BLOG CHIUSO! |
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| "Il cristianesimo ci ha defraudato del raccolto della civiltà antica" F. Nietzsche, L'ANTICRISTO (60). | |
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24 Dicembre 2006
QUESTO È IL MIO ULTIMO POST IN QUESTO BLOG! Buone feste.Siccome l’altro pomeriggio ho aperto altri 8 blog, questo lo abbandonerò un po’. Anche se non posterò più sarò comunque presente in giovani. Come potete notare in questi ultimi 20 post (dal 21/11 al 24/12) NON C’È STATO NEMMENO UN COMMENTO! Ciò significa che i cristiani o se ne fregano del loro dio, del loro Gesù e dei loro santi oppure i cristiani NON SONO IN GRADO NON SOLO DI SMENTIRE MA NEANCHE METTERE IN DISCUSSIONE CIÒ CHE HO SCRITTO FINORA! Quindi, per tutto ciò che ho sostenuto in questo blog posso concludere che l’esistenza del dio della bibbia è una menzogna, che l’esistenza di Gesù Cristo è una menzogna e che i suoi insegnamenti sono criminali! Posso dire che i cristiani delle origini erano individui con un odio religioso profondo nei confronti di chi esercitava culti diversi dal cristianesimo. Posso dire che i missionari cristiani provocano danni pesantissimi alle culture e alle civiltà umane. Posso dire che i “papi” Ratzinger e Giovanni XXIII hanno fatto di tutto per difendere i preti pedofili. Posso dire che il nazismo è un’ideologia completamente cristiana e per nulla pagana. Posso dire che i santi dei cristiani sono solo dei “burattini” nelle mani del loro dio. Posso dire tante altre cose. Tutto ciò che ho scritto è nel rispetto delle vigenti leggi italiane. Prelevo da una pagina web scritta da Claudio Simeoni: http://it.geocities.com/paganoit/diffamazioneevangelici.html
«Afferma la Corte d'Appello di Venezia motivando una sentenza di condanna contro i cristiani: "In materia di critica religiosa -scrivono i giudici- è possibile e lecito, in ossequio alla libertà di pensiero, giungere a negare il fondamento dell'altrui credo religioso, ma solo quando tale giudizio sia frutto di un'argomentata esposizione di contrari principi dogmatico-dottrinali, e non apoditticamente affermato o, peggio ancora, correlato a finalità criminose o comunque illecite"». Domani c’è un’antica festa, la nascita del dio Mithra, che i cristiani hanno camuffato come la nascita del loro Gesù. La nascita di Gesù era nei primi tempi festeggiata in Primavera, dopodichè, fu spostata al 6 (o 7?) Gennaio, dopodichè siccome il dio Mithra aveva molti devoti, soprattutto all’interno dell’esercito romano, è stata sovrapposta la nascita di Gesù Cristo a quella del dio Mithra. Il 25 Dicembre è il giorno del Solstizio d’Inverno secondo il calendario giuliano, i romani festeggiavano Sol (il dio Sole) con la festa Sol Invictus, cioè il Sole Invincibile: nella giornata più corta dell’anno (il Solstizio d’Inverno) il Sole sembra che ci stia per lasciare, ma è proprio qua che ricominciano ad allungarsi le giornate, il Sole non è stato vinto. I cristiani hanno copiato anche l’uso dello scambio dei doni che gli antichi usavano per onorare Strenia. Anche l’Abbondanza nelle tavole è stata copiata dalle antiche religioni: Abbondanza è un’antica divinità (viene rappresentata spesso con la cornucopia piena di cibo). Mentre i pagani esaltano Abbondanza, i cristiani esaltano la miseria! Anche le luci sull’albero sono una manifestazione che non ha nulla a che fare col cristianesimo. Secoli fa il papa aveva vietato qualsiasi tipo di lume e di forma di luce per addobbare gli alberi. Mi sembra, ma non ne sono sicuro, che anche l’altissimo abete che viene portato in piazza San Pietro per festeggiare il natale cattolico, sia completamente spoglio ancora oggi di luci e colori. Il fatto principale è che la stragrande maggioranza dei cattolici non conosce la storia e non solo non conoscono le altre religioni ma non conoscono neanche la propria! ![]() AGGIUNTA DI DOMENICA 7/1/2007 ORE 23,56: RESOCONTO DEGLI HERMES INVIATIMI DAI CRISTIANI DURANTE QUESTE VACANZE. Ulteriore conferma dell’incapacità da parte dei cristiani di difendere la figura di Cristo. Neancora un commento nel mio blog da parte dei cristiani. L’unica cosa che riescono a fare è inviare hermes facendo discorsi generici (che oltretutto non reggono, come illustrerò qui di seguito) senza che mai una volta qualcuno prenda UN SOLO mio post e lo critichi da cima a fondo! Dopo tutto questo tempo che i miei post sono sotto gli occhi di tutti, i cattolici e in generale i cristiani e in generale i monoteisti non sono riusciti a mettere in discussione neanche una virgola di tutto ciò che ho scritto. Ometto i nick di chi mi ha scritto in privato. Martedì 27/12/2006 mi è arrivato un hermes da parte di una 19nne. Non so a che Gesù si riferisca questa ragazza, forse non a quello dei vangeli ufficiali, forse si riferisce a quello di “Jesus Christ Superstar”. Parla di milioni di fans da tutto il mondo che si muovevano per andare a vedere Gesù. Visto che Gesù era tanto amato come mai quando è stata l’ora di salvarlo la folla gridò “Barabba”? Dove stavano gli ultras si Gesù in quel momento così importante per il loro maestro? La folla (e quindi non si può parlare dell’idea di un singolo individuo, ma della stragrande maggioranza delle persone che si trovavano lì in quel momento) preferì salvare un assassino piuttosto che salvare Gesù Cristo. Secondo voi Gesù Cristo era così buono e amato come questa cristiana sostiene? LEI SCRIVE: altrò che se ci pensi cristo è stato la prima vera rockstar......speculazione su di lui,consumismo,morto tradito da chi diceva di amarlo,milioni di fan in tutto il mondo....'ts mica cazzi... IO RISPONDO: Mi mancava solo questo, lo aggiungerò alla collezione. Finora ho sentito molte versioni di Gesù: Gesù comunista, Gesù anarchico, il Gesù ariano dei nazisti, Gesù femminista e ora anche Gesù rockstar. Ma sono solo frutto delle fantasia delle persone. Io critico il Gesù dei vangeli ufficiali. Perché è quello che si cerca di imporre alla società civile. Tutto il resto, ciò che fanno gli anticlericali e chi finge che Gesù sia come lui lo immagina, non fanno altro che difendere e tentare di salvare l'immagine di Gesù, proteggendo così una figura tanto mostruosa come Gesù dei vangeli ufficiali che ha causato CENTINAIA DI MILIONI DI MORTI (PER NON DIRE MILIARDI) nel corso della storia. Questo lo dico dal punto di vista religioso, se invece parli dal punto di vista storico, Gesù Cristo non è mai esistito ed ho accennato nel mio blog come questo disgustoso personaggio sia stato costruito. Milioni? Milioni sono i morti che ha causato. Nessuno l'ha tradito, il tradimento di Giuda non regge, puoi leggerti cosa scrive Claudio Simeoni a proposito del tradimento di Giuda alla pagina http://it.geocities.com/liberazionepagana/cinquec.html LEI NON RISPONDE. Martedì 2/1/2007 una 20enne mi invia un hermes con scritto semplicemente "ciao!" dopodiché pochi minuti dopo in un altro hermes emette un giudizio su ciò che scrivo senza essere in grado di giustificarlo: con due sole parole solo perché scritte in stampatello pensa di poter mettere in discussione i miei lunghissimi post? La superficialità di questo suo intervento fa cadere le braccia ma almeno questa persona cita una mia frase che non condivide così posso darle indicazioni in merito (delle quali dubito che ne tenga in considerazione). Notate il dialogo fra noi due: chi di noi due si rapporta in maniera umile e chi in maniera provocatoria? LEI DICE: "Posso dire che i missionari cristiani provocano danni pesantissimi alle culture e alle civiltà umane". GRANDISSIMA CAZZATA --- IO RISPONDO: Me lo sono inventato io l'articolo di Le Monde del 14/12/2006 che ho riportato nel post del 21/12/2006? Un consiglio per il regalo da chiedere alla Befana: "La posizione della missionaria" della Minimun Fax. LEI DICE: ok grazie! :) SI CONCLUDE MOMENTANEAMENTE QUI IL NOSTRO DIALOGO. Il giorno dopo, questa cristiana mette nel suo blog un post nel quale chiede rispetto ai non credenti nei confronti dei credenti (e non il contrario) dicendo che è stanca di vedere blog che criticano la sua religione. Mi chiedo chi glielo fa fare di leggere i blog che non le piacciono. In sostanza chiede che la sua religione non venga criticata solo per il fatto che lei è stanca di leggere questi blog; è come se io chiedessi ai cristiani di non manifestare il loro pensiero nei loro blog perché sono "stufo" di leggere quelle cose. Secondo i cristiani tutti dovrebbero adeguarsi ai loro gusti, hanno questa pretesa arrogante e se gli altri non si adeguano gridano alla mancanza di rispetto (neanche qualcuno avesse lasciato commenti offensivi nel suo blog) o a volte addirittura alla persecuzione (questo è il livello delle persecuzioni che subiscono i cristiani in Europa). A questo punto, visto che oltretutto nel suo post esalta l'operato dei missionari, mi viene il sospetto che questa persona parli di me visto il modo in cui mi ha risposto alla mia critica nei confronti dell'agire dei missionari. La cosa sarebbe assurda visto che ciò che scrivo non viola nessuna legge e non mi sono inventato niente; se fosse così questa persona non avrebbe nemmeno il minimo concetto di cos'è il rispetto! Oltretutto scrive che questi bloggers tirano “merda a tutti i credenti” (parole sue)! L’affermazione sarebbe di un’imbecillità più unica che rara se fosse rivolta nei miei confronti visto che quando un cristiano mi scrive in privato non pubblico mai il suo nick, lo stesso faccio con lei e non pubblico neppure il suo post (a parte l’unica sua espressione “tira merda a tutti i credenti”) e neppure il titolo del suo post proprio perché non voglio che si possa risalire a chi mi ha scritto in privato. Oltretutto accusa (senza provare) che questi post di critica verso la sua religione vengano scritti per avere più visite e per ottenere qualche commento in più (non si potrebbe dire lo stesso del suo post in difesa dei missionari visto che il suo post ha ottenuto più commenti di tutti i miei ultimi 20 post messi insieme?). Se l'accusa fosse rivolta al mio blog sarebbe del tutto idiota visto che il mio blog è privo del contatore visite e dei commenti non me ne frega niente di quanti siano (mi interessa la qualità non la quantità), fatto sta che da quando sono iscritto a giovani (diversi anni) ho fatto solamente una dedica (oltretutto 6 minuti dopo è uscita una stupida dedica da parte di un cristiano che nemmeno aveva letto il mio blog, ovviamente in 6 minuti, la quale era una dedica sprezzante nei confronti delle mie idee). A questo punto ho chiesto un chiarimento alla cristiana in questione: La sua risposta è l'ulteriore conferma che ciò che scrivo è del tutto nel rispetto delle regole civili. Non si sa a chi si riferiva, secondo me non ci sono tutti questi blog offensivi nei confronti dei cristiani. Da quando sono iscritto a giovani in tutti questi anni ne ho visto solo uno (poi mi sono dimenticato il nick e non l'ho più ritrovato, quindi non è nemmeno un blog "famoso" e non so neppure se esista ancora). Molti cristiani fanno sempre tanto rumore per nulla, si lamentano come ci fosse una moltitudine di persone pronte ad offenderli ma la realtà è ben diversa: hanno le manie di persecuzione e i nemici immaginari (non mi riferisco in particolare a chi mi ha scritto in privato ma in generale a molti cristiani in Europa e in particolare in Italia). Per questo ritengo il post in questione, sensazionalista e inutilmente allarmista (come certi titoloni esagerati in prima pagina nei quotidiani che servono solo a vendere qualche copia in più). Sempre Martedì 2/1/2007, un po' più tardi, mi scrive un 24enne (il dialogo che segue si è svolto il 2 ed il 3/1/2007). La cosa più squallida è che questo cristiano giustifica il suo dio per avere sterminato l’umanità col diluvio universale (apologia al genocidio? So benissimo che il diluvio universale non è mai avvenuto ma per 1600 anni i cristiani hanno insistito a fingere che sia avvenuto! Mi fa schifo sentir dire “ha fatto bene!”) dicendo (parole sue): “Dio lo ha fatto per popoli”! È come dire che gli inquisitori quando bruciavano vivi gli esseri umani, lo facevano per loro: bruciavano il loro corpo ma almeno salvavano l’anima! Che buoni questi inquisitori! Le frasi che seguono il carattere > non sono dette dalla persona in questione ma sono ciò che l'altro ha detto e la persona in questione commenterà di seguito (senza >) (penso che chi è abituato ad usare gli hermes non farà confusione). LUI DICE: Mah, io non ne vedo proprio criminalità....e la storia di Mitra dimostra ben altre cose...! IO RISPONDO: > Mah, io non ne vedo proprio > criminalità.. Non ne vedi? Non esiste peggior cieco di chi non vuole vedere. Riporto da Marco 14 - 48 a 14 - 52 il momento dell’arresto di Gesù Cristo: «Allora Gesù, rispondendo. disse: «Siete venuti con spade e bastoni per catturarmi, come se fossi un brigante? Eppure, ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio ad insegnare, e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture!». Allora i discepoli, abbandonatolo, se ne fuggirono tutti. Ed un certo giovane lo seguiva, avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo, ed essi lo afferrarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo. se ne fuggì nudo dalle loro mani.» Che ci faceva Gesù Cristo col giovane nudo? E poi qualcuno cade dalle nuvole quando scopre che esistono i preti pedofili; sarebbe da stupirsi se non ce ne fossero (visto che Gesù Cristo è il loro modello da imitare)! Della criminalità delle parole di Gesù Cristo ho già fatto qualche esempio. Ad un certo punto faccio riferimento a Matteo (da 10-34 a 10-37), dove Gesù Cristo dice: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.» E poi qualcuno sostiene che Gesù Cristo sia portatore di un messaggio di pace! Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». Ho ripetuto pari pari ciò che avevo già scritto su un mio post precedente nel caso ti fosse sfuggito. Se non sono insegnamenti criminali questi dimmi tu cosa sono! I militari di Carlo detto "il Magno" uccidono (per ordine di Carlo Magno) 4500 pagani sassoni solo perché non si vogliono convertire al cristianesimo, e visto che Carlo Magno ha messo in pratica le parole di Gesù Cristo (quelle di uccidere chi non ha voluto che Cristo regnasse su di loro) è stato fatto santo. Questo è solo uno dei tantissimi esempi, anche i crociati mettevano in pratica queste parole di Gesù Cristo. Queste parole hanno causato 1600 anni di orrore e effettivamente dire criminale è dir poco. Criminale è chi uccide una persona ma degli insegnamenti che causano centinaia di milioni di morti non ci si può limitare a definirli criminali. In realtà sono stato troppo moderato quando ho parlato di "criminalità". Se vuoi approfondire la criminalità di questa icona può leggere cosa scrive Claudio Simeoni alle pagine http://it.geocities.com/collegiodeisalii/infamia.html e http://it.geocities.com/paganoit/index.html > ..e la storia di > Mitra dimostra ben altre cose...! Cosa dimostra? Io di Mithra non ho detto niente se non che era una delle tante divinità solari che prima di Cristo venivano festeggiate il 25 Dicembre (il giorno del Solstizio d'Inverno secondo il calendario Giuliano) e ho spiegato un po' il significato del nome della sua versione romana "Sol Invictus". Ho detto che la particola tonda dei cristiani è stata rubata dalla simbologia pagana (simboleggia il Sole, guarda caso!) e che la nascita di Cristo è stata spostata in un secondo momento per sovrapporlo alle divinità pagane (visto che la festa del 25 Dicembre non riuscivano a cancellarla se ne sono appropriati). D'altra parte non potevano i Cristiani trattare Mithra come Pan. Pan è stato demonizzato, infatti l'immagine del diavolo cristiano è stato copiato da Pan; l'hanno fatto per colpire duramente i devoti di Pan e infamare quel dio pagano. Non potevano fare lo stesso con Mithra visto che aveva molti devoti all'interno dell'esercito romano. Come al solito i cristiani si sono dimostrati spietati coi deboli e paurosi coi forti. Anche il bambinello è un simbolo pagano: è Adone, Zeus, Dioniso, eccetera. Anche la grotta è legata alla simbologia pagana, a questo proposito puoi leggere ciò che scrive Claudio Simeoni alla pagina http://www.freeyabb.com/phpbb/viewtopic.php?p=468&sid=d5992fe421bf2dd600822812d6df3856&mforum=paganesimo Comunque il Mithraismo era un culto misterico (come il cristianesimo guarda caso). I culti misterici arrivarono a Roma molto tardi, nel 200 a. e. v. circa. LUI DICE: Allora sulla frase del pedofilo è chiaro che siano visionarie le vostre (tue) parole, non sta scritto da nessuna part che sia un minore innanzitutto, ma soprattutto non è scritto da nessuna parte che ci siano di mezzo atti osceni o similia. In compenso sono scritti ovunque passi CHIARISSIMI contro la pedofilia "Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare" per esempio. Invece la frase "conducete qui i miei nemici ecc ecc" è altrettanto chiramente un riferimento al giudizio divino, chi non ha creduto dovrà essere mandato all'Inferno (ovvero "ucciso") davanti al Suo giudizio. Basta vedere quanti altri passi dimostrino gli insegnamenti di non-violenza di Gesù, sono proprio innumerevoli. Crociate, Carlo magno e tanti altri che hanno interpretato male queste parole evidentemente non possono ritenersi Cristiani, mi pare ovvio. Su mithra l'unica cosa evidente è che il 25 dicembre è stato scelto come data fasulla di nascita di Gesù per far convertire i pagani e per far apprezzare a tutti il cristianesimo, mischiandolo insomma col paganesimo. IO RISPONDO: > Allora sulla frase del pedofilo è > chiaro che siano visionarie le > vostre (tue) parole, non sta > scritto da nessuna part che sia un > minore innanzitutto, ma soprattutto > non è scritto da nessuna parte che > ci siano di mezzo