23 Dicembre 2006

Quanto criminali erano i primi cristiani!

Un luogo comune abbastanza propagandato da certi anticlericali è che il cristianesimo sia nato con scopi “nobili” e solo dopo, quando la chiesa ebbe il potere, il cristianesimo cominciò a rappresentare un problema. Niente di più falso, ho già illustrato nel post del 16/12/2006 l’ideologia criminale di fondo che c’è negli insegnamenti di Cristo. Ho già spiegato quanto criminali erano gli zeloti, da cui poi venne elaborata la figura di Gesù Cristo. Gli zeloti nacquero nel 6 e poi nel 66 fecero scoppiare la guerra giudaica che si concluse nel 70. Fu intorno al 70 che vennero scritti i primi vangeli. Ma cosa dice il fondatore del cristianesimo, ovvero Paolo di Tarso, nel nuovo testamento? Ecco cosa scrive Karlheinz Deschner in “Storia criminale del Cristianesimo – Tomo I: L’età arcaica” a pagina172:
«Certo, Paolo non mancò di sferzare anche i pagani, nel momento in cui affermava che essi "si dibattono nella vacuità del loro spirito e nel buio delle loro menti", nell'"ignoranza", nell’ottusità", nell'"ostinazione", sempre pronti a "commettere ogni sorta di atti disonesti", sempre disposti all'"ingiustizia, alla perfidia, all' avidità, alla malvagità, pieni d' invidia e di desiderio di prevaricare", "degni, secondo it giudizio di Dio, di essere condannati a morte!" Muovendosi nel solco della tradizione ebraica da lui tanto detestata, Paolo proclamava che l'"idolatria" genera cupidigia e lussuria, e, frequentemente, menzionava gli "idolatri" in connessione con i ladri. Ancora, egli stigmatizzava i pagani come bestemmiatori, lussuriosi, ubriaconi, gente sempre pronta a parlare alle spalle, calunniatori, empi. Invitava a guardarsi dalle loro feste, interdiva la partecipazione al culto dei loro "idoli", ai loro banchetti sacri, invitava ad astenersi da qualsiasi "forma di comunione con it diavolo", "dal bere e dal mangiare con il demonio". E dei filosofi pagani cosa pensava Paolo? "Poiché si sono ritenuti saggi, non sono stati altro che degli stolti".18
Già nel Nuovo Testamento divampa, dunque, la fiamma dell' odio contro paganesimo.
Senza mezzi termini la prima lettera a Pietro considerava i costumi di vita pagani detestabili come lo sono "1' ubriachezza, la golosità, l'orribile idolatria". L'Apocalisse di Giovanni dileggiava Babilonia - appellativo riservato a Roma e al suo impero -come "dimora del diavolo", "prigione degli spiriti impuri". Nel testo giovanneo l'"idolatria" veniva messa sullo stesso piano dell' assassinio; un'unica condanna investiva gli assassini, i "miscredenti, i sacrilegi e gli sterminatori"; i "lussuriosi, gli stregoni... e tutti i bugiardi finiranno nella pozza dove ardono fuoco e zolfo". Il paganesimo, la "bestia", vive, infatti "dove dimora Satana", "dove ha sede il suo trono". "Cristo pascerà i pagani con un bastone di ferro, e li farà a pezzi come stoviglie di terracotta". Tutti i primi autori cristiani, i più aperti, secondo E. C. Dewick, condivisero tale "atteggiamento d'intransigente ostilità".'9».
Tutto questo odio di Paolo di Tarso accompagnò i primissimi cristiani dal 70 in poi. E poi gli anticlericali dicono che la chiesa cattolica fa danni perché non segue l’insegnamento di Gesù Cristo! In realtà i danni li fanno proprio perché mettono in pratica le parole dei vangeli ufficiali! Mettono in pratica le parole di Gesù Cristo e di Paolo di Tarso e per questo causano danni terribili agli esseri umani. In seguito cosa successe? Sempre dallo stesso libro, da pagina 168 in poi:
«La tematica antipagana presso i primi autori cristiani
Nel momento in cui cominciarono a impetrare la liberta di culto, i Cristiani dettero inizio anche alla polemica contro i pagani, come a suo tempo avevano fatto con gli Ebrei e gli "eretici". Tale polemica, in principio sporadica e quasi casuale, assunse rapidamente vaste proporzioni, e, dalla fine del II secolo, allorché i Cristiani cominciarono a sentirsi sempre piu forti, s'intensifice nei toni e nei modi. Gia a partire dal regno di Marco Aurelio (161-180) si conoscono i nomi di sei apologeti cristiani e tre opere apologetiche (di Atenagora, di Taziano e di Teofilo).7
I temi antipagani erano numerosi ma, come accadrà anche in seguito, privi di organicità. Essi riguardavano la teogonia pagana e la mitologia, il politeismo, l'essenza della divinità, la natura e i modi della sua raffigurazione, l'origine diabolica dell'"idolatria". Questa era ritenuta dai Cristiani il crimine peggiore e, nei primi tre secoli dopo Cristo, comport6 per chi la praticasse l'espulsione dalla comunità.8
Le argomentazioni prodotte dalla pubblicistica del primo Cristianesimo - ma anche successivamente - erano, in realtà, assai poco convincenti e prive di efficacia da un punto di vista letterario (Wlosok), cosi da esercitare un influsso pressoché nullo sull'opinione comune e tantomeno sul mondo politico. Erano paragonabili a una corrente piatta e opaca, destinata a non conoscere nei secoli sostanziali cambiamenti. Alcuni scrittori cristiani, come Eusebio e Attanasio, arrivarono a prendere di mira come bersaglio polemico persino i filosofi presocratici! Non da ultimo, gia in età paleocristiana, furono messi alla berlina i racconti sulle avventure amorose degli dei, considerate troppo osceni, nonché le rappresentazioni figurative del culto della divinità.9
Agli occhi dei Cristiani i miti antichi apparivano come sconvenienti e terribilmente scandalosi, traboccavano di "amores", "cupiditas", vizi.
