Erano de' Beozi i capitani Arcesilao, Leìto e Penelèo e Protenore e Clonio, e traean seco d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa, con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta Eteono e di Tespia, e quei che manda la spazïosa Micalesso e Grea; e quei che d'Arma la contrada edùca, ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone e Peteone ed Ila ed Ocalèa. Seguono i prodi della ben costrutta Medeone e di Cope, e gli abitanti d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice. Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa Alïarto e di Glissa e di Platèa e d'Ipotebe dalle salde mura una gran torma: ed altri abbandonaro le sacrate a Nettunno inclite selve d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli; altri il pian di Midèa; altri di Nisa gli almi boschetti, e gli ultimi confini d'Antèdone. Di questi eran cinquanta le navi, e ognuna cento prodi e venti, fior di beozia gioventù, portava. Dell'Orcomèno Minïèo gli eletti, misti a quei d'Aspledóne, hanno a lor duci Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte egregia prole. Ne' secreti alberghi d'Attore Azìde partorilli Astioche vereconda fanciulla, alle superne stanze salita, e al forte iddio commista in amplesso furtivo. Eran di questi trenta le navi che schierârsi al lido. Regge la squadra de' Focensi il cenno di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli del generoso Naubolìde Ifìto. Invìa questi guerrier la discoscesa balza di Pito, e Ciparisso e Crissa, gentil paese, e Daulide e Panope. D'Anemoria e di Jampoli van seco gli abitatori, e quei che del Cefiso beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa domano i gioghi alle cefisie fonti. Son quaranta le prore al mar fidate da questi prodi, e tutte in ordinanza de' Beozî disposte al manco lato. Di Locride guidava i valorosi Aiace d'Oïlèo, veloce al corso. Di tutta la persona egli è minore del Telamonio, né minor di poco; ma picciolo quantunque e non coperto che di lino torace, ei tutti avanza e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta. Di Cino, di Callïaro e d'Opunte lo seguono i deletti, e quei di Bessa, e quei che i colti dell'amena Augèe e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa ai duri agresti, e quei di Tronio a cui il Boagrio torrente i campi allaga. Venti e venti il seguìan preste carene della locrese gioventù venuta di là dai fini della sacra Eubèa. Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti, Eretrïensi, Calcidensi, e quelli dell'aprica vitifera Istïea, e di Cerinto e in una i marinari, e i montanari dell'alpestre Dio, e quei di Stira e di Caristo han duce il bellicoso Elefenòr, figliuolo di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti. Snellissimi di piè portan costoro fiocchi di chiome su la nuca, egregi combattitori, a maraviglia sperti nell'abbassar la lancia, e sul nemico petto smagliati fracassar gli usberghi. E quaranta di questi eran le vele. Della splendida Atene ecco gli eroi, popolo del magnanimo Erettèo cui l'alma terra partorì. Nudrillo ed in Atene il collocò Minerva alla sant'ombra de' suoi pingui altari, ove l'attica gente a statuito giro di soli con agnelli e tauri placa la Diva. Guidator di questi era il Petìde Menestèo. Non vede pari il mondo a costui nella scïenza di squadronar cavalli e fanti. Il solo Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince. Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste sei altre e sei di Salamina uscite, al Telamonio Aiace obbedienti. Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo mandava la pianura e la superba d'ardue mura Tirinto e le di cupo golfo custodi Ermïone ed Asìne. Con essi di Trezene e della lieta di pampini Epidauro e d'Eïone venìa la squadra; e dopo questa un fiero di giovani drappello che d'Egina lasciò gli scogli e di Masete. A questi tre sono i duci, il marzio Dïomede, Stènelo dell'altero Capanèo diletta prole, e il somigliante a nume Eurïalo figliuol di Mecistèo Talaionide. Ma del corpo tutto condottiero supremo è Dïomede. E sono ottanta di costor le antenne. Ma ben cento son quelle a cui comanda il regnatore Agamennóne Atride. Sua seguace è la gente che gl'invìa la regale Micene e l'opulenta Corinto, e quella della ben costrutta Cleone e quella che d'Ornee discende, e dall'amena Aretirèa. Né scarsa fu de' suoi Sicïon, seggio primiero d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte le marittime prode, e tutta intorno d'Elice la campagna impoverîrsi d'abitatori. E questa truppa è fiore di gagliardi, e la più di quante allora schierârsi in campo. D'arme rilucenti iva il duce vestito, ed esultava in suo segreto del vedersi il primo fra tanti eroi; e veramente egli era il maggior di que' regi, e conducea il maggior nerbo delle forze achive. Il concavo di balze incoronato lacedemonio suol Sparta e Brisèe, e Fari e Messa di colombe altrice, e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada, Etila ed Elo al mar giacente e Laa, queste tutte spedîr sovra sessanta prore i lor figli; e Menelao li guida aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene dalla fraterna la sua schiera, e forte del suo proprio valor la sprona all'armi, di vendicar su i Teucri impazïente l'onta e i sospir della rapita Elèna. Di novanta navigli capitano veniva il veglio cavalier Nestorre. Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo, e della ben fondata Epi, con quelli a cui Ciparissente e Anfigenìa sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio, Dorio famosa per l'acerbo scontro che col tracio Tamiri ebber le Muse il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno. Millantava costui che vinte avrìa al paragon del canto anco le Muse, le Muse figlie dell'Egìoco Giove. Adirate le dive al burbanzoso tolser la luce e il dolce canto e l'arte delle corde dilette animatrice. Seguìa l'arcade schiera dalle falde del Cillene discesa e dai contorni del tumulo d'Epìto, esperta gente nel ferir da vicino. Uscìa con essa di campestri garzoni una caterva, che del Fenèo li paschi e il pecoroso Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe e di Strazia i coloni e di Tegèa, e quei d'Enispe tempestosa, e quelli cui dell'amena Mantinèa nutrisce l'opima gleba e la stinfalia valle e la parrasia selva. Avean costoro spiegate al vento di cinquanta e dieci navi le vele, che a varcar le negre onde lor diè lo stesso rege Atride Agamennóne; perocché di studi marinareschi all'Arcade non cale. D'intrepidi nell'arme e sperti petti iva carca ciascuna, e la reggea d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre. La squadra che consegue, e si divide quadripartita, ha quattro duci, e ognuno a dieci navi accenna. Le montaro molti Epèi valorosi, e gli abitanti di Buprasio e del sacro elèo paese, e di tutto il terren che tra il confine di Mirsino ed Irmino si racchiude, e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio. Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco guida il primo squadron, Talpio il secondo egregio seme dell'Eurìto Attòride; Dïore il terzo, generosa prole d'Amarincèo. Del quarto è correttore il simigliante a nume Polisseno, germe dell'Augeïade Agastene. Ai forti di Dulichio e delle sacre Echinadi isolette, che rimpetto alle contrade elèe rompon l'opposto pelago, a questi è condottier Megete, di sembiante guerrier pari a Gradivo. Il generò Filèo diletto a Giove, buon cavalier che dai paterni un giorno odii sospinto alla dulichia terra migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio quaranta prore ad Ilïon guidava. Dei prodi Cefaleni, abitatori d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso, di Crocilèa, di Samo e di Zacinto e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto continente, di tutti è duce Ulisse vero senno di Giove; e lo seguièno dodici navi di vermiglio pinte. Ne spinge in mar quaranta il capitano degli Etoli Toante, a cui fu padre Andrèmone; e traea seco le torme di Pleurone, d'Oleno e di Pilene, quelle dell'aspra Calidone e quelle di Calcide. E raccolta era in Toante degli Etòli la somma signorìa da che la Parca i figli ebbe percosso del magnanimo Enèo, posto col biondo Meleagro infelice ei pur sotterra. Il gran mastro di lancia Idomenèo guida i Cretesi che di Gnosso usciro, di Litto, di Mileto e della forte Gortina e dalla candida Licasto e di Festo e di Rizio, inclite tutte popolose contrade, ed altri molti dell'alma Creta abitator, di Creta che di cento città porta ghirlanda. Di questi tutti Idomenèo divide col marzio Merïon la glorïosa capitananza; e ottanta navi han seco. Nove da Rodi ne varâr gli alteri Rodïani per l'isola partiti in triplice tribù: Lindo, Jaliso, e il biancheggiante di terren Camiro. L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce, grande e robusto battaglier che al forte Ercole un giorno Astïochèa produsse, cui d'Efira e dal fiume Selleente seco addusse l'eroe, poiché distrutto v'ebbe molte cittadi e molta insieme gioventù generosa. Entro i paterni fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto di subitaneo colpo a morte mise Licinnio, al padre avuncolo diletto, e canuto guerrier. Ratto costrusse alquante navi l'uccisore, e accolti molti compagni, si fuggì per l'onde, l'ira vitando e il minacciar degli altri figli e nipoti dell'erculeo seme. Dopo error molti e stenti i fuggitivi toccâr di Rodi il lido, e qui divisi tutti in tre parti posero la stanza: e il gran re de' mortali e degli Dei li dilesse, e su lor piovve la piena d'infinita mirabile ricchezza. Nirèo tre navi conducea da Sima, Nirèo d'Aglaia figlio e di Caropo, Nirèo di quanti navigaro a Troia il più vago, il più bel, dopo il Pelìde beltà perfetta. Ma un imbelle egli era; e turba lo seguìa di pochi oscuri. Quei che tenean Nisiro e Caso e Cràpato e Coo seggio d'Euripilo, e le prode dell'isole Calidne, il cenno regge d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli di Tessalo Eraclìde. E trenta navi aravano a costor l'onda marina. Ditene adesso, o Dive, i valorosi d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo e di Trachine; né di Ftia né d'Ellade, di bellissime donne educatrice, gli eroi tacete, Mirmidon chiamati, ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta prore a costoro è capitano Achille. Ma di guerra in que' cor tace il pensiero, ch'ei più non hanno chi a pugnar li guidi. Il divino Pelìde appo le navi neghittoso si giace, e della tolta Briseide l'ira si smaltisce in petto, bella di belle chiome alma fanciulla che in Lirnesso ei s'avea con molto affanno conquistata per mezzo alla ruïna di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti del bellicoso Eveno ambo i figliuoli Epistrofo e Minete. Per costei languìa nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno del suo destarsi all'armi era vicino. Quei che Filàce e la fiorita Pìrraso, terra a Cerere sacra, e la feconda di molto gregge Itóne, e quei che manda la marittima Antrone e di Ptelèo l'erboso suol, reggea, mentre che visse, il marzïal Protesilao. Ma lui la negra terra allor chiudea nel seno, e la moglie in Filàce derelitta le belle gote lacerava, e tutta vedova del suo re piangea la casa. Primo ei balzossi dalle navi, e primo trafitto cadde dal dardanio ferro: ma senza duce non restò sua schiera, ché Podarce or la guida, esimio figlio del Filacide Ificlo, che di pingui lanose torme avea molta ricchezza. Del magnanimo ucciso era Podarce minor germano; ma perché quel grande non pur d'anni il vincea, ma di prodezza, l'egregio estinto duce era pur sempre di sua schiera il desìo. Di questa squadra son quaranta le navi in ordinanza. Gli abitator di Fere, appo il bebèo stagno, e quelli di Bebe e di Glafira e dell'alta Jaolco avean salpato con undici navigli. Eumelo è duce, germe caro d'Admeto, e la divina in fra le donne Alcesti il partorìo, delle figlie di Pelia la più bella. Di Metone, Taumacia e Melibèa e dell'aspra Olizone era venuto con sette prore un fier drappello, e carca di cinquanta gagliardi era ciascuna, sperti di remo e d'arco e di battaglia. Famoso arciero li reggea da prima Filottete; ma questi egro d'acuti spasmi ora giace nella sacra Lenno, ove da tetra di pestifer angue piaga offeso gli Achei l'abbandonaro. Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi ricorderansi, e in breve. Intanto il fido suo stuol si strugge del desìo di lui, ma non va senza duce. Lo governa Medon cui spurio figlio ad Oïlèo eversor di città Rena produsse. Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome ed Ecalia tenean seggio d'Eurito, han capitani d'Esculapio i figli, della paterna medic'arte entrambi sperti assai, Podalirio e Macaone. Fan trenta navi di costor la schiera. Ormenio, Asterio e l'iperèe fontane, e del Titano le candenti cime i lor prodi mandâr sotto il comando del chiaro figlio d'Evemone Eurìpilo da quaranta carene accompagnato. D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona e della bianca Oloossona i figli procedono suggetti al fermo e forte Polipete, figliuol di Piritòo, del sempiterno Giove inclito seme; e generollo a Piritòo l'illustre Ippodamìa quel dì che dei bimembri irti Centauri ei fe' l'alta vendetta, e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi li confinò. Né solo è Polipete, ma seco è Leontèo, marzio germoglio del Cenìde magnanimo Corone. e questa è squadra di quaranta antenne. Venti da Cifo e due Gunèo ne guida d'Enïeni onerose e di Perebi, franchi soldati, e di color che intorno alla fredda Dodona avean la stanza, e di quelli che solcano gli ameni campi cui l'onda titaresia irriga, rivo gentil che nel Penèo devolve le sue bell'acque, né però le mesce con gli argenti penèi, ma vi galleggia come liquida oliva; ché di Stige (giuramento tremendo) egli è ruscello. Ultimo vien di Tentredone il figlio il veloce Protòo, duce ai Magneti dal bel Penèo mandati e dal frondoso Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi fur dell'achiva armata i capitani. Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente di tanti duci e de' cavalli insieme che gli Atridi seguîr. Prestanti assai eran le ferezïadi puledre ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte come penna d'augello, ambe d'un pelo, d'età pari e di dosso a dritto filo. Il vibrator del curvo arco d'argento Febo educolle ne' pïerii prati, e portavan di Marte la paura nelle battaglie. Degli eroi primiero era l'Aiace Telamonio, mentre perseverò nell'ira il grande Achille, il più forte di tutti; e innanzi a tutti ivan di pregio i corridor portanti l'incomparabil Tessalo. Ma questi nelle ricurve navi si giacea inoperoso, e sempre spirante ira contro l'Atride Agamennóne. Intanto lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco i suoi guerrieri si prendean diletto. Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi pasceano l'apio paludoso e il loto, e i cocchi si giacean coperti e muti nelle tende dei duci, e i duci istessi, del bellicoso eroe desiderosi, givan pel campo vagabondi e inerti. Movean le schiere intanto in vista eguali a un mar di foco inondator, che tutta divorasse la terra; ed alla pesta de' trascorrenti piedi il suol s'udìa rimbombar. Come quando il fulminante irato Giove Inarime flagella duro letto a Tifèo, siccome è grido; così de' passi al suon gemea la terra. Mentre il campo traversano veloci gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri Iri discese di feral novella apportatrice, e la spedìa di Giove un comando. Tenean questi consiglio giovani e vecchi, congregati tutti ne' regali vestiboli. Mischiossi tra lor la Diva, di Polìte assunta l'apparenza e la voce. Era Polìte di Priamo un figlio che, del piè fidando nella prestezza, stavasi de' Teucri esploratore al monumento in cima dell'antico Esïeta, e vi spïava degli Achivi la mossa. In queste forme trasse innanzi la Diva, e al re conversa, Padre, disse, che fai? Sempre a te piace il molto sermonar come ne' giorni della pace; né pensi alla ruina che ne sovrasta. Molte pugne io vidi, ma tali e tante non vid'io giammai ordinate falangi. Numerose al pari delle foglie e dell'arene procedono nel campo a dar battaglia sotto Troia. Tu dunque primamente, Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni ad effetto. Nel sen di questa grande città diversi di diverse lingue abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno de' lor duci si ponga alla lor testa, e tutti in punto di pugnar li metta. Conobbe Ettorre della Dea la voce, e di subito sciolse il parlamento. Corresi all'armi, si spalancan tutte le porte, e folti sboccano in tumulto fanti e cavalli. Alla città rimpetto solitario nel piano ergesi un colle a cui s'ascende d'ogni parte. È detto da' mortai Batïèa, dagl'immortali tomba dell'agilissima Mirinna; ivi i Teucri schierârsi e i collegati. Capitan de' Troiani è il grande Ettorre, d'eccelso elmetto agitator. Lo segue de' più forti guerrier schiera infinita coll'aste in pugno di ferir bramose. Ai Dardani comanda il valoroso figliuol d'Anchise Enea cui la divina Venere in Ida partorì, commista Diva immortale ad un mortal; ned egli solo comanda, ma ben anco i due Antenòridi Archìloco e Acamante in tutte guise di battaglia esperti. Quei che dell'Ida alle radici estreme hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani la profonda beventi acqua d'Asepo, Pandaro guida, licaonio figlio, cui fe' dono dell'arco Apollo istesso. Della città d'Apesio e d'Adrastèa, di Pitïèa la gente e dell'eccelsa ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio corazzato di lino, ambo rampolli di Merope Percosio. Era costui divinator famoso, ed a' suoi figli non consentìa l'andata all'omicida guerra. Ma i figli non l'udir; ché nero a morir li traea fato crudele. Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido e la nobile Arisba i lor guerrieri, ed Asio li conduce, Asio figliuolo d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne da fervidi portato alti cavalli alla riviera sellentèa nudriti. Dalla pingue Larissa i furibondi lanciatori pelasghi Ippòtoo mena con Pilèo, bellicosi ambo germogli del pelasgico Leto Teutamìde. Acamante e l'eroe duce Piròo i Traci conducean quanti ne serra l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni del giavellotto vibratori, Eufemo del Ceade Trezeno alto nipote; poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce la rimota Amidone, e l'Assio, fiume di larga correntìa, l'Assio di cui non si spande ne' campi onda più bella. Dall'èneto paese ov'è la razza dell'indomite mule, conducea di Pilemene l'animoso petto i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo e di splendide case abitatori lungo le rive del Partenio fiume, e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse balze eritine. Li seguìa la squadra degli Alizoni d'Alibe discesi, d'Alibe ricca dell'argentea vena. Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo, e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo. Ma con gli augurii il misero non seppe schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde del Pelìde, quel dì che di nemica strage vermiglio lo Scamandro ei fece. Forci ed Ascanio dëiforme al campo dall'Ascania traean le frigie torme di commetter battaglia impazïenti. Di Pilemene i figli Antifo e Mestle, alla gigèa palude partoriti, ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita. Quindi i Carii di barbara favella di Mileto abitanti e del frondoso monte de' Ftiri e del meandrio fiume e dell'erte di Mìcale pendici. Anfimaco a costor con Naste impera, figli di Nomïon, Naste un prudente, Anfimaco un insano. Iva alla pugna carco d'oro costui come fanciulla: stolto! ché l'oro allontanar non seppe l'atra morte che il giunse allo Scamandro. Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro preda del forte vincitor rimase. Venìan di Licia alfine, e dai rimoti gorghi del Xanto i Licii, e li guidava l'incolpabile Glauco e Sarpedonte. "Iliade" di Omero, libro terzo.Poiché sotto i lor duci ambo schierati
gli eserciti si fur, mosse il troiano come stormo d'augei, forte gridando e schiamazzando, col romor che mena lo squadron delle gru, quando del verno fuggendo i nembi l'oceàn sorvola con acuti clangori, e guerra e morte porta al popol pigmeo. Ma taciturni e spiranti valor marcian gli Achivi, pronti a recarsi di conserto aita. Come talor del monte in su la cima di Scirocco il soffiar spande la nebbia al pastore odiosa, al ladro cara più che la notte, né va lunge il guardo più che tiro di pietra: a questa guisa si destava di polve una procella sotto il piè de' guerrieri che veloci l'aperto campo trascorrean. Venuti di poco spazio l'un dell'altro a fronte gli eserciti nemici, ecco Alessandro nelle prime apparir file troiane bello come un bel Dio. Portava indosso una pelle di pardo, ed il ricurvo arco e la spada; e due dardi guizzando ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci sfidando i primi a singolar conflitto. Il vide Menelao dinanzi a tutti venir superbo a lunghi passi; e quale il cor s'allegra di lïon che visto un cervo di gran corpo o caprïolo, spinto da fame a divorarlo intende, e il latrar de' molossi, e degli audaci villan robusti il minacciar non cura; tale alla vista del Troian leggiadro esultò Menelao. Piena sperando far sopra il traditor la sua vendetta, balza armato dal cocchio: e lui scorgendo venir tra' primi, in cor turbossi il drudo, e della morte paventoso in salvo