atti osceni o > similia. Il termine "giovane" non puoi leggerlo nel significato moderno del termine. Un ventenne era già considerato un uomo adulto. Se la mia ipotesi non ti convince, qual è la tua? Cosa ci faceva Gesù Cristo di notte col giovane nudo? > In compenso sono scritti > ovunque passi CHIARISSIMI contro > la pedofilia "Ma chi avrà > scandalizzato uno di questi > piccoli che credono in me, meglio > per lui sarebbe che gli fosse > appesa al collo una macina da > mulino e fosse gettato in fondo al > mare" per esempio. "CHIARISSIMI"? Gesù Cristo non parla certo di pedofilia o di sessualità in questo frangente. Questa è solo una TUA interpretazione! Leggi bene ciò che hai scritto: "Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli CHE CREDONO IN ME", se parlasse di stupro che motivo ci sarebbe di sottolineare "CHE CREDONO IN ME"? Mi sembra più logica l'interpretazione "Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, FACENDO Sì CHE NON CREDANO PIù IN ME per lui sarebbe meglio che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare". Cioè lo scandalo consiste nel dire ai bambini che gli insegnamenti di Gesù NON sono buoni e giusti. Dove si dice di non stuprare? Come sempre chi difende Gesù Cristo pensa sempre di avere la “verità” (che non esiste, è solo un concetto astratto) mentre le parole degli altri “è chiaro che siano visionarie”. > Invece la frase "conducete qui i > miei nemici ecc ecc" è altrettanto > chiramente un riferimento al > giudizio divino, chi non ha > creduto dovrà essere mandato > all'Inferno (ovvero "ucciso") > davanti al Suo giudizio. L'Inferno? Anche questa è una tua interpretazione. L'inferno è stato copiato dalle antiche religioni. Nella bibbia non si parla della Gehenna, e solo due dei quattro evangelisti usano la parola inferno. Gesù Cristo più che parlare di inferno, purgatorio o paradiso, parla della resurrezione della carne, un'assurdità del tipo "La notte dei morti viventi" o altri films di zombies. Anche in questo caso tu stai interpretando e di interpretazioni ce ne possono essere a migliaia e ognuno se la gioca come più gli fa comodo mentre io sto leggendo ALLA LETTERA ciò che è scritto e ricordati che nel cristianesimo la parola dio dio è "verbo immutabile". Per i cristiani il fatto che Gesù sia figlio del dio biblico e quindi "dio" stesso è da interpretare o è da leggere alla lettera? Per i cristiani il fatto che la madonna sia "vergine" è da interpretare o da leggere alla lettera? Comunque nei vangeli non si parla di esami ginecologici che dimostrino la "verginità" della madonna. > Basta > vedere quanti altri passi > dimostrino gli insegnamenti di > non-violenza di Gesù, sono proprio > innumerevoli. Perché non me li citi? > Crociate, Carlo magno e tanti > altri che hanno interpretato male > queste parole evidentemente non > possono ritenersi Cristiani, mi > pare ovvio. Le hanno interpretate alla lettera: "Uccidete chi non ha voluto che regnassi su di loro" diceva Cristo. Carlo Magno è stato fatto santo dalla chiesa cattolica mica da me! Vaglielo a dire a Ratzinger che il suo San Carlo Magno non è un cristiano. > Su mithra l'unica cosa evidente è > che il 25 dicembre è stato scelto > come data fasulla di nascita di > Gesù per far convertire i pagani e > per far apprezzare a tutti il > cristianesimo, mischiandolo > insomma col paganesimo. Sì, è ciò che ho detto io: è come quando secoli fa si copriva la carne marcia di spezie per coprirne il fetore e renderla meno immangiabile. LUI DICE: > "CHIARISSIMI"? Gesù Cristo non > parla certo di pedofilia o di > sessualità in questo frangente. > Questa è solo una TUA > interpretazione! Leggi bene ciò > che hai scritto: "Ma chi avrà > scandalizzato uno di questi > piccoli CHE CREDONO IN ME", se > parlasse di stupro che motivo ci > sarebbe di sottolineare "CHE > CREDONO IN ME"? Mi sembra più > logica l'interpretazione "Ma chi > avrà scandalizzato uno di questi > piccoli che credono in me, FACENDO > Sì CHE NON CREDANO PIù A ME per lui > sarebbe meglio che gli fosse appesa > al collo una macina da mulino e > fosse gettato in fondo al mare". > Cioè lo scandalo consiste nel dire > ai bambini che gli insegnamenti di > Gesù NON sono buoni e giusti. Dove > si dice di non stuprare? Come > sempre chi difende Gesù Cristo > pensa sempre di avere la “verità” > (che non esiste, è solo un > concetto astratto) mentre le > parole degli altri “è chiaro che > siano visionarie”. ### > L'Inferno? Anche questa è una tua > interpretazione. L'inferno è stato > copiato dalle antiche religioni. > Nella bibbia non si parla della > Gehenna, e solo due dei quattro > evangelisti usano la parola > inferno. Gesù Cristo più che > parlare di inferno, purgatorio o > paradiso, parla della resurrezione > della carne, un'assurdità del tipo > "La notte dei morti viventi" o > altri films di zombies. Anche in > questo caso tu stai interpretando > e di interpretazioni ce ne possono > essere a migliaia e ognuno se la > gioca come più gli fa comodo > mentre io sto leggendo ALLA > LETTERA ciò che è scritto e > ricordati che nel cristianesimo la > parola dio dio è "verbo > immutabile". ###Le frasi vanno interpretate dal contesto; la mia interpretazione pare evidente se vai ad osservare la parabola che aveva raccontato un secondo prima. Non tutto va letto alla lettera, estrapolando dal contesto. > Per i cristiani il > fatto che Gesù sia figlio del dio > biblico e quindi "dio" stesso è da > interpretare o è da leggere alla > lettera? ###Letteralmente è tutto vero, ma va interpretato nel contesto, e alla luce di altri passi. Gesù è Dio, è detto chiaramente ed è da interpreatre così, nei vari passaggi. > Per i cristiani il fatto > che la madonna sia "vergine" è da > interpretare o da leggere alla > lettera? Comunque nei vangeli non > si parla di esami ginecologici che > dimostrino la "verginità" della > madonna. ###Cosa c'è da interpretare..."non conobbe Giuseppe finchè non ebbe partorito Gesù"...è detto chiaramente che Maria è stata vergine fino al concepimento di Gesù! > Perché non me li citi? ###ama il tuo nemico, non ti dice nulla? perdona fino a 70 volte 7? non uccidere? > Le hanno interpretate alla > lettera: "Uccidete chi non ha > voluto che regnassi su di loro" > diceva Cristo. Carlo Magno è stato > fatto santo dalla chiesa cattolica > mica da me! Vaglielo a dire a > Ratzinger che il suo San Carlo > Magno non è un cristiano. ###Che me frega se ratzinger l'ha fatto santo? Se ha uscciso e fatto altre cose non cristiane, non è stato cristiano. > Sì, è ciò che ho detto io: è come > quando secoli fa si copriva la > carne marcia di spezie per > coprirne il fetore e renderla meno > immangiabile. ###appunto, e quindi? dimostra solo che il 25 dicembre non è il giorno della nascita di Gesù, e quindi? IO RISPONDO: > ###Le frasi vanno interpretate dal > contesto; la mia interpretazione > pare evidente se vai ad osservare > la parabola che aveva raccontato > un secondo prima. La parabola delle mine è sotto gli occhi di tutti e tutti possono verificare. Non vedo questo “evidente” riferimento all’inferno che tu accenni. È evidente a te perché è ciò che vuoi vedere. > Non tutto va > letto alla lettera, estrapolando > dal contesto. Sono d’accordo che un’affermazione va letta nel suo contesto e non isolata dall’insieme ma nel mio post non ho criticato la tua interpretazione anche perché ogni cristiano ha le proprie interpretazioni. È assurdo e dispersivo mettersi a criticare le fantasie di ogni singolo cristiano. Io critico ciò che è LA FONTE DI LETTURA O DI INTERPRETAZIONE PER OGNI CRISTIANO, cioè i vangeli ufficiali, i quali sono il punto in comune e di partenza per ogni cristiano (sia per quelli che leggono alla lettera, sia per quelli che interpretano). Si interpreta per ciò che c’è scritto. Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». Come può essere interpretato questo messaggio? Non certo come un messaggio di pace. La interpretazione sarà: “Se proprio non posso uccidere chi non si sottomette a Cristo cercherò di farlo sbattere in galera”. Non può essere certo interpretato come: “Cerchiamo di dialogare”. Quello che voglio dire è che se qualcuno ha intenzione di interpretare è giusto che lo faccia nella direzione che indica ciò che è scritto, non ne può stravolgere il significato inserendo elementi (come tu fai con l’inferno) che all’interno della parabola non c’entrano, almeno che ad una persona più che comprendere, gli interessi arrampicarsi sugli specchi pur di non perdere le proprie certezze. Ci sono versioni diverse nei vari vangeli cristiani per quanto riguarda l’ultima frase della parabola delle mine: in alcune c’è scritto “uccidere”, in altre “scannare”, in altre “sgozzare”, eccetera… Alla fine, dopo aver letto tutte queste versioni forse un’idea più chiara di questo messaggio ce l’avrai. > ###Letteralmente è tutto vero, ma > va interpretato nel contesto, e > alla luce di altri passi. Gesù è > Dio, è detto chiaramente ed è da > interpreatre così, nei vari > passaggi. Come è detto chiaramente: «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». Lo vedi che quando ti fa comodo leggi alla lettera e quando una cosa non ti piace allora interpreti? > ###Cosa c'è da interpretare..."non > conobbe Giuseppe finchè non ebbe > partorito Gesù"...è detto > chiaramente che Maria è stata > vergine fino al concepimento di > Gesù! Sì, Giuseppe, ma non esisteva solo Giuseppe, non era l’unico uomo che esisteva da quelle parti. Il significato della parola “vergine” è stato storpiato nel corso del tempo. Originalmente significava essere una donna libera, non impegnata; quindi era un riferimento alla persona, mentre col cristianesimo il significato è stato storpiato e la donna perde il suo valore, non è più la persona che conta ma è la vagina! Per il cristianesimo Maria è la pura, tutte le altre donne sono peccatrici! Quanta repressione sessuale ha portato questa figura mostruosa! Maria è la donna oggetto che al comando del suo dio “metterai alla luce mio figlio” sa solo dire “sì padrone!”. Maria potrebbero farla la santa patrona dei maschilisti. > ###ama il tuo nemico, non ti dice > nulla? > perdona fino a 70 volte 7? > non uccidere? “Non uccidere” è un comandamento dell’antico testamento. Sei stato proprio tu a dire che un’affermazione “va interpretato nel contesto, e alla luce di altri passi.”. Con che faccia tosta uno che ha distrutto l’umanità col diluvio universale può venirmi a dire “non uccidere”? Lui (e quindi chi lo rappresenta) può uccidere e quindi gli altri non possono neppure difendersi da lui (e quindi chi lo rappresenta) con la stessa arma. Comodo! Ama il tuo nemico? Come i sentimenti si potessero imporre! D’altra parte Cristo è quello che dice: “Fermati vento!”. Lui dice “Porgi l’altra guancia!” ma non dice “IO, Gesù Cristo porgo l’altra guancia!”, quindi Cristo (o chi lo rappresenta) prima dà una sberla e poi dice: “Porgi l’altra guancia!”. E se uno non vuole porgere l’altra guancia? Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». > ###Che me frega se ratzinger l'ha > fatto santo? Se ha uscciso e fatto > altre cose non cristiane, non è > stato cristiano. Uccidere i pagani è del tutto cristiano. Una religione è fatta dagli uomini, se non esistessero i praticanti di quella religione, non esisterebbe la religione in questione. Il cristianesimo è stato costruito e praticato dagli uomini, il cristianesimo non è quello delle tue fantasie, quello che pensi è ciò che TU VORRESTI CHE FOSSE il cristianesimo! Il cristianesimo è ciò che i cristiani dicono e fanno. La fantasia è utile finché la si riconosce tale ma quando la si confonde con la realtà allora cominciano i guai. I cristiani sono abituati a pensare ad un dio mai esistito come fosse reale e così facendo costruiscono la loro fantasia pensando ad un dio come lo vorrebbero loro ed un Cristo come vorrebbero loro e confondono il cristianesimo delle loro fantasie con il cristianesimo reale. Ma facendo così si difendono insegnamenti criminali; anche se TU li interpreti come ti piace, durante questi ultimi 1600 anni sono stati presi alla lettera e i cristiani più integralisti lo fanno tuttora e lo faranno anche nel futuro: è ora di darci un taglio! > ###appunto, e quindi? dimostra > solo che il 25 dicembre non è il > giorno della nascita di Gesù, e > quindi? E quindi cosa? Sei stato tu a tirare in ballo Mithra e dire: “la storia di Mitra dimostra ben altre cose...!”. Non ho ancora capito cosa volevi dire con quella frase! Non esiste nessuna prova storica dell’esistenza di Gesù Cristo. Nel mio post del 16/12/2006 c’è scritto come è stato costruito questo personaggio: non ci sono analogie solo con Mithra ma anche la sua nascita, crocifissione (con tanto di tradimento e tortura), morte e resurrezione è stata copiata da miti precedenti. La sua crocifissione è stata pure scopiazzata male, infatti nel mito da cui era stata copiata aveva senso il tradimento e la tortura mentre nel nuovo testamento non ha molto senso. LUI DICE: > La parabola delle mine è sotto gli > occhi di tutti e tutti possono > verificare. Non vedo questo > “evidente” riferimento all’inferno > che tu accenni. È evidente a te > perché è ciò che vuoi vedere. ###E' evidente alla luce della parabola e di ciò che aveva detto prima. > Sono d’accordo che un’affermazione > va letta nel suo contesto e non > isolata dall’insieme ma nel mio > post non ho criticato la tua > interpretazione anche perché ogni > cristiano ha le proprie > interpretazioni. È assurdo e > dispersivo mettersi a criticare le > fantasie di ogni singolo cristiano. > Io critico ciò che è LA FONTE DI > LETTURA O DI INTERPRETAZIONE PER > OGNI CRISTIANO, cioè i vangeli > ufficiali, i quali sono il punto > in comune e di partenza per ogni > cristiano (sia per quelli che > leggono alla lettera, sia per > quelli che interpretano). Si > interpreta per ciò che c’è > scritto. Gesù Cristo dice (Luca > 19-27): > «Inoltre, conducete qui i miei > nemici, che non hanno voluto che > io regnassi su di loro e > uccideteli alla mia presenza.». > Come può essere interpretato > questo messaggio? Non certo come > un messaggio di pace. La > interpretazione sarà: “Se proprio > non posso uccidere chi non si > sottomette a Cristo cercherò di > farlo sbattere in galera”. Non può > essere certo interpretato come: > “Cerchiamo di dialogare”. Quello > che voglio dire è che se qualcuno > ha intenzione di interpretare è > giusto che lo faccia nella > direzione che indica ciò che è > scritto, non ne può stravolgere il > significato inserendo elementi > (come tu fai con l’inferno) che > all’interno della parabola non > c’entrano, almeno che ad una > persona più che comprendere, gli > interessi arrampicarsi sugli > specchi pur di non perdere le > proprie certezze. Ci sono versioni > diverse nei vari vangeli cristiani > per quanto riguarda l’ultima frase > della parabola delle mine: in > alcune c’è scritto “uccidere”, in > altre “scannare”, in altre > “sgozzare”, eccetera… Alla fine, > dopo aver letto tutte queste > versioni forse un’idea più chiara > di questo messaggio ce l’avrai. ###Per me non cambia, sono certo sia quella l'interpretazione. >> Sì, Giuseppe, ma non esisteva solo > Giuseppe, non era l’unico uomo che > esisteva da quelle parti. Il > significato della parola “vergine” > è stato storpiato nel corso del > tempo. Originalmente significava > essere una donna libera, non > impegnata; quindi era un > riferimento alla persona, mentre > col cristianesimo il significato è > stato storpiato e la donna perde il > suo valore, non è più la persona > che conta ma è la vagina! Per il > cristianesimo Maria è la pura, > tutte le altre donne sono > peccatrici! Quanta repressione > sessuale ha portato questa figura > mostruosa! Maria è la donna > oggetto che al comando del suo dio > “metterai alla luce mio figlio” sa > solo dire “sì padrone!”. Maria > potrebbero farla la santa patrona > dei maschilisti. ###Non ci vedo tutto quello che hai scritto...non conoscere Giuseppe significa non averci fatto nulla di sessuale. > “Non uccidere” è un comandamento > dell’antico testamento. Sei stato > proprio tu a dire che > un’affermazione “va interpretato > nel contesto, e alla luce di altri > passi.”. Con che faccia tosta uno > che ha distrutto l’umanità col > diluvio universale può venirmi a > dire “non uccidere”? Lui (e quindi > chi lo rappresenta) può uccidere e > quindi gli altri non possono > neppure difendersi da lui (e > quindi chi lo rappresenta) con la > stessa arma. ###Dio lo ha fatto per popoli che, nel vechcipo testamenteo, hanno proprio voltato le spalle a Lui...Ma nel nuovo c'ha mandato Gesù! > Comodo! Ama il tuo > nemico? Come i sentimenti si > potessero imporre! D’altra parte > Cristo è quello che dice: “Fermati > vento!”. Lui dice “Porgi l’altra > guancia!” ma non dice “IO, Gesù > Cristo porgo l’altra guancia!”, > quindi Cristo (o chi lo > rappresenta) prima dà una sberla e > poi dice: “Porgi l’altra guancia!”