Arnobio di Sicca, maestro di Lattanzio, nei suoi sette libri pateticamente verbosi Contro i pagani, affermava che gli dei pagani non erano altro che una stirpe "di cani e maiali", "figure riprovevoli i cui nomi, una bocca pudica, provava ritegno persino a pronunciare". Egli biasimava il fatto che, "alla maniera di bestie sfrenate", le divinità pagane si abbandonassero alle passioni, si dessero "con folle avidità a rapporti di ogni genere", a "sudici accoppiamenti". Arnobio, al pari di altri "padri", compile una lunga lista di amori celebri, quelli di Giove con Cere, Leda, Danae, Alcmena, Elettra, con migliaia di vergini e di donne sposate, con giovanetti: "ovunque imperversa Giove..., al punto di avere l'impressione che la vittima designata sia nata solo per essere it seme della discordia, la causa di oltraggi, per fornire l'argomento di rappresentazioni oscene da tenere in quei teatri-cloache" che andrebbero demoliti alle fondamenta, cosi come molti testi e molti scritti andrebbero bruciati.10
Se una divinità causava la rottura di un matrimonio, ciò era molto più grave dell' invio del diluvio universale! Le storie sugli dei raccontate da Omero o da Esiodo sembravano ai Cristiani estremamente ridicole. Eppure lo Spirito Santo aveva potuto mettere incinta una fanciulla senza intaccare la sua verginità, secondo quanto asseriva con la massima serietà uno dei pie noti esponenti del mondo cattolico dell'antichità, Ambrogio (la cui "grandezza" di certo "non risiede nell' originalità del pensiero": Wytzes), ricorrendo all' esempio degli avvoltoi che si riproducono in assenza di rapporti sessuali. "Perché ritenere impossibile che si sia verificato per la madre di Dio, ciò che comunemente accade per gli avvoltoi? Essi concepiscono senza bisogno dei maschi e nessuno solleva dubbi in proposito; poiché invece Maria ha generato senza aver consumato
matrimonio, allora si mette in discussione la sua purezza". Che i pagani seppellissero un'immagine della divinità, la piangessero e poi con grandi cerimonie ne festeggiassero la resurrezione destava il riso dei Cristiani che pure celebravano il Venerdì santo e la liturgia pasquale. Non meno "scientifiche" erano le prove addotte da Ambrogio per la resurrezione di Cristo: la metamorfosi dei bachi da seta, i colori cangianti del manto dei camaleonti e delle lepri, la resurrezione della fenice!11
I Cristiani riprovavano il fatto che i pagani venerassero le creature invece del loro creatore e uno spunto polemico costantemente ricorrente riguardava la natura delle immagini delle divinità: "Si prostrano dinanzi a un abbozzo prodotto dalle loro mani", deplorava Isaia. Sempre a questo proposito, il salmo 115 proclamava in tono di scherno: "hanno bocche ma non parlano, hanno occhi ma non vedono, hanno orecchie ma non odono, hanno nasi eppure non sentono gli odori...". In realtà, la religione antica non identificava affatto tali raffigurazioni delle divinità con le divinità stesse. Ma agli occhi dei Cristiani questi dei apparivano come "inutili morti" (Aristide), non potevano "ne vedere, ne sentire, ne muoversi". Secondo Gregorio di Nissa, l'immobilità delle statue degli dei si trasmetteva, addirittura, a coloro che le adoravano! Questi idoli rappresentavano "il puro nulla" dietro cui si celavano, a giudizio di Eusebio, "molte azioni turpi". Essi erano realizzati con ossa, materiale di scarto, paglia, e costituivano, perciò, un facile covo per insetti, blatte, topi, uccelli alla ricerca di un nido. Minucio Felice, Clemente di Alessandria, Arnobio e altri non si stancavano di descrivere il sudicio aspetto di queste immagini sacre: "volando sotto le volte del tempio, le rondini lasciano cadere i loro escrementi imbrattando la testa, il volto, la barba, gli occhi, il naso delle statue degli dei... Ci sarebbe da arrossire per la vergogna...". Le immagini degli dei - affermava in tono irrisorio il vescovo ariano Massimino - vengono distrutte dai ragni e dai vermi. Nel Martyrium Polycarpi si legge che esse erano concimate con sterco di cane.12
Degno di biasimo era, comunque, non solo adorare gli dei ma anche fabbricare le
loro statue. Tertulliano vedeva in questa attività un peccato mortale paragonabile, per gravita, all' adulterio e alla prostituzione. Come osservavano i Cristiani, le statue venivano scolpite intagliate, dirozzate, spalmate di collanti, "bruciavano nei forni per la terracotta, erano lucidate con strumenti rotanti e lime, lavorate con seghe, trapani, accette, modellate con la pialla. Non è follia tutto ciò?". E non di rado esse erano fabbricate servendosi di "gioielli di prostitute, ornamenti femminili, ossa di cammello..." (Arnobio). Gli artefici di simili opere erano, secondo Origene, artisti traviati, gente ciarlatana e intrigante, capace, per Giustino, di ogni misfatto, come, per esempio, concupire le giovani schiave che li aiutavano nella realizzazione delle loro creazioni
Molte, quando non la maggior parte, delle accuse mosse ai pagani potevano essere rivolte, con altrettanta fondatezza, ai Cristiani.