si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto in montana foresta orrido serpe risalta indietro, e per la balza fugge di paura tremante e bianco in viso, tal fra le schiere de' superbi Teucri, l'ira temendo del figliuol d'Atreo, l'avvenente codardo retrocesse. Ettore il vide, e con ripiglio acerbo gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato! ahi profumato seduttor di donne, vile del pari che leggiadro! oh mai mai non fossi tu nato, o morto fossi anzi ch'esser marito, ché tal fôra certo il mio voto, e per te stesso il meglio, più che carco d'infamia ir mostro a dito. Odi le risa de' chiomati Achei, che al garbo dell'aspetto un valoroso ti suspicâr da prima, e or sanno a prova che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma. E vigliacco qual sei tu il mar varcasti con eletti compagni? e visitando straniere genti tu dall'apia terra donna d'alta beltà, moglie d'eroi, rapir potesti, e il padre e Troia e tutti cacciar nelle sciagure, agl'inimici farti bersaglio, ed infamar te stesso? Perché fuggi? perché di Menelao non attendi lo scontro? Allor saprai di qual prode guerrier t'usurpi e godi la florida consorte: né la cetra ti varrà né il favor di Citerea, né il vago aspetto né la molle chioma, quando cadrai riverso nella polve. Oh fosser meno paurosi i Teucri! ché tu n'andresti già, premio al mal fatto, d'un guarnello di sassi rivestito. Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo, a ragion mi rampogni, ed io t'escuso. Ma quel duro tuo cor scure somiglia che ben tagliente una navale antenna fende, vibrata da gagliardi polsi, e nerbo e lena al fenditor raddoppia. Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni, ché, qualunque pur sia, gradito e bello sempre è il dono d'un Dio; né il conseguirlo è nel nostro volere. Or se t'aggrada ch'io scenda a duellar, fa che l'achee squadre e le teucre seggansi tranquille, e me nel mezzo e Menelao mettete d'Elena armati a terminar la lite, e di tutto il tesor di ch'ella è ricca. Qual si vinca di noi s'abbia la donna con tutto insieme il suo regal corredo, e via la meni alle sue case; e tutti su le percosse vittime giurando amistà, voi di Troia abiterete l'alma terra securi, e quelli in Argo faran ritorno e nell'Acaia in braccio alle vaghe lor donne. - A questo dire brillò di gioia Ettorre, ed elevando l'asta brandita e procedendo in mezzo, di sostarsi fe' cenno alle sue schiere. Tutte fêr alto: ma gl'infesti Achei a saettar si diero alla sua mira e dardi e sassi, infin che forte alzando la voce Agamennón: Cessate, ei grida, cessate, Argivi; non vibrate, Achei, ch'egli par che parlarne il bellicoso Ettore brami. - Riverenti tutti cessâr le offese, e si fur queti. Allora fra questo campo e quello Ettor sì disse: Troiani, Achivi, dal mio labbro udite ciò che parla Alessandro, esso per cui fra noi surta ed accesa è tanta guerra. Egli vuol che de' Teucri e degli Achei quete stian l'armi, e sia da solo a solo col bellicoso Menelao decisa d'Elena la querela, e in un di quanta ricchezza le pertien. Quegli de' due che rimarrassi vincitor, si prenda la bella donna, e in sua magion l'adduca col tutto che possiede: e sia tra noi con saldi patti l'amistà giurata. Disse; e tutti ammutîr. Ma non già muto si restò Menelao, che doloroso, Me pur, gridava, me me pure udite, ché il primo offeso mi son io. Fra' Greci bramo io pur diffinita e fra' Troiani questa lite una volta e le sofferte molte sventure per la mia ragione e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello perisca di noi due, che dalla Parca è dannato a perire; e voi con pace vi separate. Una negr'agna adunque svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove offrirassi da noi. Ma venga all'ara la maestà di Prïamo, e la pace giuri egli stesso su le sacre fibre (ché spergiuri per prova e senza fede io conosco i suoi figli), onde protervo nessun di Giove i giuramenti infranga. Incostante, com'aura, è per natura de' giovani il pensier; ma dove il senno intervien de' canuti, a cui presenti son le passate e le future cose, ivi è felice d'ambe parti il fine. Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei la dolce speme di finir la guerra. Schieraro i cocchi e ne smontâr: svestiti quindi dell'armi, le adagiâr su l'erba, l'une appresso dell'altre, e breve spazio separava le schiere. Alla cittade due banditori, a trarne i sacri agnelli e a chiamar ratti il padre, Ettore invìa: invìa del pari il rege Agamennóne alle navi Taltibio, onde la terza ostia n'adduca; e obbediente ei corse. Scese intanto dal cielo ambasciatrice Iri ad Elèna dalle bianche braccia, della cognata Laodice assunto il sembiante gentil, di Laodice che pregiata del prence Elicaone, d'Antènore figliuolo, era consorte, e tra le figlie prïamee tenuta la più vaga. Trovolla che tessea a doppia trama una splendente e larga tela, e su quella istorïando andava le fatiche che molte a sua cagione soffrìano i Teucri e i loricati Achei. La Diva innanzi le si fece, e disse: Sorgi, sposa diletta, a veder vieni de' Troiani e de' Greci un ammirando spettacolo improvviso. Essi che dianzi di sangue ingordi lagrimosa guerra si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo alle lunghe lor picche al suol confitte. Alessandro frattanto e Menelao per te coll'asta in singolar certame combatteranno, e tu verrai chiamata del prode vincitor cara consorte. Con questo ragionar la Dea le mise un subito nel cor dolce desìo del primiero marito e della patria e de' parenti. Ond'ella in bianco velo prestamente ravvolta, e di segrete tenere stille rugiadosa il ciglio, della stanza n'usciva; e non già sola, ma due donzelle la seguìan, Climene per grand'occhi lodata, e di Pitteo Etra la figlia. Delle porte Scee giunser tosto alla torre, ove seduto Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio, Pantòo, Timete, Icetaone e i due spegli di senno Ucalegonte e Antènore, del popol senïori, che dell'armi per vecchiezza deposto avean l'affanno, ma tutti egregi dicitor, sembianti alle cicade che agli arbusti appese dell'arguto lor canto empion la selva. Come vider venire alla lor volta la bellissima donna i vecchion gravi alla torre seduti, con sommessa voce tra lor venìan dicendo: In vero biasmare i Teucri né gli Achei si denno se per costei sì dïuturne e dure sopportano fatiche. Essa all'aspetto veracemente è Dea. Ma tale ancora via per mar se ne torni, e in nostro danno più non si resti né de' nostri figli. Dissero; e il rege la chiamò per nome: Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta, siedimi accanto, e mira il tuo primiero sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna non hai colpa tu meco, ma gli Dei, che contra mi destâr le lagrimose arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi chi sia quel grande e maestoso Acheo di sì bel portamento? Altri l'avanza ben di statura, ma non vidi al mondo maggior decoro, né mortale io mai degno di tanta riverenza in vista: Re lo dice l'aspetto. - E la più bella delle donne così gli rispondea: Suocero amato, la presenza tua di timor mi rïempie e di rispetto. Oh scelta una crudel morte m'avessi, pria che l'orme del tuo figlio seguire, il marital mio letto abbandonando e i fratelli e la cara figlioletta e le dolci compagne! Al ciel non piacque; e quindi è il pianto che mi strugge. Or io di ciò che chiedi ti farò contento. Quegli è l'Atride Agamennón di molte vaste contrade correttor supremo, ottimo re, fortissimo guerriero, un dì cognato a me donna impudica, s'unqua fui degna che a me tale ei fosse. Disse; ed in lui maravigliando il vecchio fisse il guardo e sclamò: Beato Atride, cui nascente con fausti occhi miraro la Parca e la Fortuna, onde il comando di fior tanto d'eroi ti fu sortito! Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero la vitifera Frigia. Un denso io vidi popolo di cavalli agitatore dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo, che poste del Sangario alla riviera avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi lor collegato, e fui del numer uno il dì che a pugna le virili Amàzzoni discesero. Ma tante allor non fûro le frigie torme no quante or l'achee. Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio la donna interrogò: Dinne chi sia quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo minor del sommo Agamennón, ma parmi e del petto più largo e della spalla. Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli come arïète si ravvolve e scorre tra le file de' prodi; e veramente parmi di greggia guidator lanoso quando per mezzo a un branco si raggira di candide belanti, e le conduce. Quegli è l'astuto laerziade Ulisse, la donna replicò, là nell'alpestre suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno di molti ingegni ha il capo e di consigli. Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio Antènore. Spedito a dimandarti col forte Menelao qua venne un tempo ambasciatore Ulisse, ed io fui loro largo d'ospizio e d'accoglienze oneste, e d'ambo studïai l'indole e il raro accorgimento. Ma venuto il giorno di presentarsi nel troian senato, notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi, il soprastava Menelao di spalla; ma seduti, apparìa più augusto Ulisse. Come poi la favella e de' pensieri spiegâr la tela, ognor succinto e parco ma concettoso Menelao parlava; ch'uom di molto sermone egli non era, né verbo in fallo gli cadea dal labbro, benché d'anni minor. Quando poi surse l'itaco duce a ragionar, lo scaltro stavasi in piedi con lo sguardo chino e confitto al terren, né or alto or basso movea lo scettro, ma tenealo immoto in zotica sembianza, e un dispettoso detto l'avresti, un uom balzano e folle. Ma come alfin dal vasto petto emise la sua gran voce, e simili a dirotta neve invernal piovean l'alte parole, verun mortale non avrebbe allora con Ulisse conteso; e noi ponemmo la maraviglia di quel suo sembiante. Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia che ha membra di gigante, e va sovrano degli omeri e del capo agli altri tutti? - Il grande Aiace, rispondea racchiusa nel fluente suo vel la dìa Lacena, Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi? ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia, e de' Cretensi gli fan cerchio i duci. Spesso ad ospizio nelle nostre case l'accolse Menelao, ben lo ravviso, e ravviso con lui tutti del greco campo i primi, e potrei di ciascheduno dir anco il nome: ma li due non veggo miei germani gemelli, incliti duci, Càstore di cavalli domatore, e il valoroso lottator Polluce. Forse di Sparta non son ei venuti; o venuti, di sé nelle battaglie niegan far mostra, del mio scorno ahi! forse vergognosi, e dell'onta che mi copre. Così parlava, né sapea che spenti il diletto di Sparta almo terreno lor patrio nido li chiudea nel grembo. Venìan recando i banditori intanto dalla città le sacre ostie di pace, due trascelti agnelletti, e della terra giocondo frutto generoso vino chiuso in otre caprigno. Il messaggiero Idèo recava un fulgido cratere ed aurati bicchier. Giunto al cospetto del re vegliardo sì l'invita e dice: Sorgi, figliuol laomedonteo; nel campo ti chiamano de' Teucri e degli Achei gli ottimati a giurar l'ostie percosse d'un accordo. Alessandro e Menelao disputeransi colle lunghe lancie l'acquisto della sposa; e questa e tutte sue dovizie daransi al vincitore. Noi patteggiando un'amistà fedele Ilio securi abiteremo, e in Argo daran volta gli Achei. Sì disse; e strinse il cor del vecchio la pietà del figlio. A' suoi sergenti nondimen comanda d'aggiogargli i destrieri, e quelli al cenno pronti obbediro. Montò Priamo, e indietro tratte le briglie, fe' su l'alto cocchio salirsi al fianco Antènore. Drizzaro fuor delle Scee nel campo i corridori. De' Troi giunti al cospetto e degli Achei scesero a terra, e fra l'un campo e l'altro procedean venerandi. Ad incontrarli tosto rizzossi Agamennón, rizzossi l'accorto Ulisse; e i risplendenti araldi tutto venìan frattanto apparecchiando dell'accordo il bisogno, e nel cratere mescean le sacre spume. Indi de' regi dieder l'acqua alle mani; e Agamennóne tratto il coltello che alla gran vagina della spada portar solea sospeso, de' consecrati agnei recise il ciuffo: e quinci in giro e quindi distributo fu dagli araldi il sacro pelo ai duci, de' quai nel mezzo Agamennón, levando e la voce e le man, supplice disse: Giove, d'Ida signor, massimo padre, e sovra ogni altro glorioso Iddio, Sole che tutto vedi e tutto ascolti, alma Tellure genitrice, e voi fiumi, e voi che punite ogni spergiuro laggiù nel morto regno, inferni Dei, siate voi testimoni e in un custodi del patto che giuriam. Se a Menelao darà morte Alessandro, egli in sua possa Elena e tutto il suo tesor si tegna; e noi spedito promettiam ritorno su l'ondivaghe prore al patrio lido. Ma se avverrà che Menelao di vita spogli Alessandro, i Teucri allor la donna ne renderanno e l'aver suo con ella, pagando ammenda che convegna, e tale che ne passi il ricordo anco ai futuri. Se Priamo e i figli suoi, spento Alessandro, negheran di pagarla, io qui coll'arme sosterrò mia ragione, e rimarrovvi finché punito il mancator ne sia. Disse; e col ferro degli agnelli incise le mansuete gole, e palpitanti sul terren li depose e senza vita. Ciò fatto, il sacro di Lïeo licore dal cratere attignendo, agl'Immortali fean colle tazze libagioni e voti; e qualche Teucro e qualche Acheo s'intese in questo mentre così dire: O sommo augustissimo Giove, e voi del cielo Dii tutti quanti, udite: A chi primiero rompa l'accordo, sia Troiano o Greco, possa il cerèbro distillarsi, a lui ed a' suoi figli, al par di questo vino, e adultera la moglie ir d'altri in braccio. Così pregâr: ma chiuse a cotal voto Giove l'orecchio. Il re dardanio allora, Uditemi, dicea, Teucri ed Achei: alla cittade io riedo. A qual de' due troncar debba la Parca il vital filo sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno. Ma contemplar del fiero Atride a fronte un amato figliuol, vista sì cruda gli occhi d'un padre sostener non ponno. Sì dicendo, sul cocchio le sgozzate vittime pose il venerando veglio, e ascesovi egli stesso, e tratte al petto le pieghevoli briglie, al par con seco fe' Antènore salire, e via con esso al ventoso Ilïon si ricondusse. Ettore allora primamente