. ###Veramente quando l'hanno arrestato non si è per niente ribellato! > Uccidere i pagani è del tutto > cristiano. Una religione è fatta > dagli uomini, se non esistessero i > praticanti di quella religione, non > esisterebbe la religione in > questione. Il cristianesimo è > stato costruito e praticato dagli > uomini, il cristianesimo non è > quello delle tue fantasie, quello > che pensi è ciò che TU VORRESTI > CHE FOSSE il cristianesimo! Il > cristianesimo è ciò che i > cristiani dicono e fanno. La > fantasia è utile finché la si > riconosce tale ma quando la si > confonde con la realtà allora > cominciano i guai. I cristiani > sono abituati a pensare ad un dio > mai esistito come fosse reale e > così facendo costruiscono la loro > fantasia pensando ad un dio come > lo vorrebbero loro ed un Cristo > come vorrebbero loro e confondono > il cristianesimo delle loro > fantasie con il cristianesimo > reale. Ma facendo così si > difendono insegnamenti criminali; > anche se TU li interpreti come ti > piace, durante questi ultimi 1600 > anni sono stati presi alla lettera > e i cristiani più integralisti lo > fanno tuttora e lo faranno anche > nel futuro: è ora di darci un > taglio! ###se prendi alla lettera e comprendi tutot, si capisce che Dio è amore, mica altro! il messaggio di Gesù è fondato sulla non-violenza IO RISPONDO: > ###E' evidente alla luce della > parabola e di ciò che aveva detto > prima. Non farmi ripetere le cose come un pappagallo: è evidente ai TUOI occhi perché così la vuoi vedere! Ti riporto tutta la parabola delle mine (Luca da 19-12 a 19-17), dimmi da dove deduci che Gesù stia facendo riferimento all'inferno. Disse dunque: «Un uomo nobile andò in un paese lontano, per ricevere l'investitura di un regno e poi tornare. E, chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine, e disse loro: "Trafficate fino al mio ritorno". Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un'ambasciata, dicendo: "Non vogliamo che costui regni su di noi". Ora, quando fu di ritorno, dopo aver ricevuto l'investitura del regno fece chiamare quei servi ai quali aveva dato il denaro per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato trafficando. Allora si fece avanti il primo e disse: "Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine"; ed egli disse: "Bene, servo buono poiché sei stato fedele in cosa minima, ricevi il governo su dieci città Venne poi il secondo, dicendo: "Signore, la tua mina ha fruttato altre cinque mine"; ed egli disse anche a costui: "Tu pure sii capo di cinque città". Venne poi un altro, che disse: "Signore, ecco la tua mina che ho tenuta riposta in un fazzoletto perché ho avuto paura di te, che sei un uomo severo; tu prendi ciò che non hai depositato e mieti ciò che non hai seminato". E il suo signore gli disse: "Ti giudicherò dalle tue stesse parole, malvagio servo; tu sapevi che sono un uomo duro, che prendo ciò che non ho depositato e mieto ciò che non ho seminato; perché non hai depositato il mio denaro in banca; così, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l'interesse?" Disse poi ai presenti: "Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine". Ed essi gli dissero: "Signore, egli ha dieci mine". "Poiché io vi dico che a chi ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza. > ###Per me non cambia, sono certo > sia quella l'interpretazione. Io con le altre persone posso confrontarmi con la logica, davanti agli atti di fede non c'è nulla che possa fare. Io non devo convertire nessuno, trovo costruttivo discutere e cercare di capire. > ###Non ci vedo tutto quello che > hai scritto...non conoscere > Giuseppe significa non averci > fatto nulla di sessuale. Se con Giuseppe non aveva fatto nulla, con gli altri cosa ha fatto? Non si sà. > ###Dio lo ha fatto per popoli che, > nel vechcipo testamenteo, hanno > proprio voltato le spalle a > Lui... Non mi risulta che qualche essere umano abbia cercato di distruggere l'eden. Non è questo dio che ha voltato le spalle agli uomini? Se gli uomini fanno quello che vuole lui allora vivranno altrimenti li stermina tutti! Stai giustificando uno che si vanta di aver distrutto l'umanità col diluvio universale! Stai giustificando un genocida! > Ma nel nuovo c'ha mandato > Gesù! Ci mancava pure lui! Se qualcuno sostenesse oggi di essere figlio del dio biblico verrebbe rinchiuso in manicomio. > ###Veramente quando l'hanno > arrestato non si è per niente > ribellato! Perché così aveva deciso il suo padre padrone! > ###se prendi alla lettera e > comprendi tutot, si capisce che > Dio è amore, mica altro! Sì, certo: distruggere l'umanità col diluvio universale per te è amore, tientelo te questo tipo di amore, io non voglio averne niente a che fare! Per te allora significa amore prendere alla lettera questo: Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». > il > messaggio di Gesù è fondato sulla > non-violenza Sì, certo, come il passo precedente che ti ho citato, oppure come questo: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.» Che pacifista questo Gesù! Se questo è il tuo concetto di non-violenza, io non voglio averne niente a che fare. Stai facendo affermazioni, tipo quella del Gesù non-violento o quella del dio amorevole che non sei in grado di giustificare. Alla luce dei fatti, analizzando i vangeli emerge un Gesù Cristo tutt'altro che non-violento e analizzando l'antico testamento emerge un dio tutt'altro che amorevole nei confronti degli esseri umani. I cristiani inculcano ai bambini che Gesù e suo padre sono buoni e giusti, dopodiché neppure davanti all'evidenza riescono a smuovere un po' questa credenza aprioristica che pesa sugli individui come un macigno. Inutile discutere con la logica: quando uno VUOLE che Gesù e suo padre siano buoni e giusti li vedrà sempre così. E intanto, per colpa di queste fantasie, noi tutti ci rimettiamo in quanto si continua a riproporre alla società civile un dio genocida e gli insegnamenti criminali di Gesù Cristo, e tutto ciò è possibile proprio perché vengono presentati come buoni e giusti. LUI NON RISPONDE. Dopodiché, il 4/1/2007 ho scritto ad una cristiana che mi ha scritto già in passato (vedete i post del 29/11, 1/12 e 3/12). Questa ha sempre il vizio di dire che Gesù Cristo è morto per noi (mi verrebbe voglia di dirle: “Parla per te! È morto per te, non per me! Io di lui non voglio averci nulla a che fare! Tenetevelo voi cristiani il vostro Gesù, io preferisco vivere! Non gliel’ho ordinato io di morire! Prenditela col suo padre padrone che gliel’ha ordinato di fare!”), la cosa più grave è che gliel’ho già spiegato che la crocefissione non è un dato storico ma è tratta da un testo “religioso” e non certo storico e le avevo già spiegato da dove era stata copiata la storia crocifissione: dal mito di Ermia! Guardate come si conclude il dialogo: lei ha il dono (quindi lei è la prediletta e gli altri sono sfigati)! Il seguente dialogo si è svolto dal 4 al 6/1/2007. LEI DICE: okay ti spiego io ti avevo risp e avevo scritto un poema: che esistono prove reali e concrete sul fatto che sia esistito gesù, tipo una roccia in palestina e uno storico e altre che ora non ho sotto mano.... ps nn m mandava l'hermes IO RISPONDO: Se la prova è quella specie di incisione "Giuseppe, fratello di Gesù..." eccetera l'hanno già analizzata e hanno scoperto che è un falso! LEI DICE: hanno scoperto hanno scoperto e la bla bla,.. l'uomo NONE' PERFETTTO E NON Eì ONNIPOTENTE -------- IO RISPONDO: > hanno scoperto hanno scoperto e > la bla bla,.. Allora era proprio quella la "prova"! Ahahahaaaaaa! > l'uomo NONE' PERFETTTO E > NON Eì ONNIPOTENTE Lo so, non esiste l'onnipotenza e neanche la perfezione. LEI DICE: e poi il cristianesimo nn è una religione lo sai?? IO RISPONDO: Lo sò, io sono un pagano politeista, il paganesimo politeista è una religione, il cristianesimo è superstizione. LEI DICE: SUPERSTIZIONE - credenza determinata DALL'IGNORANZA e DALLA SUGESTIONE per cui s tende ad attribuire a cause occulte o soprannaturali avvenimenti che possono essere spiegati con cause naturali SUGGESTIONE -fenomeno psicologico per cui un idea, sentim, comport s'impongono allo spirito, per l'azione ripetuta di una forza esterna irresistibile -ipnotica- ..leggilo bene.. no no non puoi chiamarla così IO RISPONDO: E come vuoi chiamarla? Quando c'è gente che pensa che a forza di mangiare particole andrà in paradiso secondo te questa non è superstizione? > SUPERSTIZIONE - credenza > determinata DALL'IGNORANZA e DALLA > SUGESTIONE per cui s tende ad > attribuire a cause occulte o > soprannaturali avvenimenti che > possono essere spiegati con cause > naturali Tipo la stigmate di padre pio o le statue della madonna che lacrimano! LEI DICE: la particola è solo un simbolo dell'amore di dio perchè rappresenta fisicamente che lui si e sacrificato per noi,, mai ho pensato k più le mangio più sn sicura d andare in paradiso, ma anzi sn la prima k dice k i BASABANCHI sn le persone peggio! ma credo che sia giusto coltivare la mia spiritualità attrv iol cristianesimo, perchè ha dei bei valori IO RISPONDO: > la particola è solo un simbolo > dell'amore di dio perchè rappresenta > fisicamente che lui si e sacrificato > per noi,, No, la particola è una simbologia pagana di cui i cristiani si sono appropriati ed hanno finto che sia un loro simbolo. La particola tonda rappresenta il Sole, Mithra! La festa del Sol Invictus Mithra guarda caso era festeggiata il 25 Dicembre. > mai ho > pensato k più le mangio più sn > sicura d andare in paradiso, È un modo di dire: i rituali cattolici li fa il prete e i fedeli devono ripetere come pappagalli ciò che dice di fare il prete, non esiste nessuno spazio per le scelte dei singoli, i cattolici non sono abituati ad essere attori ma sono educati a fare gli spettatori. > ma anzi sn la prima k dice k i > BASABANCHI sn le persone peggio! > ma credo che sia giusto coltivare > la mia spiritualità attrv iol > cristianesimo, perchè ha dei bei > valori Bei valori? Riporto da Marco 14 - 48 a 14 - 52 il momento dell’arresto di Gesù Cristo: «Allora Gesù, rispondendo. disse: «Siete venuti con spade e bastoni per catturarmi, come se fossi un brigante? Eppure, ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio ad insegnare, e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture!». Allora i discepoli, abbandonatolo, se ne fuggirono tutti. Ed un certo giovane lo seguiva, avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo, ed essi lo afferrarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo. se ne fuggì nudo dalle loro mani.» Che ci faceva Gesù Cristo col giovane nudo? E poi qualcuno cade dalle nuvole quando scopre che esistono i preti pedofili; sarebbe da stupirsi se non ce ne fossero (visto che Gesù Cristo è il loro modello da imitare)! Della criminalità delle parole di Gesù Cristo ho già fatto qualche esempio. Ad un certo punto faccio riferimento a Matteo (da 10-34 a 10-37), dove Gesù Cristo dice: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.» E poi qualcuno sostiene che Gesù Cristo sia portatore di un messaggio di pace! Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». LEI DICE: allora k la particola sia cristiana o pagana a me proprio nn sbatte niente, perchè ogni cosa assume un significato dentro di me pert questo dico k sono cristianaq,.. perchè la reli gione entra in me, nn m fermo -cm sembra tu faccia- al perchè dll cs, al qnd le hanno create ecc ecc ma la vedo da un altro punto, qll spirituale, la fede.. IO RISPONDO: Nel paganesimo è fondamentale chiedersi il perché delle cose! Nel cristianesimo non ci si chiede il perché delle cose. Questa è una delle tante differenze che c'è fra religione e superstizione. La gente non si chiede perché il numero 17 porta sfiga, per loro porta sfiga perché qualcuno gliel'ha detto e basta! Questo è un'altro esempio di superstizione! Lo stesso i cristiani: qualcuno ha detto a loro che Gesù e il loro dio sono buoni e questo basta a loro per crederci! > allora k la particola sia > cristiana o pagana a me proprio nn > sbatte niente, perchè ogni cosa > assume un significato dentro di me > pert questo dico k sono > cristianaq,.. perchè la reli gione > entra in me, nn m fermo -cm sembra > tu faccia- al perchè dll cs, al > qnd le hanno create ecc ecc ma la > vedo da un altro punto, qll > spirituale, Io non mi fermo a chiedermi il perché delle cose ma pratico la mia religio. Ma il chiedersi il perché delle cose è importante e se non lo faccio le mie azioni sarebbero prive di significato e in quel caso non sarebbe religio ma superstitio, sarei come un cristiano. > la fede.. La fede (nel senso moderno del temine) la lascio ai disperati, non so cosa farmene. Non sono ridotto così male da averne bisogno. LEI DICE: ma le cose infondate si sgammano subito 1 in romano VIXI vissuto già -morto- circa- cmq ora mi sconnetto.. e è il cuorek t fa credere mentre nll superstiz no.. IO RISPONDO: Io lo so, anche tu lo sai che VIXI ha come unico anagramma il numero XVII e nessun altro numero! Ma sai quanti non lo sanno! Gesù Cristo ci si mette di più a sgamarlo perché ormai le persone sono condizionate nei loro sentimenti! Nessuno ha mai pregato il numero 17 ma l'hanno fatto con Gesù Cristo. Ciò che ti fa credere è la paura, come nella superstizione. Si ha paura di perdere quell'appiglio. Qulacuno ha addirittura paura di essere punito dal suo dio se tenta di metterlo in discussione quindi non provano neanche a pensare alla non esistenza. Altri invece hanno altri motivi, ma sono solo determinati da problemi di tipo emotivo. LEI DICE: lo metto spesso in discussione e i dubbi fanno parte della fede, come le liti fanno parte dell'amore -di coppia- IO RISPONDO: Sì? Nelle nostre discussioni non l'ho mai notato. Non ho notato dubbi, solo atti di fede da parte tua. LEI DICE: ma perchè nn ne discuto cn te! > Io non mi fermo a chiedermi il > perché delle cose ma pratico la > mia religio. Ma il chiedersi il > perché delle cose è importante e > se non lo faccio le mie azioni > sarebbero prive di significato e > in quel caso non sarebbe religio > ma superstitio, sarei come un > cristiano. >> la fede.. > La fede (nel senso moderno del > temine) la lascio ai disperati, > non so cosa farmene. Non sono > ridotto così male da averne > bisogno. non è che ci credi cecamente, vuol dire avere i momenti belli e brutti cm col moroso!!! cioè nn è ke se tu m dici k k il blu è viola io c credo perchè ho fede in te,.. ma qll k voglio dire è k certe cs ank senza averle in mano le percepisci.. IO RISPONDO: Come no, ti dicono che il male è bene e ci credi, cosa cambia. Se fin da piccola ti mostrano il colore blu e ti dicono: "Guarda! Questo è viola!", tu sarai convinta che è viola. LEI RISPONDE: nn so + che dirti IO DICO: > non è che ci credi cecamente, vuol > dire avere i momenti belli e brutti > cm col moroso!!! cioè nn è ke se tu > m dici k k il blu è viola io c > credo perchè ho fede in te,.. ma > qll k voglio dire è k certe cs ank > senza averle in mano le > percepisci.. Quando la percezione viene riportata nel piano della ragione, questa farà i conti con la nostra cultura. Se nessuno ti avesse parlato di Gesù Cristo e del dio biblico tu non sapresti neanche della loro esistenza. LEI DICE: verissimo! ma direi che esisre una forza k muove tt, un amore universale e dato k io sono nata qui contemplo qst forza attr il dio cristiano IO RISPONDO: Non c'è un'unica forza, le forze sono molteplici. Questa è la principale differenza religiosa fra noi due: tu sei monoteista mentre io sono politeista. LEI DICE: ma nn credi che le forze insieme legano/creano/uniscono tutto e quindi diventa un unica grande cosa: il tt? IO RISPONDO: Il tutto è la Coscienza Universo. LEI DICE (ometto le informazioni personali): cmq ovvio k i dubbi ci sn, se nn c fossero sarebbe da preoccuparsi!! ora m devo sconnettere fra un po ma per dirti io nn so spiegarti il perchè la pranoterapia funzioni, ma [...],.mentre i dottori razionali -cm te- volevano [...]! IO RISPONDO: Non sono un razionalista, io sono una persona religiosa. La pranoterapia ha funzionato ma non c'è stato nessun "miracolo" da parte del dio biblico. Esistono delle forze dentro di noi che sono di autoconvincimento e autoguarigione, l'ha già dimostrato la scienza. I dottori probabilmente avevano deciso così per andare sul sicuro e non rischiare il peggio. LEI DICE (ometto le informazioni personali): la scienza dimostra ben poco.. perchè nn siamo noi forti, è la forza d dio ke attrverso di noi si rivela. quando sn diventata prima nazionale [...] d certo nn è stato grazie a me, ma grazie a dio k m ha dato il dono, ovvio k poi lo devo coltivare io IO RISPONDO: > la scienza dimostra ben poco.. La scienza ha dimostrato molto di più di tutti i cristiani messi insieme. > perchè nn siamo noi forti, è la forza > d dio ke attrverso di noi si rivela. Dimostrami questo allora visto che la scienza dimostra poco! Tu non sei in grado di dimostrare un | IN RILIEVO.LA CRIMINALITÀ DELLE PAROLE DI GESÙ CRISTO: CLICCATE QUA!
**************** PLAUSIBILITÀ DEL PAGANESIMO: LEGGETE I COMMENTI AL POST DEL 21 NOVEMBRE 2006. ******************** Visitate la pagina www.federazionepagana.it/boscosacro.html ******************** ECCO PERCHÉ È IMPOSSIBILE DISCUTERE CON UN CRISTIANO: CLICCATE QUA! UN CRISTIANO È INCAPACE DI DISCUTERE!
SE NON PENSO COME I CRISTIANI ALLORA I CRISTIANI DICONO CHE NON VEDO, NON SONO AFFINATO, OBBIETTIVO E DISTACCATO, HO UNA VISIONE MENO AMPIA, SONO DISINFORMATO, IGNORANTE, FANATICO, PROVOCATORE, DIFFAMATORE, DENIGRATORE E SONO INDIETRO CON L'EVOLUZIONE!LEGGETE I COMMENTI AL POST DEL 21 DICEMBRE 2006: CONSTATATE COI VOSTRI OCCHI QUANTO INTOLLERANTE SIA QUESTA CRISTIANA NEI MIEI CONFRONTI!
RADIO PAGANA. Claudio Simeoni conduce la trasmissione Magia, Stregoneria, Paganesimo.Conduttori di "Magia, Stregoneria, Paganesimo": Claudio Simeoni e Francesco Scanagatta.Un'altra cristiana si arrampica sugli specchi pur di difendere Gesù!Questa cristiana mi ha scritto un hermes Domenica 21 Gennaio 2007, questa partecipa alla sfida "Il blog che fa più riflettere" ed anche questa è magiorenne. Questa cristiana fa riferimento al file mp3 che si apre quando entrate nel mio blog. Questa parla di Gesù Cristo che si è fatto uccidere per l'umanità! Ma chi gli ha chiesto qualcosa a questo Gesù Cristo, io no di certo! Questo è un buon modo di farti sentire in debito, un debito che non sarai mai in grado di sdebitarti: davanti ad un dio che sacrifica il proprio unico figlio per te, tu come farai a sdebitarti? Io a questo gioco perverso non ci sto: se questa cristiana vuole sentirsi in debito sono affari suoi ma non può certo pretendere che mi senta in debito pure io.