Clemente di Alessandria o Arnobio deploravano it fatto che alcuni artisti si servissero per le loro opere di modelli umani, addirittura di "prostitute senza pudore": Prassitele per realizzare la Venere di Cnido si era ispirato alla sua amante Cratina. Ma non si può dire, forse, lo stesso di madonne, figure di santi, personaggi biblici? Fra Filippo Lippi. per dipingere la Vergine con Gesù Bambino, prese ripetutamente a modello un bambino e la monaca Lucrezia Buti che, da lui indotta ad abbandonare la vita conventuale, successivamente divenne sua moglie. Nel suo ritratto delle figlie di Loth, Diner in mortale le due concubine del cardinale di Magonza Albrecht II (1514-1545), Kathe Stolzenfeld e Ernestine Mehandel. Alla prima s'ispira anche Grunwald per it suo "Matrimonio mistico di santa Caterina", mentre alla seconda ricorse Cranach per la sua santa Ursula. Minucio Felice, un avvocato di origine africana attivo a Roma, criticava aspramente esposizione delle immagini degli dei in occasione delle processioni. Eppure, nelle processione cristiane venivano portate in trionfo intere teorie di santi: l' arcivescovo Albrecht di Magdeburg arrivò addirittura a servirsi di una cortigiana per rendere l'immagine di una "santa vivente". E se it vescovo Eusebio vedeva nell'erezione di statue in onore degli dei nient' altro che un inganno perpetrato ai danni di uomini ingenui, dalle menti ancora infantili, cosa dovremmo vedere noi nelle miriadi di statue di santi esposte in ogni luogo?14
La polemica antipagana prendeva a bersaglio il fatto di prostrarsi dinanzi a opere prodotte dall'uomo. Ma anche i Cristiani s' inginocchiavano davanti alle raffigurazioni di Cristo e dei santi. I Cristiani condannavano l'usanza di baciare gli idoli, eppure essi stessi baciavano le immagini sacre e le reliquie. Sempre i Cristiani sostenevano che le rappresentazioni materiali degli dei non erano una prova della loro esistenza, ma quelle di Cristo potevano esserlo, forse, dell' esistenza del Figlio di Dio? Agostino affermava che le immagini degli dèi non proteggevano gli uomini in battaglia; potevano, forse, farlo quelle dei santi? Clemente, Arnobio e gli altri godevano degli incendi dei templi e della loro rovina, mentre per assistere alla distruzione di Chiese cristiane bisognerà attendere la II guerra mondiale. (Gia Lichtenberg sorrideva dei parafulmini posti sugli edifici sacri). I Cristiani ritenevano che i materiali impiegati per la fabbricazione degli idoli potessero essere destinati a scopi migliori; essi andavano protetti dai ladri "mettendoli accuratamente sotto chiave" (Arnobio), proprio come si faceva, in fondo, con i tesori delle chiese. Era, dunque, ben poca la fiducia che si riponeva in Dio! Sempre i Cristiani accusavano la religione romana e l'impero romano di essere il frutto del crimine, ma non si poteva dire altrettanto della Chiesa cristiana e dell' impero cristiano?15
Inutile dire come, dietro l'idolatria, si celasse naturalmente il diavolo e, con lui, un'intera schiera di anime dannate. Fin dal principio, i Cristiani considerarono il culto degli idoli - caratterizzato da pratiche magiche e fede negli spiriti - legato direttamente al demonio. Alcuni - per esempio Tertulliano - videro anche il circo, il teatro, lo stadio come manifestazioni diaboliche. Solo i demoni erano in grado di generare l'inganno degli dei, di abbindolare i pagani tenendoli lontani dal culto del Dio dei Cristiani, parlando per bocca degli oracoli, facendo degli idoli il loro nascondiglio, compiendo miracoli, riempiendo la bocca dei poeti di storielle menzognere, e la propria del sangue e del fumo acre dei sacrifici offerti in loro onore.16
È interessante rilevare, comunque, come la polemica antipagana solo con it tempo avrebbe raggiunto proporzioni rilevanti, divenendo sempre più aspra. In principio, i Cristiani rappresentavano una minoranza che rischiava l'estinzione e, pertanto, fecero buon vino a cattivo gioco. II mondo era quasi interamente pagano e di fronte a tale schiacciante supremazia, i Cristiani non potevano certo fare la voce grossa; piuttosto dovevano cercare un accomodamento in attesa del giorno in cui si sarebbero potuti sbarazzare dei loro avversari.
Tutto questo si trova gia riflesso nel primo autore cristiano.»
[…].