e Ulisse misurano la lizza. Indi le sorti scosser nell'elmo a chi primier dovesse l'asta vibrar. L'un campo intanto e l'altro le mani alzando supplicava al cielo, e qualche labbro bisbigliar s'udìa: Giove padre, che grande e glorïoso godi in Ida regnar, quello de' due, che tra noi fu cagion di sì gran lite, fa che spento precipiti alla cupa magion di Pluto, ed una salda a noi amistà ne concedi e patti eterni. Fra questo supplicar l'elmo squassava Ettòr, guardando addietro: ed ecco uscire di Paride la sorte. Allor s'assise al suo posto ciascun, vicino a' suoi scalpitanti destrieri e alle giacenti armi diverse. Della ben chiomata Elena intanto l'avvenente sposo Alessandro di fulgida armatura tutto si veste. E pria di bei schinieri che il morso costrignea d'argentea fibbia, cinse le tibie. Quindi una lorica del suo germano Licaon, che fatta al suo sesto parea, si pose al petto: all'omero sospese il brando, ornato d'argentei chiovi; un poderoso scudo di grand'orbe imbracciò; chiuse la fronte nel ben temprato e lavorato elmetto, a cui d'equine chiome in su la cima alta una cresta orribilmente ondeggia. Ultima prese una robusta lancia che tutto empieagli il pugno. In questo mentre del par s'armava il bellicoso Atride. Di lor tutt'arme accinti i due guerrieri s'appresentâr nel mezzo, e si guataro biechi. Al vederli stupor prese e tema i Dardani e gli Achei. L'un contra l'altro l'aste squassando al mezzo dell'arena s'avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano primier la lunga e grave asta vibrando la rotella colpì del suo nemico, ma non forolla, ché la buona targa rintuzzonne la punta. Allor secondo coll'asta alzata Menelao si mosse così pregando: Dammi, o padre Giove, sovra costui che m'oltraggiò primiero, dammi sovra il fellon piena vendetta. Tu sotto i colpi di mia destra il doma sì che il postero tremi, e a non tradire l'ospite apprenda che l'accolse amico. Disse, e l'asta avventò, la conficcò dell'avversario nel rotondo scudo. Penetrò fulminando la ferrata punta il pavese rilucente, e tutta trapassò la corazza, lacerando la tunica sul fianco a fior di pelle. Incurvossi il Troiano, ed il mortale colpo schivò. L'irato Atride allora trasse la spada, ed erto un gran fendente gli calò ruïnoso in su l'elmetto. Non resse il brando, ché in più pezzi infranto gli lasciò la man nuda; ond'ei gemendo e gli occhi alzando dispettoso al cielo, Crudel Giove, gridava, il più crudele di tutti i numi! Io mi sperai punire di questo traditor l'oltraggio: ed ecco che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro, e gittai l'asta indarno e senza offesa. Così fremendo, addosso all'inimico con furor si disserra: alla criniera dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza verso gli Achivi quel meschino, a cui la delicata gola soffocava il trapunto guinzaglio che le barbe annodava dell'elmo sotto il mento. E l'avrìa strascinato, e a lui gran lode venuta ne sarìa; ma del periglio fatta Venere accorta i nodi sciolse del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto seguì la mano del traente Atride. Aggirollo l'eroe, e fra le gambe lo scagliò degli Achei, che festeggianti il raccolsero. Allor di porlo a morte risoluto l'Atride, alto coll'asta di nuovo l'assalì. Di nuovo accorsa lo scampò Citerea, che agevolmente il poté come Diva: lo ravvolse di molta nebbia, e fra il soave olezzo dei profumati talami il depose. Ella stessa a chiamar quindi la figlia corse di Leda, e la trovò nell'alta torre in bel cerchio di dardanie spose. Prese il volto e le rughe d'un'antica filatrice di lane, che sfiorarne ad Elena solea di molte e belle nei paterni soggiorni, e sommo amore posto le avea. Nella costei sembianza la Dea le scosse la nettarea veste, e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama Alessandro che già negli odorati talami stassi, e su i trapunti letti tutto risplende di beltà divina in sì gaio vestir, che lo diresti ritornarsi non già dalla battaglia, ma invïarsi alla danza, o dalla danza riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno le commosse. Ma quando all'incarnato del bellissimo collo, e all'amoroso petto, e degli occhi al tremolo baleno riconobbe la Dea, coglier sentissi di sacro orrore, e ritrovate alfine le parole, sclamò: Trista! e che sono queste malizie? Ad alcun'altra forse di Meonia o di Frigia alta cittade vuoi tu condurmi affascinata in braccio d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto il suo rival, me d'odio carca a Sparta e perdonata Menelao radduce, sei tu venuta con novelli inganni ad impedirlo? E ché non vai tu stessa e goderti quel vile? Obblìa per lui l'eterea sede, né calcar più mai dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco, soffri fedele ogni martello, e il cova finché t'alzi all'onor di moglie o ancella; ch'io tornar non vo' certo (e fôra indegno) a sprimacciar di quel codardo il letto, argomento di scherno alle troiane spose, e a me stessa d'infinito affanno. E irata a lei la Dea: Non irritarmi, sciagurata! non far ch'io t'abbandoni nel mio disdegno, e tanto io sia costretta ad abborrirti alfin quanto t'amai; e t'amai certo a dismisura. Or io negli argolici petti e ne' troiani metterò, se mi tenti, odii sì fieri, che di mal fato perirai tu pure. L'alma figlia di Leda a questo dire tremò, si chiuse nel suo bianco velo, e cheta cheta in via si pose, a tutte le Troadi celata, e precorreva a' suoi passi la Dea. Poiché venute fur d'Alessandro alle splendenti soglie, corser di qua di là le scaltre ancelle ai donneschi lavori, ed ella intanto bellissima saliva e taciturna ai talami sublimi. Ivi l'amica del riso Citerea le trasse innanzi di propria mano un seggio, e di rimpetto ad Alessandro il collocò. S'assise la bella donna, e con amari accenti, garrì, senza mirarlo, il suo marito: E così riedi dalla pugna? Oh fossi colà rimasto per le mani anciso di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure e di lancia e di spada e di fortezza ti vantasti più volte esser migliore. Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride alla seconda singolar tenzone. Ma t'esorto, meschino, a ti star queto, né nuovo ritentar d'armi periglio col tuo rivale, se la vita hai cara. Non mi ferir con aspri detti, o donna, le rispose Alessandro. Fu Minerva che vincitor fe' Menelao, sol essa. Ma lui del pari vincerò pur io, ch'io pure al fianco ho qualche Diva. Or via pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso su queste piume; ché giammai sì forte per te le vene non scaldommi Amore, quel dì né pur che su veloci antenne io ti rapìa di Sparta, e tuo consorte nell'isola Crenea ti giacqui in braccio. No, non t'amai quel dì quant'ora, e quanto di te m'invoglia il cor dolce desìo. Disse; ed al letto s'avvïaro, ei primo, ella seconda; e l'un dell'altro in grembo su i mollissimi strati si confuse. Come irato lïon l'Atride intanto di qua di là si ravvolgea cercando il leggiadro rival; né lui fra tanta turba di Teucri e d'alleati alcuno significar sapea, né lo sapendo l'avrìa di certo per amor celato; ché come il negro ceffo della morte abborrito da tutti era costui. Fattosi innanzi allora Agamennóne, Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia alleati, m'udite. Vincitore fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque Elena ne rendete, e tutta insieme la sua ricchezza, e d'un'ammenda inoltre ne rintegrate che convegna, e tale che memoria ne passi anco ai nepoti. Disse; e tutto gli plause il campo acheo. UNA MIA AMICA...Utenti coi quali discuto maggiormente.Le mie Tagsaborto