«La diffamazione della cosmologia, della cultura e della religione pagana
(Aristide, Antenagora, Taziano, Tertulliano, Clemente, ecc…)
Circa alla metà del II secolo, Aristide, uno dei primi apologeti, in un suo scritto rinvenuto nel 1889 presso il monastero di S. Caterina del Sinai, condannava la divinazione dell'acqua, del fuoco, del vento, del sole e, non da ultimo, la venerazione della terra "albergo della lurida immondizia degli uomini, degli animali selvatici e di quelli addomesticati... pieno delle azioni impure degli assassini", un "ricettacolo di cadaveri". II bersaglio polemico prediletto da Aristide furono soprattutto gli Egiziani, e ciao non dovrebbe sorprendere visto che, ancora ai nostri giorni, alcuni studiosi parlano con disprezzo del "obscure and tortuous cloak of Egyptian mythological language". Grave colpa degli Egiziani, "i pin ingenui e irrazionali tra tutti i popoli della terra", era quella di essere arrivati a divinizzare persino gli animali. In realtà, gli studiosi di storia delle religioni, discutono ancora se, presso questo popolo, gli animali fossero realmente considerati divinità, o rappresentassero semplicemente forme sensibili in cui gli dei venivano manifestandosi. Tutto ciò, appariva, comunque, agli occhi di Aristide, scandaloso e degno del pin aspro biasimo. L' apologeta condannava senza mezzi termini la venerazione di divinità teriomorfe, l'adorazione dei pesci, delle colombe, dei cani, degli asini, delle teste di bue e di montone, addirittura della cipolla e dell'aglio. "E non si rendono conto i miserabili che tutte queste cose non significano nulla (!)".20
11 regno animale non significa nulla! Il regno vegetale non significa nulla! La passione non significa nulla! E il mondo degli dèi? Nient'altro che "follia", "chiacchiere empie, ridicole e stolte" destinate a generare "il male, l'odio, l'orrore". "La depravazione", le "guerre interminabili, le grandi carestie, la dura prigionia e l'impoverimento pia totale", tutto ciò si abbatte da secoli sugli uomini "per una sola ragione": paganesimo.21
Sul finire del II secolo, Atenagora di Atene contestava il fatto che Dio, padre della ragione, venisse venerato in creature irrazionali, che la divinità assumesse le forme dell'uomo, degli uccelli, dei rettili. Ma, avvedutamente, proclamava "che ogni uomo doveva essere libero di scegliere il proprio Dio" e assicurava di non voler attaccare intenzionalmente le immagini delle divinità pagane, ne di voler disconoscere le loro virtù miracolose, come, del resto farà anche Agostino! E con quanta umiltà, diremmo quasi devozione, Atenagora, nella sua "Supplica a nome dei Cristiani", chiedeva "indulgenza" agli imperatori Marco Aurelio e Commodo, esaltando il loro "saggio governo", la loro "bontà e mitezza", "1' amore sconfinato per la pace e la filantropia", la loro "sere di conoscenza", l' "amore per la verità, le loro "buone azioni", profondendosi, in sostanza, in una serie di lodi sperticate che ben poco si addicevano ai due imperatori.22
Nello stesso periodo, intorno al 172, in Oriente, Taziano, di origine siriaca, redasse una provocatoria invettiva contro il paganesimo. Per il discepolo di Giustino (convertitosi a Roma al Cristianesimo), divenuto in seguito capo della setta eretica degli Encratiti, per il "filosofo barbaro Taziano", come egli stesso amava definirsi, i pagani erano dei millantatori, degli ignoranti, degli attaccabrighe e degli adulatori. Si dibattevano nelle "tenebre" e nella "vuota retorica", erano lascivi e bugiardi. L'educazione dei pagani, i loro costumi, la loro religione, i loro sapere era qualcosa di "vacuo", "insulso", "folle". Nel suo discorso rivolto ai seguaci dell'ellenismo, Taziano ironizzava sulla "millanteria dei Romani e degli Ateniesi", sulla "schiera infinita delle vostre poetesse ed etere buone a nulla e perdigiorno". L' ex discepolo dei sofisti condannava l'"intemperanza" di Diogene, l'"incontinenza" di Platone, l'"ignoranza" di Aristotele, le "vane chiacchiere" di Ferecide e Pitagora, le "fanfaronate" di Empedocle. Saffo altro non era che "una donnetta lasciva, preda della follia d' amore", Aristippo "un libertino con l'aspetto di santo", Eraclito "un autodidatta superbo". In breve: "tutti chiacchieroni, nessun maestro vero", "capaci di riempirsi la bocca di parole, ma intellettualmente poco acuti", "si aggirano con le unghie sfoderate come le bestie selvatiche"."
Taziano, inoltre, condannava la retorica antica, le scuole, il teatro, "luoghi in cui... ci si dilettava nell' ascolto delle declamazioni piene di oscenità". E non mancava di criticare aspramente la scultura, per i suoi temi e i suoi modelli, nonché la poesia e la filosofia greca. Non si stancava di mettere a confronto la "ciarlataneria" dei pagani, la Toro "stoltezza" e "degenerazione", con "1' immensa saggezza" dei Cristiani, "le dottrine ingannevoli dei demoni accecati" con "gli insegnamenti della nostra scienza".
Chiunque amasse la filosofia, secondo Taziano, doveva rivolgersi alla Chiesa. "Tra noi non ci sono stolti e non diciamo sciocchezze, voi invece seguite gli insegnamenti dei Greci", "noi non mentiamo" mentre "le vostre chiacchiere sono insensate...". Tra le verità di cui si sentiva l'araldo, Taziano includeva anche le favole macabre secondo cui i pagani si nutrivano della come dei Cristiani per impedire che questi resuscitassero!'
Lo scritto di Taziano, configurandosi come un' aspra requisitoria contro le grandi acquisizioni della cultura ellenistica in tutti i campi del sapere, rappresenta il primo passo verso la diffamazione della cultura pagana, destinata, in tal modo, in Occidente, a subire una sorta di proscrizione, a cadere nel dimenticatoio per quasi più di un millennio. Tuttavia, mentre uno studioso dotato di un certo acume critico come J. Geffcken vede in Taziano "un nemico della cultura orientale", "un raffinato ipocrita", "un erudito fanfarone da quattro soldi", un "pensatore superficiale", "un bugiardo privo del bench
minimo senso di onesta verso se stesso e verso gli altri", da parte cattolica, invece, ancora oggi si difende "la bellezza e il valore" del nucleo tematico principale dello scritto di Taziano che, gia nel IV secolo, secondo Eusebio, era per molti "degno delle piu alte lodi". Anche al vescovo di Cesarea il "Discorso per i seguaci dell'ellenismo" sembrava "1' opera pia bella e più significativa di Taziano".25
Taziano, comunque si collocava in un' ideale linea evolutiva della Chiesa antica, che, partendo da sant' Ignazio (il quale respingeva ogni contatto con la letteratura pagana, arrivando a rifiutare in blocco persino insegnamento scolastico) e dal vescovo di Smirne Policarpo, anch' egli sulla stessa lunghezza d'onda, arrivava a Ermia e alla sua tanto rozza quanto inconsistente "denigrazione dei filosofi pagani", al padre della Chiesa Ireneo e al vescovo di Antiochia Teofilo. Tutti costoro disprezzarono la filosofia anti-ca, la condannarono definendola "una frottola menzognera", "assurda, insensata, folle, eccentrica". Secondo Teofilo, spirito ben modesto ma titolare di una cattedra episcopale tra le pia importanti, i grandi rappresentanti della cultura greca non avevano prodotto altro che "sproloqui", "vane chiacchiere", "prive della pia piccola scintilla di verità", "destituite di ogni fondamento".26
Anche Tertulliano si mosse nello stesso solco. Da uomo di cultura bilingue, come si addiceva a un vero cristiano, egli poteva difendere la tolleranza, ammettere che si pregasse Giove o l'altare della Fides, protestare contro chiunque minacciasse la liberta di culto e impedisse che la divinità da adorare fosse il frutto di una libera scelta". E, tuttavia, non poteva fare a meno di chiedersi cosa mai avessero in comune un filosofo e un cristiano, un discepolo dell' ellenismo e un discepolo del cielo, un mistificatore e un sostenitore della verità, uno spirito menzognero e un custode della verità. Di fatto, Tertulliano rifiutô in blocco e senza compromessi la filosofia antica, sebbene su di essa si fosse compiuta la sua formazione culturale, e sferzò tutta la cultura greca nel suo complesso. Essa non aveva nulla a che spartire con il Cristianesimo, piuttosto lo aveva con la stoltezza e con il diavolo, e se mai si era avvicinata alla verità, ciò era avvenuto per caso o per plagio!27
La quintessenza del peccato, il più grave dei Bette peccati capitali rimaneva, per Tertulliano, il culto degli dei, di fatto, nient'altro che forze della natura e potenze sessuali personificate e divinizzate. Forse nessun altro autore cristiano antico combatte l'idolatria in modo cosi sistematico. Con soddisfazione egli constatava lo scarso rispetto dei pagani verso i propri idoli e le proprie tradizioni religiose. Prendeva di mira l'inerzia degli dei, denigrava it carattere osceno dei miti che li riguardavano, lamentava il fatto che un Cristiano, ovunque si recasse, fosse costretto a imbattersi nelle divinità pagane. Tertulliano interdisse ai Cristiani qualsiasi attività avesse a che fare con l'"idolatria", dalla fabbricazione di statue di divinità, alla loro vendita o a tutte le professioni al servizio dei pagani, compreso il servizio militare.28
Persino un estimatore della filosofia greca come Clemente di Alessandria, sul finire del III secolo, nel suo Logos protreptikos, condannava "la tanto celebrata mitologia classica", "i templi dedicati agli dei, "gli oracoli inutili con le loro profezie, o meglio con le loro chiacchiere deliranti", "le folli scuole dei sofisti dove s'insegnava a un pubblico di miscredenti, e le bettole piene della pazzia eretica". Anche nei "misteri dei pagani", Clemente non vedeva altro che "menzogne ben mascherate", manifestazioni "del loro sacro delirio", "orge ingannevoli", "assolutamente indegne dell'uomo", "fonti di disgrazia e di rovina", empi culti in grado di far presa unicamente "sui pin rozzi tra barbari della Tracia, sui pin stolti tra gli abitanti della Frigia, e sui greci miscredenti".29
Clemente non si stancava di condannare anche la divinizzazione degli astri, del sole, caratteristica soprattutto della religione persiana, il culto della terra, delle piante, dei frutti, dell' acqua, tipica degli Egiziani (si pensi al dio Nilo), non meno dell' erotismo e della sessualità. Sulla stessa linea si era mosso, prima di Clemente, Aristide (cfr. pp. 172 s.) e, dopo di lui, si muoveranno Firmico Materno e Attanasio che, nella sua Oratio contra gentes, deplorerà non solo la venerazione delle immagini sacre, degli uomini e degli animali, ma anche delle stelle e delle forze della natura, in sostanza, demolirà fondamenti della religione pagana, vedendo in essi nient' altro che forme di immoralità e di depravazione sessuale."