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1994
Tratto dalla Teogonia di Esiodo (da 154 a 184) Bur, traduzione di Graziano Arrighetti.Ma quanti da Urano e Gaia nacquero
ed erano i più tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre fin dall'inizio, e appena uno di loro nasceva tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce, nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia sua opera, Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa, stipata; allora escogitò un artificio ingannevole e malvagio. Presto, creata la specie del livido adamante, fabbricò una gran falce e si rivolse ai suoi figli e disse, a loro aggiungendo coraggio, afflitta nel cuore: "Figli miei e d'un padre scellerato, se voi volete obbedirmi potremo vendicare il malvagio oltraggio del padre vostro, ché per primo concepì opere infami”. Così disse e tutti allora prese il timore, né alcuno di loro parlò; ma, preso coraggio, il grande Crono dai torti pensieri rispose con queste parole alla madre sua illustre: “Madre, sarò io, lo prometto, che compirò questa opera, ché d'un padre esecrabile cura non ho, sia pur mio, che per primo compì opere infami". Così disse, e gioì grandemente nel cuore Gaia prodigiosa e lo pose nascosto in agguato; e gli diede in mano la falce dai denti aguzzi e così ordì tutto l'inganno. Venne, portando la notte, il grande Urano, e attorno a Gaia desideroso d'amore incombette e si stese comunque; ma dall'agguato il figlio si sporse con la mano sinistra e con la destra prese la falce terribile, grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre con forza tagliò, e poi via li gettò, dietro; ma non fuggirono invano dalla sua mano: infatti, quante gocce sprizzarono cruente, tutte le accolse Gaia e nel volgere degli anni Breve commento alla recensione di un libro di Zichichi.E' vero che la logica (come la razionalità in generale) è contradittoria: lo è come tutti gli strumenti, per esempio: col martello puoi costruire o puoi distruggere. Lo stesso la logica, può essere utile ad analizzare o può portarti fuori strada (visto che la logica non è uguale per tutti). La logica è uno strumento nelle nostre mani ed è limitata in quanto siamo esseri della natura e quindi limitati. Ma TUTTI gli esseri sono limitati. Nessuno è in grado di dimostrare l'esistenza di un essere onnipotente. Ma anche se la razionalità è uno strumento limitato, è di gran lunga più utile di credenze aprioristiche! Comodo dire "La razionalità è limitata, la logica è contradittoria quindi tanto vale seguire la fede cieca!". Perché è questo che fa Zichichi, alla logica preferisce l'affermazione indimostrabile! Affermazioni buttate là che non è in grado di dimostrare (e lo dice lui stesso di non essere in grado). Visto che lui parla di creazione dovrebbe sapere che dalla scienza nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto esiste e si trasforma. La materia non appare dal nulla! E neanche l'energia! Quindi come fa ad affermare che scienza e bibbia non sono in contrapposizione? Ora lo vedremo. Ho trovato una recensione di questo libro di Zichichi. Il titolo esatto è: "Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo". Cominciamo ad analizzare cosa dice Zichichi. Da http://www.riflessioni.it/testi/zichichi.htm
"E' opinione comune che le leggi dell'universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti del nostro tempo; un dramma che conobbe il suo primo controverso atto con Galileo Galilei. Zichichi, smentisce e ribalta tale contrapposizione:" Ora sentiamo cosa dice Zichichi: "Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l'esistenza di Dio [...] Nessuna scoperta scientifica ha messo in dubbio l'esistenza di Dio. [...]. Né la Scienza né la Logica permettono di concludere che Dio non esiste."" E ancora! E' chi dice che qualcosa esiste che lo deve dimostrare! Io potrei dire: "Non esiste alcuna scoperta scientfica che possa essere usata per mettere in dubbio i mostri spaziali supertecnologici di cui parlavo su un altro blog". E allora? Mica per questo esistono. So che non esistono come so che non esiste il dio unico in quanto so come, quando e da chi questo dio è stato inventato. Perché i mostri spaziali no e questo dio sì? E perché questo dio deve essere unico? Perché è l'idea che gli è stata inculcata fin da piccolo! "Proprio Galilei, scopritore del principio d'inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella natura che porta le impronte di Colui che ha fatto il mondo. E credenti erano Maxwell e Planck, due padri della fisica contemporanea, uomini che hanno scoperto nuovi orizzonti sulle leggi dell'universo grazie allo studio di particelle infinitamente piccole; tanto piccole da non poter contenere traccia né di angeli né di santi, e da non poter quindi avallare, apparentemente, alcuna spiegazione razionale dell'esistenza del divino." Forse erano credenti perché da piccoli hanno ricevuto la stessa manipolazione mentale! Non mi risulta che siano diventati credenti da adulti! Al massimo da adulti hanno cercato di giustificare la loro fede, nella stessa maniera che sta facendo Zichichi, il quale non è alla ricrca di come stanno le cose effettivamente (cioè non dice "Non ho nessuna prova dell'esistenza di Dio quindi non vedo perché devo credere!") ma cerca di giustificare ciò che già crede aprioristicamente (cioè dice "Non c'è nessuna legge scientifica che dimostra l'inesistenza di Dio quindi non vedo perché non credere). Non si chiede da dove gli viene questa idea! Non pensa che se quella idea non gli fosse stata inculcata fin da piccolo non gli sarebbe neppure passato per la testa il dio unico. Chissà come mai 3000 anni fà nessuno parlava del dio unico: forse perché nessuno gli aveva inculcato questa assurdità fin da piccolo! Se a qualcuno che oggi è monoteista invece del dio unico fosse stata inculcata fin da piccolo un'altra assurdità forse qualcuno di loro crederebbe a quest'altra assurdità! "Le conquiste della scienza non oscurano le leggi divine, ma le rafforzano, contribuendo a risvegliare lo stupore e l'ammirazione per il meraviglioso spettacolo del cosmo, che va dal cuore di un protone ai confini dell'universo. [...]