I Cristiani mostrarono, dunque, una totale indifferenza nei riguardi del fascino esercitato dai cicli naturali sui pagani, nei riguardi della loro interpretazione del mondo legata ai miti ancestrali della fertilità, all'empatia verso gli eventi terrestri e cosmici. Fu estraneo ai Cristiani quel sentimento della bellezza e della pienezza dell'esistenza che caratterizzava, invece, il paganesimo. "Tutto ciò che riguarda queste divinità - scriveva Plutarco a proposito della religione egiziana - e posto in rapporto all' aratura, alla semina, alla nascita dei frutti della terra". Esse assurgevano a simboli del divenire inarrestabile connaturato all' esistenza.31
Anche Clemente, del resto, vedeva nell' adorazione del sole, della luna, delle stelle, della terra con i suoi frutti, "la massima espressione della malvagità", una forma "di eresia e di negazione di Dio", "di detestabile allontanamento dalla verità, destinata a condurre l'uomo lontano dal cielo e a farlo sprofondare nell' abisso". "Maledetta empietà", tuonava Clemente. "Perché avete abbandonato il cielo e venerate la terra?... Avete rivolto (non mi stancherò di ripeterlo)... la vostra devozione alla terra... Ma io la terra la calpesto con i piedi, non l'adoro".32
In quest'ultima affermazione si coglie - in modo ancora più chiaro che in Aristide - un'eco del passo biblico: "Schiacciateli sotto i vostri piedi!". Si faceva, dunque, strada una nuova visione del mondo, le cui conseguenze sarebbero state di portata difficile da valutare. All' idea di un "cosmo dominato dalle forze della natura", si sostituiva quella di un "cosmo controllato dalla Chiesa", una sorta di antropocentrismo radicale di natura religiosa, che la Chiesa medievale avrebbe fatto proprio e sviluppato arrivando all' elaborazione, secondo A.H. Armstrong, di "a wholly man-centred technocratic paradise, which is beginning to look more and more of us more and more like hell".33
Nel 1968, il teologo protestante Albrecht Peters, richiamandosi espressamente al passo biblico copra citato, affermava significativamente: "Nel momento in cui l'uomo, grazie all'incontro con Dio, fu liberato dalla soggezione alle forze elementari del cosmo, e, dunque, dall'obbligo di venerarle, e si trovò di fronte a un unico Dio e a un mondo unitario non più frammentato in una pluralità di forze dominanti... si affacciò per lui la possibilità di avviarsi sul cammino della secolarizzazione; egli consegui la libertà... di dominare, anche dal punto di vista tecnico, un mondo ormai demagizzato... Questa secolarizzazione compiutasi nell'ambito del Cristianesimo super-6 con la forza del suo impatto tutte le precedenti forme di secolarizzazione, e fini per trascinare nel vortice del suo impegno a dominare il mondo tutte le altre culture".
Al pari della divinizzazione del cosmo, Clemente di Alessandria condanna 1' esaltazione della sessualità, criticandola aspramente, nel suo Logos Protreptikos, insieme ai culti pagani e "ai vostri demoni, ai vostri dèi e semidèi che chiamate cosi proprio come si fa con i mezzi asini, cioè i muli". Nelle proprie dimore - deplorava Clemente per il quale gli dèi venivano posti sullo stesso piano del diavolo - i pagani amavano "rappresentare i desideri immondi dei loro demoni", e tenevano "piccole statue di Pan, di fanciulle nude, di satiri ubriachi, riproduzioni di membri virili in erezione": "di fronte alla virtù vi comporterete da spettatori ammirati, ma di fronte all' empietà assumerete le vesti del combattente". "0 quale sfacciata impudicizia!"35
Sempre Clemente arrivava ad affermare che "qualsiasi atto compiuto dai pagani era peccaminoso" e ad accusare "coloro che veneravano gli idoli" di qualcosa che, in seguito, avrebbe contraddistinto intere generazioni di monaci cristiani: "Hanno i capelli sporchi, l'aspetto ripugnante, le vesti lacere, non si lavano mai, le loro unghie sono simili agli artigli degli animali selvatici". Paragonava i templi pagani a "delle tombe e a delle prigioni" e le immagini sacre degli Egiziani a una bestia che sarebbe stata ben collocata in una caverna o in un letamaio. Di fronte a simili dichiarazioni non desta meraviglia il fatto che il Cristianesimo, dopo la sua vittoria sul paganesimo, sferra contro quest'ultimo un attacco implacabile.36
Gia il sinodo di Elvira, al principio del IV secolo, aveva promulgato una lunga serie di disposizioni volte a colpire l'"idolatria", la magia pagana, le usanze pagane, il matrimonio di una Cristiana con un pagano, o con uno dei loro sacerdoti. Per chi contravvenisse a tali disposizioni erano previste pene severissime di carattere religioso. Praticare culti pagani, al pari dell' omicidio e della fornicazione, era punito con la negazione della Comunione, persino in articulo mortis. Accanto a simili provvedimenti, il concilio si propose anche di arginare le manifestazioni pia eclatanti di devozione da parte cristiana, come testimonia, per esempio, il canone 60, in base al quale non veniva riconosciuto come martire chi fosse morto mentre distruggeva le "immagini degli idoli" .' Tale disposizione si comprende chiaramente nel momento in cui si consideri come il Cristianesimo non fosse ancora una religiose ufficialmente riconosciuta.
Dopo la sua definitiva vittoria sul paganesimo, i toni cambiarono completamente. La prima grande svolta nel conflitto con i pagani si ebbe nel 311, quando l'imperatore Galerio, seppur con riluttanza, rese il Cristianesimo "religio licita" (cfr. p. 182) e, soprattutto, nel 313, allorché 1 'imperatore Costantino venne manifestando una crescente simpatia per il Cristianesimo, cui concesse un ampio ventaglio di privilegi (cfr. pp. 200 s., e pp. 208 ss.). Per effetto della nuova alleanza instauratasi con il potere politico pia forte del mondo antico, non solo i toni della trattatistica cristiana, ma anche le sue prospettive vennero mutando rapidamente in maniera significativa.38»
[…].
«7 Eusebio, 4,26,1; 4,26,4 ss.; 4,27,1; 5,17,5; Fredouille, pp. 869 ss; Wlosok, pp. 149 ss.
8 Tertulliano, Adversus Marcionem, 4,9; Idem, De idolatria, 1. Cfr. Agostino, Ennarrationes in psalmos, 88; Idem, Sermones, 2,14; 62,6,9; Idem, Epistulae, 232,1,2; Fredouille, pp. 870 ss; Dodds, pp. 102 ss.
9 Geffcken, Zwei griechische Apologeten, p. 239; Hoheisel, p. 41, pp. 76 s., p. 79; Wlosok, p. 163.
10 Arnobio, Adversus nationes, 3,9 ss.; 4,24 ss.; 4,36; 5,22; LThK 1. A. I, p. 689; Altaner, pp. 152 s; Kraft, Kirchenvdter Lexikon, p. 57; Tullius, pp. 88 ss.
11 Aristide, Apologia, 8; 13; Giustino, Apologia, 1,21; 1,24 s; Taziano, Oratio ad Graecos, 8 ss; PseudoGiustino, Oratio ad Graecos, 2 s; Minucio Felice, Octavius, 20; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 22; Ambrogio, Exameron, 5,20,64 s.; 5,23,77 ss; Wytzes, p. 29; Lieberg, pp. 64 ss.
12 Is. 2,8; Sal. 115,5 ss; Ap. 9,20; Aristide, Apologia, 3,2; 4,1 ss.; 13,1 s; Atenagora, Legatio, 6; 15; 18s.: 22; 28 s; Giustino, Apologia, 1,9; 1,20; Lettera a Diogneto, 2; Teofilo, Ad Autolycum, 1,19; Martyrium Apoloni, 22; Martyrium Polycarpi, 2,2; Tertulliano, Apologia, 12,7; Minucio Felice, Octavius, 24,1; Clemente d'Alessandria, Logos protreptikos, 4,52,4; Arnobio, Adversus nationes, 6,16; Eusebio, Vita Constantini, 3,57; 4,39; Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei cantici, 5; Agostino, De consensus evangelistarum, 1,34,52; Idem, Enarrationes in Psalmos, 134,23; Kraft, Kirchenviiter Lexikon, p. 248; Freouille, p. 871 s; Funke, p. 789; Tullius, p. 15 ss; Mensching, Irrtum, p. 26 s.
13 Atenagora, Legatio, p. 17; Giustino, Apologia, 1,9; Taziano, Oratio ad Graecos, 4; Tertulliano, De pudicitia, 5; Idem, Adversus Marcionem, 4,9,6; Idem, Apologeticum, 12; Arnobio, Adversus nationes, 6,14; Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 6,10; Ippolito, Traditio apostolica, 16; Origene, Contra Celsum, 1,5; 5,38.
14 Minucio Felice, Octavius, 12,5; Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 53,5 s; Arnobio, Adversus nationes, 6,13; Eusebio, Oratio ad sanctorum coetum, 11; Idem, Epistula ad Constantinum; Idem, Historia ecclesiastica, 7,18,4; Altaner, p. 120; Menzel, II, pp. 249 s; Deschner, Das Kreuz, p. 190; Kindlers. Malereilexikon, IV, p. 169.
15 Policarpo, Lettera ai Filippesi, 11,2; Pseudo-Clemente, Recognitiones, 5,15; Idem, Omiliae, 10,22; Giustino, Apologia, 1,9; Celemente d'Alessandria, Logos protreptikos, 4,52,2 s.; 4,53,2; Arnobio, Adversus nationes, 4,10 ss.; 6,20 s.; 6,23; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 15,3; 28,4 ss; Agostino, De civitate Dei, 1,2; Lattanzio, Divinae institutiones, 2,2,22; Teofilo, Ad Autolycum, 2,34: Eusebio, Oratio ad sanctorum coetum, 11; Funke, p. 805; Tullius, pp. 22 ss.
16 Atenagora, Legatio, 27; Giustino, Apologia, 1,14; Teofilo, Ad Aueolycum, 2,28; Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 44; Tertulliano, Apologeticum, 22,5 ss; Idem, De spectaculis, 4; Idem, De idolatria, 1; Origene, Contra Celsum, 7,67; 8,18; Pseudo-Clemente, Omiliae, 9,7 ss; Idem, Recognitiones, 4,14 ss; Firmico Materno, De errore profanarum religionum, 26 s; Fredouille, pp. 889 s; Hoheisel, pp. 83 ss.