. La scienza è fonte di valori che sono in comunione, non in antitesi con l'insegnamento delle Sacre Scritture, con i valori quindi della Verità Rivelata." Sì? La scienza è d'accordo con la bibbia? Cioè per la scienza il mondo è stato creato in sette giorni e la prima donna è nata dalla costola del primo uomo? E la donna e l'uomo sono stati creati e non evoluti? E' questo che dice la scienza? Ti sembra scientifico il discorso di Gesù Cristo secondo il quale cadranno le stelle sulla terra? Come il cielo fosse un soffitto e le stelle fossero delle lampadine avvitate che si potrebbero staccare e cadere! "Nessun ateo può quindi illudersi di essere più logico e scientifico di colui che crede. Chi sceglie l'Ateismo fa quindi un atto di Fede: nel nulla. Credere in Dio è più logico e scientifico che credere nel nulla." Ma che cazzo vuol dire "credere nel nulla"? Nessuno crede nel nulla! Questa è la cazzata più cazzata delle cazzate: è da Nobel! Altro che premio per la scienza! "Si potrebbe obiettare: dal momento in cui risulta impossibile arrivare a Dio tramite scoperta di Logica Matematica o per via di una scoperta scientifica né Logica né scienza possono essere più invocate per arrivare all'atto di Fede. Tutto ciò è esatto. Infatti la fede è un dono di dio. Corroborata però dall'atto di Ragione nel Trascendente. Si rifletta comunque un po%u2019. La Logica Matematica e la Scienza sono attività intellettuali che operano nell'Immanente. Se fosse possibile dimostrare l'esistenza di Dio per via di un rigoroso procedimento di Logica matematica, Dio sarebbe l'equivalente di un teorema matematico. Se fosse possibile dimostrare l'esistenza di Dio per via di una serie di ricerche rigorosamente scientifiche, Dio sarebbe l'equivalente di una grande scoperta scientifica. Se ciò fosse possibile, l'uomo sarebbe in grado di arrivare al teorema supremo: la dimostrazione matematica dell'esistenza di Dio. Ovvero la più straordinaria di tutte le scoperte scientifiche: la scoperta di Dio. Teorema e scoperta oltre le quali non potrebbe esserci nient'altro." Con queste parole Zichichi ammette la sua incapacità di dimostrare l'esistenza del suo dio! E dice anche che nessuno può farlo! "Sia la ricerca matematica sia quella scientifica hanno invece una proprietà fondamentale in comune. Ogni scoperta apre nuovi orizzonti. Concetti mai prima immaginati, Colonne e Forze di cui nessuno era riuscito a fantasticare l'esistenza, si presentano agli occhi del ricercatore come tappe di un cammino apparentemente senza fine." Un cammino apparentemente senza fine? E verso cosa? E perché deve esserci un cammino prestabilito ed unico? Ognuno può decidere di camminare nella direzione che vuole, infatti le idee di Zichichi non viaggiano certo con le mie. Questa è un affermazione che non dimostra, forse la dimostra nel suo libro ma ne dubito. Oppure voleva intendere qualcos'altro. "Colui che ha fatto il mondo queste cose le conosce." Altra affermazione apodittica del tipo "Babbo Natale porta i regali sulla slitta". Affermazione che nonostante io non abbia letto il suo libro posso già dedurre che non riesce a giustificarla nel suo libro in quanto ha già detto che nessuno è in grado di dimostrare l'esistenza del suo dio! "Solo un Suo pari potrebbe saperne altrettanto." E a questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che esiste qualcuno al suo pari, o magari qualcuno più potente di lui! A questo punto se questo dio ha creato il mondo, da chi è stato creato questo dio? Si è creato da solo? C'è sempre stato? Ma cosa vuol dire "sempre"? Non esiste il tempo se non come percezione soggettiva, il tempo ha un'inizio ed una fine! Questo dio non potrebbe essere stato creato da un dio più potente di lui che magari a sua volta è stato creato da un'altro dio ancora? Anch'io potrei sparare assurdità alla Zichichi ma almeno io avrei più fantasia! Invece lui si limita a ciò che gli è stato inculcato fin da piccolo! Che tristezza! "Noi siamo miseri mortali: fatti sì, a sua immagine e somiglianza." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo! L'unica cosa che condivido è che siamo mortali ma io non mi sento misero a differenza di Zichichi. "Privi però della Sua potenza intellettuale." Siamo privi della potenza intellettuale di un dio che non esiste: questa è un ovvietà! "Ecco perché io penso che noi non sapremo mai tutta la Matematica né tutta la Scienza." Penso? Che senso ha dire TUTTA la scienza o la matematica? Mica esiste un tetto massimo ben definito! "C'è un aspetto della realtà in cui viviamo che mi affascina in modo particolare: il cammino senza soste, l'ascesa continua, nello studio della Logica Matematica e della Scienza." Anche il concetto di ascesa o di discesa. Come esistesse una strada che percorrendola in ascesa si possa camminare verso questo dio inesistente. "Ciò è possibile grazie all'intelletto che ci ha voluto dare Colui che ha fatto il mondo." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo: non è in grado di dimostrare l'esistenza di questo dio! "E' un privilegio straordinario essere stati invitati al tavolo della ragione che opera l'Immanente e nel Trascendente. Attorno a quel tavolo noi siamo seduti, desiderosi di apprendere, non di cacciar via Colui che ci ha invitati. Il tavolo della ragione permette però all'uomo di riflettere sul Trascendente e sull'Immanente." Questo si chiama: "delirio di onnipotenza"! Come se noi esseri umani fossimo invitati a questo tavolo mentre le altre specie della natura no. Ah sì, è vero: quelle sono state create da questo dio solo per essere usufruite da noi! "Ed ecco dove l'atto di Fede, che è dono di Dio, si coniuga con l'atto di Ragione. Infatti la Ragione è dono di Dio." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo! La ragione e l'atto di fede sono doni del suo inesistente dio? L'atto di fede è una questione culturale che qualcuno ha perché gli viene inculcata mentre la ragione è frutto dell'evoluzione: infatti la ragione si trova nella parte esterna del nostro cervello, cioè la parte nuova! Nella parte antica del cervello ci sono altri tipi di intelligenza (emotiva, intuitiva, visiva, eccetera...). Cioè ci siamo evoluti insieme a tutti gli altri animali, provane sia che 13 milioni di anni fà noi e lo scimpanzé eravamo la stessa cosa. Poi le nostre strade si sono divise negli ultimi 8 milioni di anni ma per 2,5 miliardi di anni ci siamo eoluti insieme. Infatti abbiamo il 98% di dna in comune con lo scimpanzé. E se è per questo abbiamo anche il 25% di dna in comune con la margherita. Quindi la mia idea è che esseri animali e vegetali hanno incomune gli stessi antenati. Ma almeno io anche se non la dimostro, la giustifico scientificamente questa mia idea! Conclusione. Di solito le recensioni, essendo fatte per vendere, traggono la parte migliore del libro oppure sono un sunto del libro stesso. Se questa è la parte migliore posso immaginare la parte peggiore, forse al massimo può servire a scrivere un libro di barzellette. Zichichi sarà ablie con la matematica e con le leggi della fisica ma in quanto a questo libro, trovo che in questa recensione ci siano delle affermazioni proprio terra-terra, discorsi da bar che oltretutto non stanno in piedi. Conosco gente che si è fermato alla terza media e che è in grado di supportare le proprie idee molto meglio di Zichichi. Solo che lui è Zichichi, e sicome il libro lo scrive un grande scienziato, per la gente è sicuramente un gran bel libro (si chiama anche questo: "atto di fede", in questo caso in Zichichi). Miei gruppi
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