17 Rm. 9,30 ss.; 11,11 ss; Ef. 3,6; At. 13,46 ss.; 18,6; Dellinger, p. 88.
Ef. 4,17 ss; Rm. 1,21 ss.; 1,29 ss; Col. 3,5; 1 Cor. 5,10 s; 10,7; 10,20. Sulle credenze relative ai demoni per quanta concerne i padri della Chiesa si veda Giustino, Apologia, 1,14; 1,58; Teofilo, Ad Autolycum, 2,28; Atenagora, Legatio, 27; Van der Nat in RAC IX, pp. 737 ss; Deissmann, p. 64; Conzelmann, pp. 204 s; Nock, Essays, I, p. 347.
19 1 Pt. 4,3; Ap. 2,12 ss.; 2,26 s.; 18,2; 21,8; 22,15; Friedlander, p. 935; Dewick, p. 112; Meinhold, Historiographie, I, p. 31.
20 Aristide, Apologia, 4.2 s.; 5,1 ss.; 6,1; 12,1; 12,6 ss; Minucio Felice, Octavius, 28,7 s; Giustino, Apologia. 1,24,1; Atenagora, Legatio, 1,1; 14,2; RAC X, p. 1204. Altaner, pp. 88 s; Mensching, Irrtum, p.9; McKenzie, p. 40.
21 Aristide, Apologia, 8,5 s.; 9,5; 9,8 s. Cfr. anche 3,1 ss; 8,1 ss.
22 Atenagora, Legatio, 1 s.; 18; 21 ss.; 26 s. Cfr. anche Giustino, Apologia, 1,9,2; Teofilo, Ad Autolyeum, 1,10; Minucio Felice, Octavius, 23,12; Eberhard, in BKV 1913, p. 6; Idem in LThK 1. A. I, p. 770: Funke, in RAC XI, p. 784, p. 802; Hoheisel, p. 81.
23 Taziano, Oratio ad Graecos, 1,4; 2,1 ss.; 3,2 s.; 3,6 s.; 3,9 s.; 6,4; 14,1; 25,1; 26,1; 26,5; 33,1; 33,7; 34,5: 34,7; 35,2; 43,1; Kukula, in BKV 1913, pp. 4 s., p. 7, p. 15, p. 18; Altaner, pp. 95 s; Krause, Die Stellung. p. 24.
24 Taziano, Oratio ad Graecos, 1,7; 12,6; 12,13; 17,2; 19,1; 21,1 ss; 22 ss; 26,5; 32,2 s; 32,7; Grant, Das rOmische Reich, p. 277.
25 Taziano, Oratio ad Graecos, 8,4; 9,7 ss; 10,3; 14,1 ss; 15,8; 18,6; 29,1 ss; 33 s; Eusebio, Historia ecclesiastica, 4,29,7; BKV 1913, p. 19; Geffcken, Zwei christliche Apologeten, pp. 105 ss; Krause, Die Stellung, p. 23.
26 Ermias, 21,2,10; Teofilo, Ad Autolycum, 2,12; 2,15; 2,33; 3,2 s; 3,17; Cfr. anche 3,16; 3,29; Ireneo, Adversus haereses, 2,14; BKV 1913, p. 6; Altaner, p. 103; Kraft, Kirchenvtiter Lexikon, pp. 263 s; Krause, Die Stellung, p. 26, pp. 61 s; Deschner, Hahn, pp. 306 ss.
27 Tertulliano, Apologeticum, 24, 38, 42, 46; Idem, De praescriptione haereticorum, 7;14.; Idem, De anima, 1 s; Idem, De spectaculis, 17, 29. Sui "plagi compiuti dai Greci" cfr. Tertulliano, Apologeticum, 19; Altaner, p. 126; Kraft, Kirchenvater Lexikon, p. 474; Krause, Die Stellung, pp. 91 s.
28 Tertulliano, De idolatria, 1; 4 ss; 10; 17 s; Idem, Ad martyres, 2,7; Idem, Apologeticum, 13,6; 22,1 ss; 42; 46; Idem, De pudicitia, 5; Idem, Adversus Marcionem, 4,9,6; Wright, pp. 17 ss; McKenzie, pp. 88 s; Morenz, pp. 30 ss; Eliade, pp. 299 ss. Cfr. anche it capitolo dal titolo "II disprezzo per gli dei e le dee" in Opelt, Die lateinischen Schimpfworter, pp. 253 ss.
29 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,11 ,1 ss; 2,12,1 s; 2,13,2 ss; 2,14,1; 2,17,2; 2,22,3; 2,23,1.
30 Attanasio, Oratio contra genres, 1 ss; RAC XI, p. 881; Mensching, Irrtum, p. 17.
31 Plutarco, De Iside et Osiride, 65.
32 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,25,1; 2,26,1 s; 2,27,1; 4,56,2 ss; 4,58,3; 4,63,1. Cfr. Origene, Contra Celsum, 7,62; Funke, in RAC XI, pp. 780 s; Gentz, Athanasius, p. 862; Hoheisel, pp. 133 ss.
33 Armstrong, pp. 11 s.
34 Peters, p. 28.
35 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 2,22,6; 2,40,4; 4,60,1; 4,61,1 ss; Fredouille, Gotzendienst, in RAC XI, pp. 873 s.
36 Clemente di Alessandria, Logos protreptikos, 4,11,3; Idem, Quis dives salvetur, 3; Idem, Paidagogos, 3,52,2; 3,4,2 ss; Lacarriere, p. 153.
37 Sinodo di Elvira, c. 3; 6; 15; 16; 17; 34; 40; 41; 55; 56; 60; Orlandis/Ramos-LissOn, pp. 3 ss., pp. 12 ss.
38 Fredouille, Gotzendienst, p. 879.»
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