LEI DICE: Il massacro dei primogeniti d'Egitto... Utilizzato così superficialmente, pare che inneggi al massacro. Dimentico del fatto che Cristo è morto (e non ha macellato proprio nessuno, anzi, l'esattamente il contrario), il dj parla di diritto dei cristiani di macellare gli indifesi. Questo è sconcertante. "Odio, terrore che i cristiani manifestano nei confronti del mondo": questa accusa è talmente ridicola! Cristo porta un messaggio nuovo di perdono e bontà: il Dio dell'antico testamento, vendicativo, che il dj cita tanto veementemente, è rinnovato in un'ottica di divina bontà da quel Cristo che si lascia mettere in croce, pur di no nlimitare la libertà umana. La Pasqua cristiana celebra la morte e resurrezione di Cristo.semplicemente. un saluto ps. se il tuo dj non crede nell'esistenza di Cristo, non capisco perchè si infervori tanto, anzichè esserne indifferente. IO RISPONDO: Non sò a che Gesù Cristo tu ti riferisca, certo non a quello dei vangeli ufficiali, probabilmente a quello delle tue fantasie. > Il massacro dei primogeniti > d'Egitto... > Utilizzato così superficialmente, > pare che inneggi al massacro. Pare? Superficilmente? Lui ha letto nero su bianco cosa c'è scritto nell'antico testamento. Mi sembra superficiale invece tentare di smentire tutto ciò con una frasetta come fai tu. Allora tu dimmi come leggi il fatto che questo dio ammazza gente che non centra niente perché non accetta la politica del Faraone. AMMAZZA TUTTI I PRIMOGENITI ANCHE QUELLI DEI SERVI E DEGLI ANIMALI! E questo non ti disgusta? Visto che "utilizzato" così è superficiale, dimmi come utilizzeresti tu il racconto della decima piaga d'Egitto se non per rivendicare il diritto del dio biblico di massacrare tutti (anche quelli che non centrano) pur di difendere il suo popolo eletto! Fai affermazioni che non giustifichi, se non è questa superficialità. > Dimentico del fatto che Cristo è > morto (e non ha macellato proprio > nessuno, anzi, l'esattamente il > contrario), Questo lo chiami "esattamente il contrario"? Gesù Cristo dice (Luca 19-27): «Inoltre, conducete qui i miei nemici, che non hanno voluto che io regnassi su di loro e uccideteli alla mia presenza.». > il dj parla di diritto > dei cristiani di macellare gli > indifesi. Questo è sconcertante. Sì, è sconcertante che i cristiani abbiano certe pretese. > "Odio, terrore che i cristiani > manifestano nei confronti del > mondo": > questa accusa è talmente > ridicola! Dimostralo, smettila di affermare senza dimostrare, sii meno superficiale! Io l'ho già dimostrata nel post del 16 Dicembre 2006 la criminalità del messaggio di Gesù Cristo. > Cristo porta un messaggio nuovo di > perdono e bontà: il Dio dell'antico > testamento, vendicativo, che il dj > cita tanto veementemente, è > rinnovato in un'ottica di divina > bontà da quel Cristo che si lascia > mettere in croce, pur di no > nlimitare la libertà umana. Sì? Il tuo concetto di bontà è totalmente diverso dal mio. In Matteo (da 10-34 a 10-37) Gesù Cristo dice: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.» > La Pasqua cristiana celebra la > morte e resurrezione di > Cristo.semplicemente. La morte e la resurrezione di Cristo è nata scopiazzando e rubacchiando dalle antiche religioni (come ho già spiegato nel post che ti ho già accennato), il ché lo ritengo offensivo. > un saluto > ps. se il tuo dj non crede > nell'esistenza di Cristo, non > capisco perchè si infervori tanto, > anzichè esserne indifferente. Come puoi essere indifferente quando i cristiani hanno una pesante influenza nella nostra società? Se i cristiani fossero una minoranza e avessero meno potere si potrebbero quasi ignorare. Il problema è che si cerca di imporre Cristo alla società civile, e questo fa sì che c'è gente che soffre tremendamente perché l'eutanasia per i cristiani è un omicidio! Mettono quelli di "movimento per la vita" all'interno degli ospedali per impedire alle ragazze di abortire, ragazze che si trovano già in una difficile situazione e come se questo non bastasse cercano di instillare in loro enormi sensi di colpa. Il guaio è che prima ti dicono di non usare il preservativo (contribuendo alla diffusione dell'aids) e poi non puoi neppure sciegliere di abortire e neanche di prendere la pillola del giorno dopo. E tutto questo perché la sofferenza rende simili a Cristo, più soffri è più ne godrai nell'aldilà. Che schifo! LEI NON RISPONDE. Quando la pianteranno di proteggere una figura così dannosa come quella di Gesù Cristo? Amo1. le belle ragazze, le persone intelligenti, le persone coraggiose, le persone coerenti con la realtà, chi si incazza e si schifa davanti alle ingiustizie
2. paganesimo Paganesimo PAGANESIMO 3. politeismo Politeismo POLITEISMO 4. pagani politeisti Pagani Politeisti PAGANI POLITEISTI 5. LA VITA Non mi piace1. imposizioni, umiliazioni, rassegnazione, la domanda: "CHI CREDI DI ESSERE?", ignoranza e miseria
2. monoteismo Monoteismo MONOTEISMO 3. cristianesimo Cristianesimo CRISTIANESIMO 4. cattolicesimo Cattolicesimo CATTOLICESIMO 5. gesù gesu gesu' cristo Gesù Gesu' Gesu Cristo GESù GESU' GESU GESÙ CRISTO e il dio Dio DIO DELLA BIBBIA Bibbia bibbia IL MIO VECCHIO SITO
L'ANTICRISTO - MALEDIZIONE DEL CRISTIANESIMO (18) di Friedrich NietzscheIl concetto cristiano di Dio – Dio come divinità degli infermi, Dio come ragno, Dio come spirito – è uno dei più corrotti concetti di Dio, che siano mai stati raggiunti sulla terra, esso rappresenta forse, nello sviluppo discendente dei tipi di divinità, addirittura il grado dell’infimo livello. Dio degenerato fino a contraddire la vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì! In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia dell’«al di qua», di ogni menzogna dell’«al di là»! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla!...
"Iliade" di Omero, libro primo.Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi, e di cani e d'augelli orrido pasto lor salme abbandonò (così di Giove l'alto consiglio s'adempìa), da quando primamente disgiunse aspra contesa il re de' prodi Atride e il divo Achille. E qual de' numi inimicolli? Il figlio di Latona e di Giove. Irato al Sire destò quel Dio nel campo un feral morbo, e la gente perìa: colpa d'Atride che fece a Crise sacerdote oltraggio. Degli Achivi era Crise alle veloci prore venuto a riscattar la figlia con molto prezzo. In man le bende avea, e l'aureo scettro dell'arciero Apollo: e agli Achei tutti supplicando, e in prima ai due supremi condottieri Atridi: O Atridi, ei disse, o coturnati Achei, gl'immortali del cielo abitatori concedanvi espugnar la Prïameia cittade, e salvi al patrio suol tornarvi. Deh mi sciogliete la diletta figlia, ricevetene il prezzo, e il saettante figlio di Giove rispettate. - Al prego tutti acclamâr: doversi il sacerdote riverire, e accettar le ricche offerte. Ma la proposta al cor d'Agamennóne non talentando, in guise aspre il superbo accommiatollo, e minaccioso aggiunse: Vecchio, non far che presso a queste navi ned or né poscia più ti colga io mai; ché forse nulla ti varrà lo scettro né l'infula del Dio. Franca non fia costei, se lungi dalla patria, in Argo, nella nostra magion pria non la sfiori vecchiezza, all'opra delle spole intenta, e a parte assunta del regal mio letto. Or va, né m'irritar, se salvo ir brami. Impaurissi il vecchio, ed al comando obbedì. Taciturno incamminossi del risonante mar lungo la riva; e in disparte venuto, al santo Apollo di Latona figliuol, fe' questo prego: Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo possente imperador, Smintèo, deh m'odi. Se di serti devoti unqua il leggiadro tuo delubro adornai, se di giovenchi e di caprette io t'arsi i fianchi opimi, questo voto m'adempi; il pianto mio paghino i Greci per le tue saette. Sì disse orando. L'udì Febo, e scese dalle cime d'Olimpo in gran disdegno coll'arco su le spalle, e la faretra tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo su gli omeri all'irato un tintinnìo al mutar de' gran passi; ed ei simìle a fosca notte giù venìa. Piantossi delle navi al cospetto: indi uno strale liberò dalla corda, ed un ronzìo terribile mandò l'arco d'argento. Prima i giumenti e i presti veltri assalse, poi le schiere a ferir prese, vibrando le mortifere punte; onde per tutto degli esanimi corpi ardean le pire. Nove giorni volâr pel campo acheo le divine quadrella. A parlamento nel decimo chiamò le turbe Achille; ché gli pose nel cor questo consiglio Giuno la diva dalle bianche braccia, de' moribondi Achei fatta pietosa. Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo levossi Achille piè-veloce, e disse: Atride, or sì cred'io volta daremo nuovamente errabondi al patrio lido, se pur morte fuggir ne fia concesso; ché guerra e peste ad un medesmo tempo ne struggono. Ma via; qualche indovino interroghiamo, o sacerdote, o pure interprete di sogni (ché da Giove anche il sogno procede), onde ne dica perché tanta con noi d'Apollo è l'ira: se di preci o di vittime neglette il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte capre accettando l'odoroso fumo, il crudel morbo allontanar gli piaccia. Così detto, s'assise. In piedi allora di Testore il figliuol Calcante alzossi, de' veggenti il più saggio, a cui le cose eran conte che fur, sono e saranno; e per quella, che dono era d'Apollo, profetica virtù, de' Greci a Troia avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo pien di senno parlò queste parole: Amor di Giove, generoso Achille, vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco. Ma del braccio l'aita e della voce a me tu pria, signor, prometti e giura: perché tal che qui grande ha su gli Argivi tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina, n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso. Quando il potente col minor s'adira, reprime ei sì del suo rancor la vampa per alcun tempo, ma nel cor la cova, finché prorompa alla vendetta. Or dinne se salvo mi farai. - Parla securo, rispose Achille, e del tuo cor l'arcano, qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo che pregato da te ti squarcia il velo de' fati, e aperto tu li mostri a noi, per questo Apollo a Giove caro io giuro: nessun, finch'io m'avrò spirto e pupilla, con empia mano innanzi a queste navi oserà vïolar la tua persona, nessuno degli Achei; no, s'anco parli d'Agamennón che sé medesmo or vanta dell'esercito tutto il più possente. Allor fe' core il buon profeta, e disse: né d'obblïati sacrifici il Dio né di voti si duol, ma dell'oltraggio che al sacerdote fe' poc'anzi Atride, che francargli la figlia ed accettarne il riscatto negò. La colpa è questa onde cotante ne diè strette, ed altre l'arcier divino ne darà; né pria ritrarrà dal castigo la man grave, che si rimandi la fatal donzella non redenta né compra al padre amato, e si spedisca un'ecatombe a Crisa. Così forse avverrà che il Dio si plachi. Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe il re supremo Agamennón levossi corruccioso. Offuscavagli la grande ira il cor gonfio, e come bragia rossi fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima squadrò torvo Calcante, indi proruppe: Profeta di sciagure, unqua un accento non uscì di tua bocca a me gradito. Al maligno tuo cor sempre fu dolce predir disastri, e d'onor vote e nude son l'opre tue del par che le parole. E fra gli Argivi profetando or cianci che delle frecce sue Febo gl'impiaga, sol perch'io ricusai della fanciulla Crisëide il riscatto. Ed io bramava certo tenerla in signoria, tal sendo che a Clitennestra pur, da me condutta vergine sposa, io la prepongo, a cui di persona costei punto non cede, né di care sembianze, né d'ingegno ne' bei lavori di Minerva istrutto. Ma libera sia pur, se questo è il meglio; ché la salvezza io cerco, e non la morte del popol mio. Ma voi mi preparate tosto il compenso, ché de' Greci io solo restarmi senza guiderdon non deggio; ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta preda, il vedete, dalle man mi fugge. O d'avarizia al par che di grandezza famoso Atride, gli rispose Achille, qual premio ti daranno, e per che modo i magnanimi Achei? Che molta in serbo vi sia ricchezza non partita, ignoro: delle vinte città tutte divise ne fur le spoglie, né diritto or torna a nuove parti congregarle in una. Ma tu la prigioniera al Dio rimanda, ché più larga n'avrai tre volte e quattro ricompensa da noi, se Giove un giorno l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia. E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo né gabbo tu mi fai, divino Achille, né persuaso al tuo voler mi rechi. Dunque terrai tu la tua preda, ed io della mia privo rimarrommi? E imponi che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti concedanmi gli Achivi altra captiva che questa adegui e al mio desir risponda. Se non daranla, rapirolla io stesso, sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse, o ben anco la tua: e quegli indarno fremerà d'ira alle cui tende io vegna. Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti rematori fornita or si sospinga nel pelago una nave, e vi s'imbarchi coll'ecatombe la rosata guancia della figlia di Crise, e ne sia duce alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo, o il divo Ulisse, o tu medesmo pure, tremendissimo Achille, onde di tanto sacrificante il grato ministero il Dio ne plachi che da lunge impiaga. Lo guatò bieco Achille, e gli rispose: Anima invereconda, anima avara, chi fia tra i figli degli Achei sì vile che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada in agguati convegna o in ria battaglia? Per odio de' Troiani io qua non venni a portar l'armi, io no; ché meco ei sono d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre né destrier mi rapiro; essi le biade della feconda popolosa Ftia non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi ne son frapposti e il pelago sonoro. Ma sol per tuo profitto, o svergognato, e per l'onor di Menelao, pel tuo, pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti, e a me medesmo di rapir minacci de' miei sudori bellicosi il frutto, l'unico premio che l'Acheo mi diede. Né pari al tuo d'averlo io già mi spero quel dì che i Greci l'opulenta Troia conquisteran; ché mio dell'aspra guerra certo è il carco maggior; ma quando in mezzo si dividon le spoglie, è tua la prima, ed ultima la mia, di cui m'è forza tornar contento alla mia nave, e stanco di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia, a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio al paterno terren volger la prora, che vilipeso adunator qui starmi di ricchezze e d'onori a chi m'offende. Fuggi dunque, riprese Agamennóne, fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego di rimanerti. Al fianco mio si stanno ben altri eroi, che a mia regal persona onor daranno, e il giusto Giove in prima. Di quanti ei nudre regnatori abborro te più ch'altri; sì, te che le contese sempre agogni e le zuffe e le battaglie. Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono la tua fortezza. Or va, sciogli le navi, fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno, ai Mirmìdoni impera; io non ti curo, e l'ire tue derido; anzi m'ascolta. Poiché Apollo Crisëide mi toglie, parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi io la rimando accompagnata, e cedo. Ma nel tuo padiglione ad involarti verrò la figlia di Brisèo, la bella tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga quant'io t'avanzo di possanza, e quindi altri meco uguagliarsi e cozzar tema. Di furore infiammâr l'alma d'Achille queste parole. Due pensier gli fêro terribile tenzon nell'irto petto, se dal fianco tirando il ferro acuto la via s'aprisse tra la calca, e in seno l'immergesse all'Atride; o se domasse l'ira, e chetasse il tempestoso core. Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione l'agitato pensier, corse la mano sovra la spada, e dalla gran vagina traendo la venìa; quando veloce dal ciel Minerva accorse, a lui spedita dalla diva Giunon, che d'ambo i duci egual cura ed amor nudrìa nel petto. Gli venne a tergo, e per la bionda chioma prese il fiero Pelìde, a tutti occulta, a lui sol manifesta. Stupefatto si scosse Achille, si rivolse, e tosto riconobbe la Diva a cui dagli occhi uscìan due fiamme di terribil luce, e la chiamò per nome, e in ratti accenti, Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni? Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto io tel protesto, e avran miei detti effetto: ei col suo superbir cerca la morte, e la morte si avrà. - Frena lo sdegno, la Dea rispose dalle luci azzurre: io qui dal ciel discesi ad acchetarti, se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi, Giuno ch'entrambi vi difende ed ama. Or via, ti calma, né trar brando, e solo di parole contendi. Io tel predìco, e andrà pieno il mio detto: verrà tempo che tre volte maggior, per doni eletti, avrai riparo dell'ingiusta offesa. Tu reprimi la furia, ed obbedisci. E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva, benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio. Questo fia lo miglior. Ai numi è caro chi de' numi al voler piega la fronte. Disse; e rattenne su l'argenteo pomo la poderosa mano, e il grande acciaro nel fodero respinse, alle parole docile di Minerva. Ed ella intanto all'auree sedi dell'Egìoco padre sul cielo risalì fra gli altri Eterni. Achille allora con acerbi detti rinfrescando la lite, assalse Atride: Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core! Tu non osi giammai nelle battaglie dar dentro colla turba; o negli agguati perigliarti co' primi infra gli Achei, ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo meglio ti torna di ciascun che franco nella grand'oste achea contro ti dica, gli avuti doni in securtà rapire. Ma se questa non fosse, a cui comandi, spregiata gente e vil, tu non saresti del popol tuo divorator tiranno, e l'ultimo de' torti avresti or fatto. Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro per questo scettro (che diviso un giorno dal montano suo tronco unqua né ramo né fronda metterà, né mai virgulto germoglierà, poiché gli tolse il ferro con la scorza le chiome, ed ora in pugno sel portano gli Achei che posti sono del giusto a guardia e delle sante leggi ricevute dal ciel), per questo io giuro, e invïolato sacramento il tieni: stagion verrà che negli Achei si svegli desiderio d'Achille, e tu salvarli misero! non potrai, quando la spada dell'omicida Ettòr farà vermigli di larga strage i campi: e allor di rabbia il cor ti roderai, ché sì villana al più forte de' Greci onta facesti. Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride di novello furor, quando nel mezzo surse de' Pilii l'orator, Nestorre facondo sì, che di sua bocca uscièno più che mel dolci d'eloquenza i rivi. Di parlanti con lui nati e cresciuti nell'alma Pilo ei già trascorse avea due vite, e nella terza allor regnava. Con prudenti parole il santo veglio così loro a dir prese: Eterni Dei! Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta la dardania città, quando fra loro di voi s'intenda la fatal contesa, di voi che tutti di valor vincete e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate, ché minor d'anni di me siete entrambi; ed io pur con eroi son visso un tempo di voi più prodi, e non fui loro a vile: ned altri tali io vidi unqua, né spero di riveder più mai, quale un Drïante moderator di genti, e Piritòo, Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo, e l'Egìde Teseo pari ad un nume. Alme più forti non nudrìa la terra, e forti essendo combattean co' forti, co' montani Centauri, e strage orrenda ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso partendomi da Pilo e dal lontano Apio confine, a conversar venìa, e secondo mie forze anch'io pugnava. Ma di quanti mortali or crea la terra niun potrìa pareggiarli. E nondimeno da quei prestanti orecchio il mio consiglio ed il mio detto obbedïenza ottenne. E voi pur anco m'obbedite adunque, ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride, deh non voler, sebben sì grande, a questi tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace da' Greci il dato guiderdon consenti: né tu cozzar con inimico petto contra il rege, o Pelìde. Un re supremo, cui d'alta maestà Giove circonda, uguaglianza d'onore unqua non soffre. Se generato d'una diva madre tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio, te di poter, perché a più genti impera. Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi pure Achille al mio prego, ei che de' Greci in sì ria guerra è principal sostegno. Tu rettissimo parli, o saggio antico, pronto riprese il regnatore Atride; ma costui tutti soverchiar presume, tutti a schiavi tener, dar legge a tutti, tutti gravar del suo comando. Ed io potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi un invitto guerrier, forse pur anco di tanto insolentir gli diero il dritto? Tagliò quel dire Achille, e gli rispose: Un pauroso, un vil certo sarei se d'ogni cenno tuo ligio foss'io. Altrui comanda, a me non già; ch'io teco sciolto di tutta obbedienza or sono. Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo lo rinserra del cor. Per la fanciulla un dì donata, ingiustamente or tolta, né con te né con altri il brando mio combatterà. Ma di quant'altre spoglie nella nave mi serbo, né pur una, s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi, vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente dalla mia lancia farà saggio altrui. Con questa di parole aspra tenzone levârsi, e sciolto fu l'acheo consesso. Con Patroclo il Pelìde e co' suoi prodi riede a sue navi nelle tende; e Atride varar fa tosto a venti remi eletti una celere prora colla sacra ecatombe. Di Crise egli medesmo vi guida e posa l'avvenente figlia; duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti già montati correan l'umide vie. Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne una sacra lavanda: e ognun devoto purificarsi, e via gittar nell'onde le sozzure, e del mar lungo la riva offrir di capri e di torelli intere ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa volubile col fumo il pingue odore. Seguìan nel campo questi riti. E fermo nel suo dispetto e nella dianzi fatta ria minaccia ad Achille, intanto Atride Euribate e Taltibio a sé chiamando, fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse, del Pelìde alla tenda, e m'adducete la bella figlia di Brisèo. Se il niega, io ne verrò con molta mano, io stesso, a gliela tôrre: e ciò gli fia più duro. Disse; e il cenno aggravando in via li pose. Del mar lunghesso l'infecondo lido givan quelli a mal cuore, e pervenuti de' Mirmidóni alla campal marina trovâr l'eroe seduto appo le navi davanti al padiglion: né del vederli certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto regal fermârsi trepidanti e chini, né far motto fur osi né dimando. Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse: Messaggeri di Giove e delle genti, salvete, araldi, e v'appressate. In voi niuna è colpa con meco. Il solo Atride, ei solo è reo, che voi per la fanciulla Brisëide qui manda. Or va, fuor mena, generoso Patròclo, la donzella, e in man di questi guidator l'affida. Ma voi medesmi innanzi ai santi numi ed innanzi ai mortali e al re crudele siatemi testimon, quando il dì splenda che a scampar gli altri di rovina il mio braccio abbisogni. Perocché delira in suo danno costui, ned il presente vede, né il poi, né il come a sua difesa salvi alle navi pugneran gli Achei. Disse; e Patròclo del diletto amico al comando obbedì. Fuor della tenda Brisëide menò, guancia gentile, ed agli araldi condottier la cesse. Mentre ei fanno alle navi achee ritorno, e ritrosa con lor partìa la donna, proruppe Achille in un subito pianto, e da' suoi scompagnato in su la riva del grigio mar s'assise, e il mar guardando le man stese, e dolente alla diletta madre pregando, Oh madre! è questo, disse, questo è l'onor che darmi il gran Tonante a conforto dovea del viver breve a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia spregiato in tutto: il re superbo Atride Agamennón mi disonora; il meglio de' miei premi rapisce, e sel possiede. Sì piangendo dicea. La veneranda genitrice l'udì, che ne' profondi gorghi del mare si sedea dappresso al vecchio padre; udillo, e tosto emerse, come nebbia, dall'onda: accanto al figlio, che lagrime spargea, dolce s'assise, e colla mano accarezzollo, e disse: Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno? Di', non celarlo in cor, meco il dividi. Madre, tu il sai, rispose alto gemendo il piè-veloce eroe. Ridir che giova tutto il già conto? Nella sacra sede d'Eezïon ne gimmo; la cittade ponemmo a sacco, e tutta a questo campo fu condotta la preda. In giuste parti la diviser gli Achivi, e la leggiadra Crisëide fu scelta al primo Atride. Crise d'Apollo sacerdote allora con l'infula del nume e l'aureo scettro venne alle navi a riscattar la figlia. Molti doni offerì, molte agli Achivi porse preghiere, ed agli Atridi in prima. Invan; ché preghi e doni e sacerdote e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio Agamennón, che minaccioso e duro quel misero cacciò dal suo cospetto. Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui diletto capo egli era, il suo lamento esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci pestiferi vibrò dardi mortali. Perìa la gente a torme, e d'ogni parte sibilanti del Dio pel campo tutto volavano gli strali. Alfine un saggio indovin ne fe' chiaro in assemblea l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo esortai di placar l'ire divine. Sdegnossene l'Atride, e in piè levato una minaccia mi fe' tal che pieno compimento sortì. Gli Achivi a Crisa sovr'agil nave già la schiava adducono non senza doni a Febo; e dalla tenda a me pur dianzi tolsero gli araldi, e menâr seco di Brisèo la figlia, la fanciulla da' Greci a me donata. Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri, vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove, s'unqua Giove per te fu nel bisogno o d'opera aitato o di parole. Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo, spesso t'intesi glorïarti, e dire che sola fra gli Dei da ria sciagura Giove campasti adunator di nembi, il giorno che tentâr Giuno e Nettunno e Pallade Minerva in un con gli altri congiurati del ciel porlo in catene; ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea, l'involasti al periglio, all'alto Olimpo prestamente chiamando il gran Centìmano, che dagli Dei nomato è Brïarèo, da' mortali Egeóne, e di fortezza lo stesso genitor vincea d'assai. Fiero di tanto onore alto ei s'assise di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi, che poser di legarlo ogni pensiero. Or tu questo rammentagli, e al suo lato siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte fino alle navi le falangi achee sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno lo si goda così questo tiranno; senta egli stesso il gran regnante Atride qual commise follìa quando superbo fe' de' Greci al più forte un tanto oltraggio. E lagrimando a lui Teti rispose: Ahi figlio mio! se con sì reo destino ti partorii, perché allevarti, ahi lassa! Oh potessi ozioso a questa riva senza pianto restarti e senza offese, ingannando la Parca che t'incalza, ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni brevi sono ad un tempo ed infelici, ché iniqua stella il dì ch'io ti produssi i talami paterni illuminava. E nondimen d'Olimpo alle nevose vette n'andrò, ragionerò con Giove del fulmine signore, e al tuo desire piegarlo tenterò. Tu statti intanto alle navi; e nell'ozio del tuo brando senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso. Perocché ieri in grembo all'Oceàno fra gl'innocenti Etïopi discese Giove a convito, e il seguîr tutti i numi. Dopo la luce dodicesma al cielo tornerà. Recherommi allor di Giove agli eterni palagi; al suo ginocchio mi gitterò, supplicherò, né vana d'espugnarne il voler speranza io porto. Partì, ciò detto; e lui quivi di bile macerato lasciò per la fanciulla suo mal grado rapita. Intanto a Crisa colla sacra ecatombe Ulisse approda. Nel seno entrati del profondo porto, le vele ammaïnâr, le collocaro dentro il bruno naviglio, e prestamente dechinâr colle gomone l'antenna, e l'adagiâr nella corsìa. Co' remi il naviglio accostâr quindi alla riva; e l'ancore gittate, e della poppa annodati i ritegni, ecco sul lido tutta smontar la gente, ecco schierarsi l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave dell'onde vïatrice ultima uscire Crisëide. All'altar l'accompagnava l'accorto Ulisse, ed alla man del caro genitor la ponea con questi accenti: Crise, il re sommo Agamennón mi manda a ti render la figlia, e offrir solenne un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni placar del nume che gli Achei percosse d'acerbissima piaga. - In questo dire l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio la si raccolse giubilando al petto. Tosto dintorno al ben costrutto altare in ordinanza statuîr la bella ecatombe del Dio; lavâr le palme, presero il sacro farro, e Crise alzando colla voce la man, fe' questo prego: Dio che godi trattar l'arco d'argento, tu che Crisa proteggi e la divina Cilla, signor di Tènedo possente, m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo acheo gravasti di gran danno, e onore mi desti, or fammi di quest'altro voto contento appieno. La terribil lue, che i Dànai strugge, allontanar ti piaccia. Sì disse orando, ed esaudillo il nume. Quindi fin posto alle preghiere, e sparso il salso farro, alzar fêr suso in prima alle vittime il collo, e le sgozzaro. tratto il cuoio, fasciâr le incise cosce di doppio omento, e le coprîr di crudi brani. Il buon vecchio su l'accese schegge le abbrustolava, e di purpureo vino spruzzando le venìa. Scelti garzoni al suo fianco tenean gli spiedi in pugno di cinque punte armati: e come fûro rosolate le coste, e fatto il saggio delle viscere sacre, il resto in pezzi negli schidoni infissero, con molto avvedimento l'arrostiro, e poscia tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra, poste le mense, a banchettar si diero, e del cibo egualmente ripartito sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto e del bere il desìo, d'almo lïeo coronando il cratere, a tutti in giro ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno, libagion colle tazze. E così tutto cantando il dì la gioventude argiva, e un allegro peàna alto intonando, laudi a Febo dicean, che nell'udirle sentìasi tocco di dolcezza il core. Fugato il sole dalla notte, ei diersi presso i poppesi della nave al sonno. Poi come il cielo colle rosee dita la bella figlia del mattino aperse, conversero la prora al campo argivo, e mandò loro in poppa il vento Apollo. Rizzâr l'antenna, e delle bianche vele il seno dispiegâr. L'aura seconda le gonfiava per mezzo, e strepitoso, nel passar della nave, il flutto azzurro mormorava dintorno alla carena. Giunti agli argivi accampamenti, in secco trasser la nave su la colma arena, e lunghe vi spiegâr travi di sotto acconciamente. Per le tende poi si dispersero tutti e pe' navili. Appo i suoi legni intanto il generoso Pelìde Achille nel segreto petto di sdegno si pascea, né al parlamento, scuola illustre d'eroi, né alle battaglie più comparìa; ma il cor struggea di doglia lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono e delle pugne il grido egli sospira. Rifulse alfin la dodicesma aurora, e tutti di conserva al ciel gli Eterni fean ritorno, ed avanti iva il re Giove. Memore allor del figlio e del suo prego, Teti emerse dal mare, e mattutina in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi. Sul più sublime de' suoi molti gioghi in disparte trovò seduto e solo l'onniveggente Giove. Innanzi a lui la Dea s'assise, colla manca strinse le divine ginocchia, e colla destra molcendo il mento, e supplicando disse: Giove padre, se d'opre e di parole giovevole fra' numi unqua ti fui, un mio voto adempisci. Il figlio mio, cui volge il fato la più corta vita, deh, m'onora il mio figlio a torto offeso dal re supremo Agamennón, che a forza gli rapì la sua donna, e la si tiene. Onoralo, ti prego, olimpio Giove, sapientissimo Iddio; fa che vittrici sien le spade troiane, infin che tutto e doppio ancora dagli Achei pentiti al mio figlio si renda il tolto onore. Disse; e nessuna le facea risposta il procelloso Iddio; ma lunga pezza muto stette, e sedea. Teti il ginocchio teneagli stretto tuttavolta, e i preghi iterando venìa: Deh, parla alfine; dimmi aperto se nieghi, o se concedi; nulla hai tu che temer; fa ch'io mi sappia se fra le Dee son io la più spregiata. Profondamente allora sospirando l'adunator de' nembi le rispose: Opra chiedi odiosa che nemico farammi a Giuno, e degli ontosi suoi motti bersaglio. Ardita ella mai sempre pur dinanzi agli Dei vien meco a lite, e de' Troiani aiutator m'accusa. Ma tu sgombra di qua, ché non ti vegga la sospettosa. Mio pensier fia poscia che il desir tuo si cómpia, e a tuo conforto abbine il cenno del mio capo in pegno. Questo fra' numi è il massimo mio giuro, né revocarsi, né fallir, né vana esser può cosa che il mio capo accenna. Disse; e il gran figlio di Saturno i neri sopraccigli inchinò. Su l'immortale capo del sire le divine chiome ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo. Così fermo l'affar si dipartiro. Teti dal ciel spiccò nel mare un salto; Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi tutti ad un tempo da' lor troni i numi verso il gran padre, né veruno ardissi aspettarne il venir fermo al suo seggio, ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave si compose sul trono. E già sapea Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto in segreti consigli avea con esso la figlia di Nerèo, Teti la diva dal bianco piede. Con parole acerbe così dunque l'assalse: E qual de' numi tenne or teco consulta, o ingannatore? Sempre t'è caro da me scevro ordire tenebrosi disegni, né ti piacque mai farmi manifesto un tuo pensiero. E degli uomini il padre e degli Dei le rispose: Giunon, tutto che penso non sperar di saperlo. Ardua ten fôra l'intelligenza, benché moglie a Giove. Ben qualunque dir cosa si convegna, nullo, prima di te, mortale o Dio la si saprà. Ma quel che lungi io voglio dai Celesti ordinar nel mio segreto, non dimandarlo né scrutarlo, e cessa. Acerbissimo Giove, e che dicesti? Riprese allor la maestosa il guardo veneranda Giunon: gran tempo è pure che da te nulla cerco e nulla chieggo, e tu tranquillo adempi ogni tuo senno. Or grave un dubbio mi molesta il core, che Teti, del marin vecchio la figlia, non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa, sul mattino arrivar, sederti accanto, abbracciarti i ginocchi; e certo a lei di molti Achivi tu giurasti il danno appo le navi, per onor d'Achille. E a rincontro il signor delle tempeste: Sempre sospetti, né celarmi io posso, spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre tu mi costringi a disamarti, e questo a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi, che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci, e m'obbedisci; ché giovarti invano potrìan quanti in Olimpo a tua difesa accorresser Celesti, allor che poste le invitte mani nelle chiome io t'abbia. Disse; e chinò la veneranda Giuno i suoi grand'occhi paurosa e muta, e in cor premendo il suo livor s'assise. Di Giove in tutta la magion le fronti si contristâr de' numi, e in mezzo a loro gratificando alla diletta madre Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese: Una malvagia intolleranda cosa questa al certo sarà, se voi cotanto, de' mortali a cagion, piato movete, e suscitate fra gli Dei tumulto. De' banchetti la gioia ecco sbandita, se la vince il peggior. Madre, t'esorto, benché saggia per te; vinci di Giove, vinci del padre coll'ossequio l'ira, onde a lite non torni, e del convito ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote, del fulmine signore e dell'Olimpo, dai nostri seggi rovesciar, se il voglia; perocché sua possanza a tutte è sopra. Or tu con care parolette il molci, e tosto il placherai. - Surse, ciò detto, ed all'amata genitrice un tondo gemino nappo fra le mani ei pose, bisbigliando all'orecchio: O madre mia, benché mesta a ragion, sopporta in pace, onde te con quest'occhi io qui non vegga, te, che cara mi sei, forte battuta; ché allor nessuna con dolor mio sommo darti aìta io potrei. Duro egli è troppo cozzar con Giove. Altra fiata, il sai, volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo afferrommi d'un piede, e mi scagliò dalle soglie celesti. Un giorno intero rovinai per l'immenso, e rifinito in Lenno caddi col cader del sole, dalli Sinzii raccolto a me pietosi. Disse; e la Diva dalle bianche braccia rise, e in quel riso dalla man del figlio prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni, incominciando a destra, e dal cratere il nèttare attignendo, a tutti in giro lo mescea. Suscitossi infra' Beati immenso riso nel veder Vulcano per la sala aggirarsi affaccendato in quell'opra. Così, fino al tramonto, tutto il dì convitossi, ed egualmente del banchetto ogni Dio partecipava. Né l'aurata mancò lira d'Apollo, né il dolce delle Muse alterno canto. Ratto, poi che del Sol la luminosa lampa si spense, a' suoi riposi ognuno ne' palagi n'andò, che fabbricati a ciascheduno avea con ammirando artifizio Vulcan l'inclito zoppo. E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta soave l'assalìa forza di sonno, corcar solea le membra, il fulminante Olimpio s'avvïò. Quivi salito addormentossi il nume, ed al suo fianco giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono. "Iliade" di Omero, inizio del libro secondo.Tutti ancora dormìan per l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno già le pupille abbandonato avea di Giove che pensoso in suo segreto divisando venìa come d'Achille, con molta strage delle vite argive, illustrar la vendetta. Alla divina mente alfin parve lo miglior consiglio invïar all'Atride Agamennóne il malefico Sogno. A sé lo chiama, e con presto parlar, Scendi, gli dice, scendi, Sogno fallace, alle veloci prore de' Greci, e nella tenda entrato d'Agamennón, quant'io t'impongo, esponi esatto ambasciator. Digli che tutte in armi ei ponga degli Achei le squadre, che dell'iliaco muro oggi è decreta su nel ciel la caduta; che discordi degli eterni d'Olimpo abitatori più non sono le menti; che di Giuno cessero tutti al supplicar; che in somma l'estremo giorno de' Troiani è giunto. Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito, avvïossi e calossi in un baleno su l'argoliche navi. Entra d'Atride nel queto padiglione, e immerso il trova nella dolcezza di nettareo sonno. Di Nestore Nelìde il volto assume, di Nestore, cui sovra ogni altro duce Agamennóne riveriva, e in queste forme sul capo del gran re sospesa, così la diva visïon gli disse: Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo? Tutta dormir la notte ad uom sconviensi di supremo consiglio, a cui son tante genti commesse e tante cure. Attento dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste nunzio di Giove, che lontano ancora su te veglia pietoso. Egli precetto ti fa di porre tutti quanti in arme prontamente gli Achei. Tempo è venuto che l'ampia Troia in tua man cada: i numi scesero tutti, intercedente Giuno, in un solo volere, e alla troiana gente sovrasta l'infortunio estremo preparato da Giove. Or tu ben figgi questo avviso nell'alma, e fa che seco non lo si porti, col partirsi, il sonno. Sparve ciò detto; e delle udite cose, di che contrario uscir dovea l'effetto, pensoso lo lasciò. Prender di Troia quel dì stesso le mura egli sperossi, né di Giove sapea, stolto! i disegni, né qual aspro pugnar, né quanta il Dio di lagrime cagione e di sospiri ai Troiani e agli Achivi apparecchiava. Si riscuote dal sonno, e la divina voce dintorno gli susurra ancora. Sorge, e del letto su la sponda assiso una molle s'avvolge alla persona tunica intatta, immacolata; gittasi il regal manto indosso; il piè costringe ne' bei calzari; il brando aspro e lucente d'argentee borchie all'omero sospende, l'invïolato avito scettro impugna, ed alle navi degli Achei cammina. Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea di Titon la consorte, annunziatrice dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni; quando con chiara voce i banditori per comando d'Atride a parlamento convocaro gli Achei, che frettolosi accorsero e frequenti. Ma raccolse de' magnanimi duci Agamennóne prima il senato alla nestorea nave, e raccolti che fûro, in questi accenti il suo prudente consultar propose: M'udite, amici. Nella queta notte una divina visïon m'apparve, che te, Nestore padre, alla statura, agli atti, al volto somigliava in tutto. Sul mio capo librossi, e così disse: Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce cui di tanti guerrieri e tante cure commesso è il pondo, non s'addice il sonno. M'odi adunque: mandato a te son io da Giove che dal ciel di te pensiero prende e pietate. Ei tutte ti comanda armar le truppe de' chiomati Achei, ché di Troia il conquisto oggi è maturo; poiché di Giuno il supplicar compose la discordia de' numi, e grave ai Teucri danno sovrasta per voler di Giove. Tu di Giove il comando in cor riponi. Sparve, ciò detto, e quel mio dolce sonno m'abbandonò. La guisa or noi di porre gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria giovi con finto favellar tentarne, fin dove lice, i sentimenti. Io dunque comanderò che su le navi ognuno si disponga alla fuga, e sparsi ad arte voi l'impedite con opposti accenti. Così detto s'assise. In piè rizzossi dell'arenosa Pilo il regnatore Nestore, e saggio ragionando disse: O amici, o degli Achei principi e duci, s'altro qualunque Argivo un cotal sogno detto n'avesse, un menzogner l'avremmo, e spregeremmo: ma lo vide il sommo capo del campo. A risvegliar si corra dunque l'acheo valore. - E sì dicendo usciva il vecchio dal consiglio, e tutti surti in piè lo seguìan gli altri scettrati del re supremo ossequiosi. Intanto il popolo accorrea. Quale dai fori di cava pietra numeroso sbuca lo sciame delle pecchie, e succedendo sempre alle prime le seconde, volano sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo altre di qua affollate, altre di là; così fuor delle navi e delle tende correan per l'ampio lido a parlamento affollate le turbe, e le spronava l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice. Si congregaro alfin. Tumultuoso brulicava il consesso, ed al sedersi di tante genti il suol gemea di sotto. Ben nove araldi d'acchetar fean prova quell'immenso frastuono, alto gridando: Date fine ai clamori, udite i regi, udite, Achivi, del gran Dio gli alunni. Sostârsi alfine: ne' suoi seggi ognuno si compose, e cessò l'alto fragore. Allor rizzossi Agamennón stringendo lo scettro, esimia di Vulcan fatica. Diè pria Vulcano quello scettro a Giove, e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio; questi a Pelope auriga, esso ad Atrèo; Atrèo morendo al possessor di pingui greggi Tieste, e da Tieste alfine nella destra passò d'Agamennóne, che poi sovr'Argo lo distese, e sopra isole molte. A questo il grande Atride appoggiato, sì disse: Amici eroi, Dànai, di Marte bellicosi figli, in una dura e perigliosa impresa Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima mi promise e giurò delle superbe iliache mura la conquista, e in Argo glorioso il ritorno. Or mi delude indegnamente, e dopo tante in guerra vite perdute, di tornar m'impone inonorato alle paterne rive. Del prepotente Iddio questo è il talento, di lui che nell'immensa sua possanza già di molte città l'eccelse rocche distrusse, e molte struggeranne ancora. Ma qual onta per noi appo i futuri che contra minor oste un tale e tanto esercito di forti una sì lunga guerra guerreggi; e non la cómpia ancora? Certo se tutti convocati insieme salda pace a giurar Teucri ed Achivi, e di questi e di quei levato il conto, ad ogni dieci Achivi un Teucro solo mescer dovesse di lïeo la spuma, molte decurie si vedrìan chiedenti con labbro asciutto il mescitor: cotanto maggior de' Teucri cittadini estimo il numero de' nostri. Ma li molti da diverse città raccolti e scesi in lor sussidio bellicosi amici duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto mi vietano espugnar d'Ilio le mura. Già del gran Giove il nono anno si volge da che giungemmo, e già marciti i fianchi son delle navi, e logore le sarte; e le nostre consorti e i cari figli desïando ne stanno e richiamando nelle vedove case. E noi l'impresa che a queste sponde ne condusse, ancora consumar non sapemmo. Al vento adunque, diamo al vento le vele, io vel consiglio, alla dolce fuggiam terra natìa di concorde voler, ché disperata delle mura troiane è la conquista. Mosse quel dire delle turbe i petti, e fremea l'adunanza, a quella guisa che dell'icario mare i vasti flutti si confondono allor che Noto ed Euro della nube di Giove il fianco aprendo a sollevar li vanno impetuosi. E come quando di Favonio il soffio denso campo di biade urta, e passando il capo inchina delle bionde spiche; tal si commosse il parlamento, e tutti alle navi correan precipitosi con fremito guerrier. Sotto i lor piedi s'alza la polve, e al ciel si volve oscura. I navigli allestir, lanciarli in mare, espurgarne le fosse, ed i puntelli sottrarre alle carene era di tutti la faccenda e la gara. Arde ogni petto del sacro amore delle patrie mura, e tutto di clamori il cielo eccheggia. E degli Achei quel dì sarìa seguìto, contro il voler de' fati, il dipartire, se con questo parlar non si volgea Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre invincibile figlia, così dunque, il mar coprendo di fuggenti vele, al patrio lido rediran gli Achivi? Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto lasceran tutto dell'argiva Elèna dopo tante per lei, lungi dal caro nido natìo, qui spente anime greche? Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra lusinghiero parlar, molci i soldati, frena la fuga, né patir che un solo de' remiganti pini in mar sia tratto. Obbediente la cerulea Diva dalle cime d'Olimpo dispiccossi velocissima, e tosto fu sul lido. Ivi Ulisse trovò, senno di Giove, occupato non già del suo naviglio, ma del dolor che il preme, e immoto in piedi. Gli si fece davanti la divina Glaucopide dicendo: O di Laerte generoso figliuol, prudente Ulisse, così dunque n'andrete? E al patrio suolo navigherete, e lascerete a Priamo di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani d'Argo la donna, e invendicato il sangue di tanti, che per lei qui lo versaro, bellicosi compagni? A che ti stai? T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi, dolci adopra parole e li trattieni, né consentir che antenna in mar si spinga. Così disse la Dea. Ne riconobbe l'eroe la voce, e via gittato il manto, che dopo lui raccolse il banditore Eurìbate itacense, a correr diessi; e incontrato l'Atride Agamennóne, ratto ne prende il regal scettro, e vola con questo in pugno tra le navi achee; e quanti ei trova o duci o re, li ferma con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice, valoroso campione? A te de' vili disconvien la paura. Or via, ti resta, pregoti, e gli altri fa restar. La mente ben palese non t'è d'Agamennóne; egli tenta gli Achei, pronto a punirli. Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso consesso ei disse. Deh badiam, che irato non ne percuota d'improvvisa offesa. Di re supremo acerba è l'ira, e Giove, che al trono l'educò, l'onora ed ama. S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea vociferante, collo scettro il dosso batteagli; e, Taci, gli garrìa severo, taci tu tristo, e i più prestanti ascolta tu codardo, tu imbelle, e nei consigli nullo e nell'armi. La vogliam noi forse far qui tutti da re? Pazzo fu sempre de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo ne sia di tutti correttor supremo. Così l'impero adoperando Ulisse frena le turbe, e queste a parlamento dalle navi di nuovo e dalle tende con fragore accorrean, pari a marina onda che mugge e sferza il lido, ed alto ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside ciascheduno al suo posto: il sol Tersite di gracchiar non si resta, e fa tumulto parlator petulante. Avea costui di scurrili indigeste dicerìe pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza o ritegno o pudor le vomitava contro i re tutti; e quanto a destar riso infra gli Achivi gli venìa sul labbro, tanto il protervo beffator dicea. Non venne a Troia di costui più brutto ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso di raro pelo. Capital nemico del Pelìde e d'Ulisse, ei li solea morder rabbioso: e schiamazzando allora colla stridula voce lacerava anche il duce supremo Agamennóne, sì che tutti di sdegno e di corruccio fremean; ma il tristo ognor più forti alzava le rampogne e gridava: E di che dunque ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni di bronzo i padiglioni e di donzelle, delle vinte città spoglie prescelte e da noi date a te primiero. O forse pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede, prezzo del figlio da me preso in guerra, da me medesmo, o da qualch'altro Acheo? O cerchi schiava giovinetta a cui mescolarti in amore alla spartita? Eh via, che a sommo imperador non lice scandalo farsi de' minori. Oh vili, oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo vela una volta; e qui costui si lasci qui lui solo a smaltir la sua ricchezza, onde a prova conosca se l'aita gli è buona o no delle nostr'armi. E dianzi nol vedemmo pur noi questo superbo ad Achille, a un guerrier che sì l'avanza di fortezza, for onta? E dell'offeso non si tien egli la rapita schiava? Ma se d'Achille il cor di generosa bile avvampasse, e un indolente vile non si fosse egli pur, questo sarìa stato l'estremo de' tuoi torti, Atride. Così contra il supremo Agamennóne impazzava Tersite. Gli fu sopra repente il figlio di Laerte, e torvo guatandolo gridò: Fine alle tue faconde ingiurie, ciarlator Tersite. E tu sendo il peggior di quanti a Troia con gli Atridi passâr, tu audace e solo non dar di cozzo ai re, né rimenarli su quella lingua con villane aringhe, né del ritorno t'impacciar, ché il fine di queste cose al nostro sguardo è oscuro, né sappiam se felice o sventurato questo ritorno riuscir ne debba. Ma di tue contumelie al sommo Atride so ben io lo perché: donato il vedi di molti doni dagli achivi eroi, per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io cosa dirotti che vedrai compiuta. Se com'oggi insanir più ti ritrovo, caschimi il capo dalle spalle, e detto di Telemaco il padre io più non sia, mai più, se non t'afferro, e delle vesti tutto nudo, da questo almo consesso non ti caccio malconcio e piangoloso. Sì dicendo, le terga gli percuote con lo scettro e le spalle. Si contorce e lagrima dirotto il manigoldo dell'aureo scettro al tempestar, che tutta gli fa la schiena rubiconda; ond'egli di dolor macerato e di paura s'assise, e obbliquo riguardando intorno col dosso della man si terse il pianto. Rallegrò quella vista i mesti Achivi, e surse in mezzo alla tristezza il riso; e fu chi vòlto al suo vicin dicea: Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo eccellenti e di guerra e di consiglio, ma questa volta fra gli Achei, per dio! fe' la più bella delle belle imprese, frenando l'abbaiar di questo cane dileggiator. Che sì, che all'arrogante passò la frega di dar morso ai regi! Mentre questo dicean, levossi in piedi e collo scettro di parlar fe' cenno l'espugnatore di cittadi Ulisse. In sembianza d'araldo accanto a lui la fiera Diva dalle luci azzurre silenzio a tutti impose, onde gli estremi del par che i primi udirne le parole potessero, ed in cor pesarne il senno. Allora il saggio diè principio: Atride, questi Achivi di te vonno far oggi il più infamato de' mortali. Han posto le promesse in obblìo fatte al partirsi d'Argo alla volta d'Ilïon, giurando di non tornarsi che Ilïon caduto. Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa di vedovelle sospirar li senti, e a vicenda plorar per lo desìo di riveder le patrie mura. E in vero tal qui si pate traversìa, che scusa il desiderio de' paterni tetti. Se a navigante da vernal procella impedito e sbattuto in mar che freme, pur di un mese è crudel la lontananza dalla consorte, che pensar di noi che già vedemmo del nono anno il giro su questo lido? Compatir m'è forza dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno. Ma dopo tanta dimoranza è turpe vôti di gloria ritornar. Deh voi, deh ancor per poco tollerate, amici, tanto indugiate almen, che si conosca se vero o falso profetò Calcante. In cuor riposte ne teniam noi tutti le divine parole, e voi ne foste testimoni, voi sì quanti la Parca non aveste crudel. Parmi ancor ieri quando le navi achee di lutto a Troia apportatrici in Aulide raccolte, noi ci stavamo in cerchio ad una fonte sagrificando sui devoti altari vittime elette ai Sempiterni, all'ombra d'un platano al cui piè nascea di pure linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve subitamente. Un drago di sanguigne macchie spruzzato le cerulee terga, orribile a vedersi, e dallo stesso re d'Olimpo spedito, ecco repente sbucar dall'imo altare, e tortuoso al platano avvinghiarsi. Avean lor nido in cima a quello i nati tenerelli di passera feconda, latitanti sotto le foglie: otto eran elli, e nona la madre. Colassù l'angue salito gl'implumi divorò, miseramente pigolanti. Plorava i dolci figli la madre intanto, e svolazzava intorno pietosamente; finché ratto il serpe vibrandosi afferrò la meschinella all'estremo dell'ala, e lei che l'aure empiea di stridi, nella strozza ascose. Divorata co' figli anco la madre, del vorator fe' il Dio che lo mandava nuovo prodigio; e lo converse in sasso. Stupidi e muti ne lasciò del fatto la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo portento fra gli altari intervenuto incerti ci stavamo e paventosi, Calcante profetò: Chiomati Achivi, perché muti così? Giove ne manda nel veduto prodigio un tardo segno di tardo evento, ma d'eterno onore. Nove augelli ingoiò l'angue divino, nov'anni a Troia ingoierà la guerra, e la città nel decimo cadrà. Così disse il profeta, ed ecco omai tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque perseverate, generosi Achei, restatevi di Troia al giorno estremo. Levossi a questo dire un alto grido, a cui le navi con orribil eco rispondean, grido lodator del saggio parlamento d'Ulisse. Ed incalzando quei detti il vecchio cavalier Nestorre, Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro parole intesi di fanciulli a cui nulla cal della guerra. Ove n'andranno i giuramenti, le promesse e i tanti consigli de' più saggi e i tanti affanni, le libagioni degli Dei, la fede delle congiunte destre? Dissipati n'andran col fumo dell'altare? Achei, noi contendiamo di parole indarno, e in vane induge il tempo si consuma, che dar si debbe a salutar riparo. Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo su gli Achei nelle pugne alza lo scettro: ed in proposte, che d'effetto vote cadran mai sempre, marcir lascia i pochi che in disparte consultano se in Argo redir si debba, pria che falsa o vera si conosca di Giove la promessa. Io ti fo certo che il saturnio figlio, il giorno che di Troia alla ruïna sciolser gli Achivi le veloci antenne, non dubbio cenno di favor ne fece balenando a diritta. Alcun non sia dunque che parli del tornarsi in Argo, se prima in braccio di troiana sposa non vendica d'Elèna il ratto e i pianti. Se taluno pur v'ha che voglia a forza di qua partirsi, di toccar si provi il suo naviglio, e troverà primiero la meritata morte. Tu frattanto pria ti consiglia con te stesso, o sire, indi cogli altri, né sprezzar l'avviso ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri per curie e per tribù, sì che a vicenda si porga aita una tribù con l'altra, l'una con l'altra curia. A questa guisa, obbedendo agli Achei, ti fia palese de' capitani a un tempo e de' soldati qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno con emula virtù pel suo fratello combatterà. Conoscerai pur anco se nume avverso, o codardìa de' tuoi, o poca d'armi maestrìa ti tolga delle dardanie mura la conquista. Saggio vegliardo, gli rispose Atride, in tutti della guerra i parlamenti nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove, a Minerva piacesse e al santo Apollo, ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei a te pari in consiglio; ed atterrata cadrìa ben tosto la città troiana. Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni sommerse, e incauto mi sospinse in vane gare e contese. Di parole avemmo gran lite Achille ed io d'una fanciulla, ed io fui primo all'ira. Ma se fia che in amistà si torni, un sol momento non tarderà di Troia il danno estremo. Or via, di cibo a ristorar le forze itene tutti per la pugna. Ognuno l'asta raffili, ognun lo scudo assetti, di copioso alimento ognun governi i corridor veloci, e diligente visiti il cocchio, e mediti il conflitto; onde questo sia giorno di battaglia tutto e di sangue, e senza posa alcuna, finché la notte non estingua l'ire de' combattenti. Di guerrier sudore bagnerassi la soga dello scudo sui caldi petti, verrà manco il pugno sovra il calce dell'asta, e destrier molli trarranno il cocchio con infranta lena. Qualunque io poscia scorgerò che lungi dalla pugna si resti appo le navi neghittoso, non fia chi salvo il mandi dalla fame de' cani e degli augelli. Così disse, e al finir di sue parole mandâr gli Achivi un altissimo grido somigliante al muggir d'onda spezzata all'alto lido ove il soffiar la caccia di furioso Noto incontro ai fianchi di prominente scoglio, flagellato da tutti i venti e da perpetue spume. Si levâr frettolosi, si dispersero per le navi, destâr per tutto il lido globi di fumo, ed imbandîr le mense. Chi a questo dio sacrifica, chi a quello, al suo ciascun si raccomanda, e il prega di camparlo da morte nella pugna. Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue toro quinquenne al più possente nume sagrifica, e convita i più prestanti: Nestore primamente e Idomenèo, quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse. Spontaneo venne Menelao, cui noto era il travaglio del fratello. E questi fêr di sé stessi una corona intorno alla vittima, e preso il salso farro nel mezzo Agamennóne orando disse: Glorioso de' nembi adunatore Massimo Giove abitator dell'etra, pria che il sole tramonti e l'aria imbruni, fa che fumanti al suol di Priamo io getti gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi le regie porte; fa che la mia lancia squarci l'usbergo dell'ettòreo petto, e che dintorno a lui molti suoi fidi boccon distesi mordano la polve. Disse; ed il nume l'olocausto accolse, ma non il voto, e a lui più lutto ancora preparando venìa. Finito il prego e sparso il farro, ed incurvato all'ara della vittima il collo, la scannaro, la discuoiaro, ne squartâr le cosce, le rivestîr di doppio zirbo, e sopra poservi i crudi brani. Indi la fiamma d'aride schegge alimentando, a quella cocean gli entragni nello spiedo infissi. Adusti i fianchi, e fatto delle sacre viscere il saggio, lo restante in pezzi negli schidon confissero, ed acconcia- -mente arrostito ne levaro il tutto. Finita l'opra, apparecchiâr le mense, e a suo talento vivandò ciascuno. Di cibo sazi e di bevanda, prese a così dire il cavalier Nestorre: Re delle genti glorioso Atride Agamennón, si tolga ogni dimora all'impresa che in pugno il Dio ne pone. Degli araldi la voce alla rassegna chiami sul lido i loricati Achei, e noi scorriamo le raccolte squadre, e di Marte destiam l'ira e il desìo. Assentì pronto il sire, ed al suo cenno l'acuto grido degli araldi diede della pugna agli Achivi il fiero invito. Corsero quelli frettolosi; e i regi di Giove alunni, che seguìan l'Atride, li ponean ratti in ordinanza. Errava Minerva in mezzo, e le splendea sul petto incorrotta, immortal la prezïosa Egida da cui cento eran sospese frange conteste di finissim'oro, e valea cento tauri ogni gherone. In quest'arme la Diva folgorando concitava gli Achivi, ed accendea l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi a pugnar fieramente e senza posa. Allor la guerra si fe' dolce al core più che il volger le vele al patrio nido. Siccome quando la vorace vampa sulla montagna una gran selva incende, sorge splendor che lungi si propaga; così al marciar delle falangi achive mandan l'armi un chiaror che tutto intorno di tremuli baleni il cielo infiamma. E qual d'oche o di gru volanti eserciti ovver di cigni che snodati il tenue collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere lungo il Caïstro, e vagolando esultano su le larghe ale, e nel calar s'incalzano con tale un rombo che ne suona il prato; così le genti achee da navi e tende si diffondono in frotte alla pianura del divino Scamandro, e il suol rimbomba sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli terribilmente. Nelle verdi lande del fiume s'arrestâr gremìti e spessi come le foglie e i fior di primavera. Conti lo sciame dell'impronte mosche che ronzano in april nella capanna, quando di latte sgorgano le secchie, chi contar degli Achei desìa le torme anelanti de' Teucri alla rovina. Ma quale è de' caprai la maestrìa nel divider le greggie, allor che il pasco le confonde e le mesce, a questa guisa in ordinate squadre i capitani schieravano gli Achivi alla battaglia. Agamennón qual tauro era nel mezzo, che nobile e sovrana alza la fronte sovra tutto l'armento e lo conduce: e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde e garbo e maestà, che Marte al cinto, Nettunno al petto, e il Folgorante istesso negli sguardi somiglia e nella testa. Muse dell'alto Olimpo abitatrici, or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive, riguardate le cose e le sapete: a noi nessuna è conta, e ne susurra di fuggitiva fama un'aura appena), dite voi degli Achivi i condottieri. Della turba infinita io né parole farò né nome, ché bastanti a questo non dieci lingue mi sarìan né dieci bocche, né voce pur di ferreo petto. Di tutta l'oste ad Ilio navigata divisar la memoria altri non puote che l'alme figlie dell'Egìoco Giove. Sol dunque i duci, e sol le navi io canto. Erano de' Beozi i capitani Arcesilao, Leìto e Penelèo e Protenore e Clonio, e traean seco d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa, con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta Eteono e di Tespia, e quei che manda la spazïosa Micalesso e Grea; e quei che d'Arma la contrada edùca, ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone e Peteone ed Ila ed Ocalèa. Seguono i prodi della ben costrutta Medeone e di Cope, e gli abitanti d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice. Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa Alïarto e di Glissa e di Platèa e d'Ipotebe dalle salde mura una gran torma: ed altri abbandonaro le sacrate a Nettunno inclite selve d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli; altri il pian di Midèa; altri di Nisa gli almi boschetti, e gli ultimi confini d'Antèdone. Di questi eran cinquanta le navi, e ognuna cento prodi e venti, fior di beozia gioventù, portava. Dell'Orcomèno Minïèo gli eletti, misti a quei d'Aspledóne, hanno a lor duci Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte egregia prole. Ne' secreti alberghi d'Attore Azìde partorilli Astioche vereconda fanciulla, alle superne stanze salita, e al forte iddio commista in amplesso furtivo. Eran di questi trenta le navi che schierârsi al lido. Regge la squadra de' Focensi il cenno di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli del generoso Naubolìde Ifìto. Invìa questi guerrier la discoscesa balza di Pito, e Ciparisso e Crissa, gentil paese, e Daulide e Panope. D'Anemoria e di Jampoli van seco gli abitatori, e quei che del Cefiso beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa domano i gioghi alle cefisie fonti. Son quaranta le prore al mar fidate da questi prodi, e tutte in ordinanza de' Beozî disposte al manco lato. Di Locride guidava i valorosi Aiace d'Oïlèo, veloce al corso. Di tutta la persona egli è minore del Telamonio, né minor di poco; ma picciolo quantunque e non coperto che di lino torace, ei tutti avanza e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta. Di Cino, di Callïaro e d'Opunte lo seguono i deletti, e quei di Bessa, e quei che i colti dell'amena Augèe e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa ai duri agresti, e quei di Tronio a cui il Boagrio torrente i campi allaga. Venti e venti il seguìan preste carene della locrese gioventù venuta di là dai fini della sacra Eubèa. Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti, Eretrïensi, Calcidensi, e quelli dell'aprica vitifera Istïea, e di Cerinto e in una i marinari, e i montanari dell'alpestre Dio, e quei di Stira e di Caristo han duce il bellicoso Elefenòr, figliuolo di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti. Snellissimi di piè portan costoro fiocchi di chiome su la nuca, egregi combattitori, a maraviglia sperti nell'abbassar la lancia, e sul nemico petto smagliati fracassar gli usberghi. E quaranta di questi eran le vele. Della splendida Atene ecco gli eroi, popolo del magnanimo Erettèo cui l'alma terra partorì. Nudrillo ed in Atene il collocò Minerva alla sant'ombra de' suoi pingui altari, ove l'attica gente a statuito giro di soli con agnelli e tauri placa la Diva. Guidator di questi era il Petìde Menestèo. Non vede pari il mondo a costui nella scïenza di squadronar cavalli e fanti. Il solo Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince. Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste sei altre e sei di Salamina uscite, al Telamonio Aiace obbedienti. Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo mandava la pianura e la superba d'ardue mura Tirinto e le di cupo golfo custodi Ermïone ed Asìne. Con essi di Trezene e della lieta di pampini Epidauro e d'Eïone venìa la squadra; e dopo questa un fiero di giovani drappello che d'Egina lasciò gli scogli e di Masete. A questi tre sono i duci, il marzio Dïomede, Stènelo dell'altero Capanèo diletta prole, e il somigliante a nume Eurïalo figliuol di Mecistèo Talaionide. Ma del corpo tutto condottiero supremo è Dïomede. E sono ottanta di costor le antenne. Ma ben cento son quelle a cui comanda il regnatore Agamennóne Atride. Sua seguace è la gente che gl'invìa la regale Micene e l'opulenta Corinto, e quella della ben costrutta Cleone e quella che d'Ornee discende, e dall'amena Aretirèa. Né scarsa fu de' suoi Sicïon, seggio primiero d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte le marittime prode, e tutta intorno d'Elice la campagna impoverîrsi d'abitatori. E questa truppa è fiore di gagliardi, e la più di quante allora schierârsi in campo. D'arme rilucenti iva il duce vestito, ed esultava in suo segreto del vedersi il primo fra tanti eroi; e veramente egli era il maggior di que' regi, e conducea il maggior nerbo delle forze achive. Il concavo di balze incoronato lacedemonio suol Sparta e Brisèe, e Fari e Messa di colombe altrice, e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada, Etila ed Elo al mar giacente e Laa, queste tutte spedîr sovra sessanta prore i lor figli; e Menelao li guida aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene dalla fraterna la sua schiera, e forte del suo proprio valor la sprona all'armi, di vendicar su i Teucri impazïente l'onta e i sospir della rapita Elèna. Di novanta navigli capitano veniva il veglio cavalier Nestorre. Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo, e della ben fondata Epi, con quelli a cui Ciparissente e Anfigenìa sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio, Dorio famosa per l'acerbo scontro che col tracio Tamiri ebber le Muse il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno. Millantava costui che vinte avrìa al paragon del canto anco le Muse, le Muse figlie dell'Egìoco Giove. Adirate le dive al burbanzoso tolser la luce e il dolce canto e l'arte delle corde dilette animatrice. Seguìa l'arcade schiera dalle falde del Cillene discesa e dai contorni del tumulo d'Epìto, esperta gente nel ferir da vicino. Uscìa con essa di campestri garzoni una caterva, che del Fenèo li paschi e il pecoroso Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe e di Strazia i coloni e di Tegèa, e quei d'Enispe tempestosa, e quelli cui dell'amena Mantinèa nutrisce l'opima gleba e la stinfalia valle e la parrasia selva. Avean costoro spiegate al vento di cinquanta e dieci navi le vele, che a varcar le negre onde lor diè lo stesso rege Atride Agamennóne; perocché di studi marinareschi all'Arcade non cale. D'intrepidi nell'arme e sperti petti iva carca ciascuna, e la reggea d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre. La squadra che consegue, e si divide quadripartita, ha quattro duci, e ognuno a dieci navi accenna. Le montaro molti Epèi valorosi, e gli abitanti di Buprasio e del sacro elèo paese, e di tutto il terren che tra il confine di Mirsino ed Irmino si racchiude, e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio. Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco guida il primo squadron, Talpio il secondo egregio seme dell'Eurìto Attòride; Dïore il terzo, generosa prole d'Amarincèo. Del quarto è correttore il simigliante a nume Polisseno, germe dell'Augeïade Agastene. Ai forti di Dulichio e delle sacre Echinadi isolette, che rimpetto alle contrade elèe rompon l'opposto pelago, a questi è condottier Megete, di sembiante guerrier pari a Gradivo. Il generò Filèo diletto a Giove, buon cavalier che dai paterni un giorno odii sospinto alla dulichia terra migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio quaranta prore ad Ilïon guidava. Dei prodi Cefaleni, abitatori d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso, di Crocilèa, di Samo e di Zacinto e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto continente, di tutti è duce Ulisse vero senno di Giove; e lo seguièno dodici navi di vermiglio pinte. Ne spinge in mar quaranta il capitano degli Etoli Toante, a cui fu padre Andrèmone; e traea seco le torme di Pleurone, d'Oleno e di Pilene, quelle dell'aspra Calidone e quelle di Calcide. E raccolta era in Toante degli Etòli la somma signorìa da che la Parca i figli ebbe percosso del magnanimo Enèo, posto col biondo Meleagro infelice ei pur sotterra. Il gran mastro di lancia Idomenèo guida i Cretesi che di Gnosso usciro, di Litto, di Mileto e della forte Gortina e dalla candida Licasto e di Festo e di Rizio, inclite tutte popolose contrade, ed altri molti dell'alma Creta abitator, di Creta che di cento città porta ghirlanda. Di questi tutti Idomenèo divide col marzio Merïon la glorïosa capitananza; e ottanta navi han seco. Nove da Rodi ne varâr gli alteri Rodïani per l'isola partiti in triplice tribù: Lindo, Jaliso, e il biancheggiante di terren Camiro. L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce, grande e robusto battaglier che al forte Ercole un giorno Astïochèa produsse, cui d'Efira e dal fiume Selleente seco addusse l'eroe, poiché distrutto v'ebbe molte cittadi e molta insieme gioventù generosa. Entro i paterni fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto di subitaneo colpo a morte mise Licinnio, al padre avuncolo diletto, e canuto guerrier. Ratto costrusse alquante navi l'uccisore, e accolti molti compagni, si fuggì per l'onde, l'ira vitando e il minacciar degli altri figli e nipoti dell'erculeo seme. Dopo error molti e stenti i fuggitivi toccâr di Rodi il lido, e qui divisi tutti in tre parti posero la stanza: e il gran re de' mortali e degli Dei li dilesse, e su lor piovve la piena d'infinita mirabile ricchezza. Nirèo tre navi conducea da Sima, Nirèo d'Aglaia figlio e di Caropo, Nirèo di quanti navigaro a Troia il più vago, il più bel, dopo il Pelìde beltà perfetta. Ma un imbelle egli era; e turba lo seguìa di pochi oscuri. Quei che tenean Nisiro e Caso e Cràpato e Coo seggio d'Euripilo, e le prode dell'isole Calidne, il cenno regge d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli di Tessalo Eraclìde. E trenta navi aravano a costor l'onda marina. Ditene adesso, o Dive, i valorosi d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo e di Trachine; né di Ftia né d'Ellade, di bellissime donne educatrice, gli eroi tacete, Mirmidon chiamati, ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta prore a costoro è capitano Achille. Ma di guerra in que' cor tace il pensiero, ch'ei più non hanno chi a pugnar li guidi. Il divino Pelìde appo le navi neghittoso si giace, e della tolta Briseide l'ira si smaltisce in petto, bella di belle chiome alma fanciulla che in Lirnesso ei s'avea con molto affanno conquistata per mezzo alla ruïna di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti del bellicoso Eveno ambo i figliuoli Epistrofo e Minete. Per costei languìa nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno del suo destarsi all'armi era vicino. Quei che Filàce e la fiorita Pìrraso, terra a Cerere sacra, e la feconda di molto gregge Itóne, e quei che manda la marittima Antrone e di Ptelèo l'erboso suol, reggea, mentre che visse, il marzïal Protesilao. Ma lui la negra terra allor chiudea nel seno, e la moglie in Filàce derelitta le belle gote lacerava, e tutta vedova del suo re piangea la casa. Primo ei balzossi dalle navi, e primo trafitto cadde dal dardanio ferro: ma senza duce non restò sua schiera, ché Podarce or la guida, esimio figlio del Filacide Ificlo, che di pingui lanose torme avea molta ricchezza. Del magnanimo ucciso era Podarce minor germano; ma perché quel grande non pur d'anni il vincea, ma di prodezza, l'egregio estinto duce era pur sempre di sua schiera il desìo. Di questa squadra son quaranta le navi in ordinanza. Gli abitator di Fere, appo il bebèo stagno, e quelli di Bebe e di Glafira e dell'alta Jaolco avean salpato con undici navigli. Eumelo è duce, germe caro d'Admeto, e la divina in fra le donne Alcesti il partorìo, delle figlie di Pelia la più bella. Di Metone, Taumacia e Melibèa e dell'aspra Olizone era venuto con sette prore un fier drappello, e carca di cinquanta gagliardi era ciascuna, sperti di remo e d'arco e di battaglia. Famoso arciero li reggea da prima Filottete; ma questi egro d'acuti spasmi ora giace nella sacra Lenno, ove da tetra di pestifer angue piaga offeso gli Achei l'abbandonaro. Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi ricorderansi, e in breve. Intanto il fido suo stuol si strugge del desìo di lui, ma non va senza duce. Lo governa Medon cui spurio figlio ad Oïlèo eversor di città Rena produsse. Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome ed Ecalia tenean seggio d'Eurito, han capitani d'Esculapio i figli, della paterna medic'arte entrambi sperti assai, Podalirio e Macaone. Fan trenta navi di costor la schiera. Ormenio, Asterio e l'iperèe fontane, e del Titano le candenti cime i lor prodi mandâr sotto il comando del chiaro figlio d'Evemone Eurìpilo da quaranta carene accompagnato. D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona e della bianca Oloossona i figli procedono suggetti al fermo e forte Polipete, figliuol di Piritòo, del sempiterno Giove inclito seme; e generollo a Piritòo l'illustre Ippodamìa quel dì che dei bimembri irti Centauri ei fe' l'alta vendetta, e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi li confinò. Né solo è Polipete, ma seco è Leontèo, marzio germoglio del Cenìde magnanimo Corone. e questa è squadra di quaranta antenne. Venti da Cifo e due Gunèo ne guida d'Enïeni onerose e di Perebi, franchi soldati, e di color che intorno alla fredda Dodona avean la stanza, e di quelli che solcano gli ameni campi cui l'onda titaresia irriga, rivo gentil che nel Penèo devolve le sue bell'acque, né però le mesce con gli argenti penèi, ma vi galleggia come liquida oliva; ché di Stige (giuramento tremendo) egli è ruscello. Ultimo vien di Tentredone il figlio il veloce Protòo, duce ai Magneti dal bel Penèo mandati e dal frondoso Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi fur dell'achiva armata i capitani. Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente di tanti duci e de' cavalli insieme che gli Atridi seguîr. Prestanti assai eran le ferezïadi puledre ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte come penna d'augello, ambe d'un pelo, d'età pari e di dosso a dritto filo. Il vibrator del curvo arco d'argento Febo educolle ne' pïerii prati, e portavan di Marte la paura nelle battaglie. Degli eroi primiero era l'Aiace Telamonio, mentre perseverò nell'ira il grande Achille, il più forte di tutti; e innanzi a tutti ivan di pregio i corridor portanti l'incomparabil Tessalo. Ma questi nelle ricurve navi si giacea inoperoso, e sempre spirante ira contro l'Atride Agamennóne. Intanto lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco i suoi guerrieri si prendean diletto. Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi pasceano l'apio paludoso e il loto, e i cocchi si giacean coperti e muti nelle tende dei duci, e i duci istessi, del bellicoso eroe desiderosi, givan pel campo vagabondi e inerti. Movean le schiere intanto in vista eguali a un mar di foco inondator, che tutta divorasse la terra; ed alla pesta de' trascorrenti piedi il suol s'udìa rimbombar. Come quando il fulminante irato Giove Inarime flagella duro letto a Tifèo, siccome è grido; così de' passi al suon gemea la terra. Mentre il campo traversano veloci gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri Iri discese di feral novella apportatrice, e la spedìa di Giove un comando. Tenean questi consiglio giovani e vecchi, congregati tutti ne' regali vestiboli. Mischiossi tra lor la Diva, di Polìte assunta l'apparenza e la voce. Era Polìte di Priamo un figlio che, del piè fidando nella prestezza, stavasi de' Teucri esploratore al monumento in cima dell'antico Esïeta, e vi spïava degli Achivi la mossa. In queste forme trasse innanzi la Diva, e al re conversa, Padre, disse, che fai? Sempre a te piace il molto sermonar come ne' giorni della pace; né pensi alla ruina che ne sovrasta. Molte pugne io vidi, ma tali e tante non vid'io giammai ordinate falangi. Numerose al pari delle foglie e dell'arene procedono nel campo a dar battaglia sotto Troia. Tu dunque primamente, Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni ad effetto. Nel sen di questa grande città diversi di diverse lingue abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno de' lor duci si ponga alla lor testa, e tutti in punto di pugnar li metta. Conobbe Ettorre della Dea la voce, e di subito sciolse il parlamento. Corresi all'armi, si spalancan tutte le porte, e folti sboccano in tumulto fanti e cavalli. Alla città rimpetto solitario nel piano ergesi un colle a cui s'ascende d'ogni parte. È detto da' mortai Batïèa, dagl'immortali tomba dell'agilissima Mirinna; ivi i Teucri schierârsi e i collegati. Capitan de' Troiani è il grande Ettorre, d'eccelso elmetto agitator. Lo segue de' più forti guerrier schiera infinita coll'aste in pugno di ferir bramose. Ai Dardani comanda il valoroso figliuol d'Anchise Enea cui la divina Venere in Ida partorì, commista Diva immortale ad un mortal; ned egli solo comanda, ma ben anco i due Antenòridi Archìloco e Acamante in tutte guise di battaglia esperti. Quei che dell'Ida alle radici estreme hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani la profonda beventi acqua d'Asepo, Pandaro guida, licaonio figlio, cui fe' dono dell'arco Apollo istesso. Della città d'Apesio e d'Adrastèa, di Pitïèa la gente e dell'eccelsa ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio corazzato di lino, ambo rampolli di Merope Percosio. Era costui divinator famoso, ed a' suoi figli non consentìa l'andata all'omicida guerra. Ma i figli non l'udir; ché nero a morir li traea fato crudele. Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido e la nobile Arisba i lor guerrieri, ed Asio li conduce, Asio figliuolo d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne da fervidi portato alti cavalli alla riviera sellentèa nudriti. Dalla pingue Larissa i furibondi lanciatori pelasghi Ippòtoo mena con Pilèo, bellicosi ambo germogli del pelasgico Leto Teutamìde. Acamante e l'eroe duce Piròo i Traci conducean quanti ne serra l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni del giavellotto vibratori, Eufemo del Ceade Trezeno alto nipote; poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce la rimota Amidone, e l'Assio, fiume di larga correntìa, l'Assio di cui non si spande ne' campi onda più bella. Dall'èneto paese ov'è la razza dell'indomite mule, conducea di Pilemene l'animoso petto i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo e di splendide case abitatori lungo le rive del Partenio fiume, e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse balze eritine. Li seguìa la squadra degli Alizoni d'Alibe discesi, d'Alibe ricca dell'argentea vena. Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo, e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo. Ma con gli augurii il misero non seppe schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde del Pelìde, quel dì che di nemica strage vermiglio lo Scamandro ei fece. Forci ed Ascanio dëiforme al campo dall'Ascania traean le frigie torme di commetter battaglia impazïenti. Di Pilemene i figli Antifo e Mestle, alla gigèa palude partoriti, ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita. Quindi i Carii di barbara favella di Mileto abitanti e del frondoso monte de' Ftiri e del meandrio fiume e dell'erte di Mìcale pendici. Anfimaco a costor con Naste impera, figli di Nomïon, Naste un prudente, Anfimaco un insano. Iva alla pugna carco d'oro costui come fanciulla: stolto! ché l'oro allontanar non seppe l'atra morte che il giunse allo Scamandro. Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro preda del forte vincitor rimase. Venìan di Licia alfine, e dai rimoti gorghi del Xanto i Licii, e li guidava l'incolpabile Glauco e Sarpedonte. "Iliade" di Omero, libro terzo.Poiché sotto i lor duci ambo schierati
gli eserciti si fur, mosse il troiano come stormo d'augei, forte gridando e schiamazzando, col romor che mena lo squadron delle gru, quando del verno fuggendo i nembi l'oceàn sorvola con acuti clangori, e guerra e morte porta al popol pigmeo. Ma taciturni e spiranti valor marcian gli Achivi, pronti a recarsi di conserto aita. Come talor del monte in su la cima di Scirocco il soffiar spande la nebbia al pastore odiosa, al ladro cara più che la notte, né va lunge il guardo più che tiro di pietra: a questa guisa si destava di polve una procella sotto il piè de' guerrieri che veloci l'aperto campo trascorrean. Venuti di poco spazio l'un dell'altro a fronte gli eserciti nemici, ecco Alessandro nelle prime apparir file troiane bello come un bel Dio. Portava indosso una pelle di pardo, ed il ricurvo arco e la spada; e due dardi guizzando ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci sfidando i primi a singolar conflitto. Il vide Menelao dinanzi a tutti venir superbo a lunghi passi; e quale il cor s'allegra di lïon che visto un cervo di gran corpo o caprïolo, spinto da fame a divorarlo intende, e il latrar de' molossi, e degli audaci villan robusti il minacciar non cura; tale alla vista del Troian leggiadro esultò Menelao. Piena sperando far sopra il traditor la sua vendetta, balza armato dal cocchio: e lui scorgendo venir tra' primi, in cor turbossi il drudo, e della morte paventoso in salvo si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto in montana foresta orrido serpe risalta indietro, e per la balza fugge di paura tremante e bianco in viso, tal fra le schiere de' superbi Teucri, l'ira temendo del figliuol d'Atreo, l'avvenente codardo retrocesse. Ettore il vide, e con ripiglio acerbo gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato! ahi profumato seduttor di donne, vile del pari che leggiadro! oh mai mai non fossi tu nato, o morto fossi anzi ch'esser marito, ché tal fôra certo il mio voto, e per te stesso il meglio, più che carco d'infamia ir mostro a dito. Odi le risa de' chiomati Achei, che al garbo dell'aspetto un valoroso ti suspicâr da prima, e or sanno a prova che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma. E vigliacco qual sei tu il mar varcasti con eletti compagni? e visitando straniere genti tu dall'apia terra donna d'alta beltà, moglie d'eroi, rapir potesti, e il padre e Troia e tutti cacciar nelle sciagure, agl'inimici farti bersaglio, ed infamar te stesso? Perché fuggi? perché di Menelao non attendi lo scontro? Allor saprai di qual prode guerrier t'usurpi e godi la florida consorte: né la cetra ti varrà né il favor di Citerea, né il vago aspetto né la molle chioma, quando cadrai riverso nella polve. Oh fosser meno paurosi i Teucri! ché tu n'andresti già, premio al mal fatto, d'un guarnello di sassi rivestito. Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo, a ragion mi rampogni, ed io t'escuso. Ma quel duro tuo cor scure somiglia che ben tagliente una navale antenna fende, vibrata da gagliardi polsi, e nerbo e lena al fenditor raddoppia. Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni, ché, qualunque pur sia, gradito e bello sempre è il dono d'un Dio; né il conseguirlo è nel nostro volere. Or se t'aggrada ch'io scenda a duellar, fa che l'achee squadre e le teucre seggansi tranquille, e me nel mezzo e Menelao mettete d'Elena armati a terminar la lite, e di tutto il tesor di ch'ella è ricca. Qual si vinca di noi s'abbia la donna con tutto insieme il suo regal corredo, e via la meni alle sue case; e tutti su le percosse vittime giurando amistà, voi di Troia abiterete l'alma terra securi, e quelli in Argo faran ritorno e nell'Acaia in braccio alle vaghe lor donne. - A questo dire brillò di gioia Ettorre, ed elevando l'asta brandita e procedendo in mezzo, di sostarsi fe' cenno alle sue schiere. Tutte fêr alto: ma gl'infesti Achei a saettar si diero alla sua mira e dardi e sassi, infin che forte alzando la voce Agamennón: Cessate, ei grida, cessate, Argivi; non vibrate, Achei, ch'egli par che parlarne il bellicoso Ettore brami. - Riverenti tutti cessâr le offese, e si fur queti. Allora fra questo campo e quello Ettor sì disse: Troiani, Achivi, dal mio labbro udite ciò che parla Alessandro, esso per cui fra noi surta ed accesa è tanta guerra. Egli vuol che de' Teucri e degli Achei quete stian l'armi, e sia da solo a solo col bellicoso Menelao decisa d'Elena la querela, e in un di quanta ricchezza le pertien. Quegli de' due che rimarrassi vincitor, si prenda la bella donna, e in sua magion l'adduca col tutto che possiede: e sia tra noi con saldi patti l'amistà giurata. Disse; e tutti ammutîr. Ma non già muto si restò Menelao, che doloroso, Me pur, gridava, me me pure udite, ché il primo offeso mi son io. Fra' Greci bramo io pur diffinita e fra' Troiani questa lite una volta e le sofferte molte sventure per la mia ragione e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello perisca di noi due, che dalla Parca è dannato a perire; e voi con pace vi separate. Una negr'agna adunque svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove offrirassi da noi. Ma venga all'ara la maestà di Prïamo, e la pace giuri egli stesso su le sacre fibre (ché spergiuri per prova e senza fede io conosco i suoi figli), onde protervo nessun di Giove i giuramenti infranga. Incostante, com'aura, è per natura de' giovani il pensier; ma dove il senno intervien de' canuti, a cui presenti son le passate e le future cose, ivi è felice d'ambe parti il fine. Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei la dolce speme di finir la guerra. Schieraro i cocchi e ne smontâr: svestiti quindi dell'armi, le adagiâr su l'erba, l'une appresso dell'altre, e breve spazio separava le schiere. Alla cittade due banditori, a trarne i sacri agnelli e a chiamar ratti il padre, Ettore invìa: invìa del pari il rege Agamennóne alle navi Taltibio, onde la terza ostia n'adduca; e obbediente ei corse. Scese intanto dal cielo ambasciatrice Iri ad Elèna dalle bianche braccia, della cognata Laodice assunto il sembiante gentil, di Laodice che pregiata del prence Elicaone, d'Antènore figliuolo, era consorte, e tra le figlie prïamee tenuta la più vaga. Trovolla che tessea a doppia trama una splendente e larga tela, e su quella istorïando andava le fatiche che molte a sua cagione soffrìano i Teucri e i loricati Achei. La Diva innanzi le si fece, e disse: Sorgi, sposa diletta, a veder vieni de' Troiani e de' Greci un ammirando spettacolo improvviso. Essi che dianzi di sangue ingordi lagrimosa guerra si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo alle lunghe lor picche al suol confitte. Alessandro frattanto e Menelao per te coll'asta in singolar certame combatteranno, e tu verrai chiamata del prode vincitor cara consorte. Con questo ragionar la Dea le mise un subito nel cor dolce desìo del primiero marito e della patria e de' parenti. Ond'ella in bianco velo prestamente ravvolta, e di segrete tenere stille rugiadosa il ciglio, della stanza n'usciva; e non già sola, ma due donzelle la seguìan, Climene per grand'occhi lodata, e di Pitteo Etra la figlia. Delle porte Scee giunser tosto alla torre, ove seduto Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio, Pantòo, Timete, Icetaone e i due spegli di senno Ucalegonte e Antènore, del popol senïori, che dell'armi per vecchiezza deposto avean l'affanno, ma tutti egregi dicitor, sembianti alle cicade che agli arbusti appese dell'arguto lor canto empion la selva. Come vider venire alla lor volta la bellissima donna i vecchion gravi alla torre seduti, con sommessa voce tra lor venìan dicendo: In vero biasmare i Teucri né gli Achei si denno se per costei sì dïuturne e dure sopportano fatiche. Essa all'aspetto veracemente è Dea. Ma tale ancora via per mar se ne torni, e in nostro danno più non si resti né de' nostri figli. Dissero; e il rege la chiamò per nome: Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta, siedimi accanto, e mira il tuo primiero sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna non hai colpa tu meco, ma gli Dei, che contra mi destâr le lagrimose arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi chi sia quel grande e maestoso Acheo di sì bel portamento? Altri l'avanza ben di statura, ma non vidi al mondo maggior decoro, né mortale io mai degno di tanta riverenza in vista: Re lo dice l'aspetto. - E la più bella delle donne così gli rispondea: Suocero amato, la presenza tua di timor mi rïempie e di rispetto. Oh scelta una crudel morte m'avessi, pria che l'orme del tuo figlio seguire, il marital mio letto abbandonando e i fratelli e la cara figlioletta e le dolci compagne! Al ciel non piacque; e quindi è il pianto che mi strugge. Or io di ciò che chiedi ti farò contento. Quegli è l'Atride Agamennón di molte vaste contrade correttor supremo, ottimo re, fortissimo guerriero, un dì cognato a me donna impudica, s'unqua fui degna che a me tale ei fosse. Disse; ed in lui maravigliando il vecchio fisse il guardo e sclamò: Beato Atride, cui nascente con fausti occhi miraro la Parca e la Fortuna, onde il comando di fior tanto d'eroi ti fu sortito! Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero la vitifera Frigia. Un denso io vidi popolo di cavalli agitatore dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo, che poste del Sangario alla riviera avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi lor collegato, e fui del numer uno il dì che a pugna le virili Amàzzoni discesero. Ma tante allor non fûro le frigie torme no quante or l'achee. Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio la donna interrogò: Dinne chi sia quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo minor del sommo Agamennón, ma parmi e del petto più largo e della spalla. Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli come arïète si ravvolve e scorre tra le file de' prodi; e veramente parmi di greggia guidator lanoso quando per mezzo a un branco si raggira di candide belanti, e le conduce. Quegli è l'astuto laerziade Ulisse, la donna replicò, là nell'alpestre suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno di molti ingegni ha il capo e di consigli. Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio Antènore. Spedito a dimandarti col forte Menelao qua venne un tempo ambasciatore Ulisse, ed io fui loro largo d'ospizio e d'accoglienze oneste, e d'ambo studïai l'indole e il raro accorgimento. Ma venuto il giorno di presentarsi nel troian senato, notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi, il soprastava Menelao di spalla; ma seduti, apparìa più augusto Ulisse. Come poi la favella e de' pensieri spiegâr la tela, ognor succinto e parco ma concettoso Menelao parlava; ch'uom di molto sermone egli non era, né verbo in fallo gli cadea dal labbro, benché d'anni minor. Quando poi surse l'itaco duce a ragionar, lo scaltro stavasi in piedi con lo sguardo chino e confitto al terren, né or alto or basso movea lo scettro, ma tenealo immoto in zotica sembianza, e un dispettoso detto l'avresti, un uom balzano e folle. Ma come alfin dal vasto petto emise la sua gran voce, e simili a dirotta neve invernal piovean l'alte parole, verun mortale non avrebbe allora con Ulisse conteso; e noi ponemmo la maraviglia di quel suo sembiante. Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia che ha membra di gigante, e va sovrano degli omeri e del capo agli altri tutti? - Il grande Aiace, rispondea racchiusa nel fluente suo vel la dìa Lacena, Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi? ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia, e de' Cretensi gli fan cerchio i duci. Spesso ad ospizio nelle nostre case l'accolse Menelao, ben lo ravviso, e ravviso con lui tutti del greco campo i primi, e potrei di ciascheduno dir anco il nome: ma li due non veggo miei germani gemelli, incliti duci, Càstore di cavalli domatore, e il valoroso lottator Polluce. Forse di Sparta non son ei venuti; o venuti, di sé nelle battaglie niegan far mostra, del mio scorno ahi! forse vergognosi, e dell'onta che mi copre. Così parlava, né sapea che spenti il diletto di Sparta almo terreno lor patrio nido li chiudea nel grembo. Venìan recando i banditori intanto dalla città le sacre ostie di pace, due trascelti agnelletti, e della terra giocondo frutto generoso vino chiuso in otre caprigno. Il messaggiero Idèo recava un fulgido cratere ed aurati bicchier. Giunto al cospetto del re vegliardo sì l'invita e dice: Sorgi, figliuol laomedonteo; nel campo ti chiamano de' Teucri e degli Achei gli ottimati a giurar l'ostie percosse d'un accordo. Alessandro e Menelao disputeransi colle lunghe lancie l'acquisto della sposa; e questa e tutte sue dovizie daransi al vincitore. Noi patteggiando un'amistà fedele Ilio securi abiteremo, e in Argo daran volta gli Achei. Sì disse; e strinse il cor del vecchio la pietà del figlio. A' suoi sergenti nondimen comanda d'aggiogargli i destrieri, e quelli al cenno pronti obbediro. Montò Priamo, e indietro tratte le briglie, fe' su l'alto cocchio salirsi al fianco Antènore. Drizzaro fuor delle Scee nel campo i corridori. De' Troi giunti al cospetto e degli Achei scesero a terra, e fra l'un campo e l'altro procedean venerandi. Ad incontrarli tosto rizzossi Agamennón, rizzossi l'accorto Ulisse; e i risplendenti araldi tutto venìan frattanto apparecchiando dell'accordo il bisogno, e nel cratere mescean le sacre spume. Indi de' regi dieder l'acqua alle mani; e Agamennóne tratto il coltello che alla gran vagina della spada portar solea sospeso, de' consecrati agnei recise il ciuffo: e quinci in giro e quindi distributo fu dagli araldi il sacro pelo ai duci, de' quai nel mezzo Agamennón, levando e la voce e le man, supplice disse: Giove, d'Ida signor, massimo padre, e sovra ogni altro glorioso Iddio, Sole che tutto vedi e tutto ascolti, alma Tellure genitrice, e voi fiumi, e voi che punite ogni spergiuro laggiù nel morto regno, inferni Dei, siate voi testimoni e in un custodi del patto che giuriam. Se a Menelao darà morte Alessandro, egli in sua possa Elena e tutto il suo tesor si tegna; e noi spedito promettiam ritorno su l'ondivaghe prore al patrio lido. Ma se avverrà che Menelao di vita spogli Alessandro, i Teucri allor la donna ne renderanno e l'aver suo con ella, pagando ammenda che convegna, e tale che ne passi il ricordo anco ai futuri. Se Priamo e i figli suoi, spento Alessandro, negheran di pagarla, io qui coll'arme sosterrò mia ragione, e rimarrovvi finché punito il mancator ne sia. Disse; e col ferro degli agnelli incise le mansuete gole, e palpitanti sul terren li depose e senza vita. Ciò fatto, il sacro di Lïeo licore dal cratere attignendo, agl'Immortali fean colle tazze libagioni e voti; e qualche Teucro e qualche Acheo s'intese in questo mentre così dire: O sommo augustissimo Giove, e voi del cielo Dii tutti quanti, udite: A chi primiero rompa l'accordo, sia Troiano o Greco, possa il cerèbro distillarsi, a lui ed a' suoi figli, al par di questo vino, e adultera la moglie ir d'altri in braccio. Così pregâr: ma chiuse a cotal voto Giove l'orecchio. Il re dardanio allora, Uditemi, dicea, Teucri ed Achei: alla cittade io riedo. A qual de' due troncar debba la Parca il vital filo sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno. Ma contemplar del fiero Atride a fronte un amato figliuol, vista sì cruda gli occhi d'un padre sostener non ponno. Sì dicendo, sul cocchio le sgozzate vittime pose il venerando veglio, e ascesovi egli stesso, e tratte al petto le pieghevoli briglie, al par con seco fe' Antènore salire, e via con esso al ventoso Ilïon si ricondusse. Ettore allora primamente e Ulisse misurano la lizza. Indi le sorti scosser nell'elmo a chi primier dovesse l'asta vibrar. L'un campo intanto e l'altro le mani alzando supplicava al cielo, e qualche labbro bisbigliar s'udìa: Giove padre, che grande e glorïoso godi in Ida regnar, quello de' due, che tra noi fu cagion di sì gran lite, fa che spento precipiti alla cupa magion di Pluto, ed una salda a noi amistà ne concedi e patti eterni. Fra questo supplicar l'elmo squassava Ettòr, guardando addietro: ed ecco uscire di Paride la sorte. Allor s'assise al suo posto ciascun, vicino a' suoi scalpitanti destrieri e alle giacenti armi diverse. Della ben chiomata Elena intanto l'avvenente sposo Alessandro di fulgida armatura tutto si veste. E pria di bei schinieri che il morso costrignea d'argentea fibbia, cinse le tibie. Quindi una lorica del suo germano Licaon, che fatta al suo sesto parea, si pose al petto: all'omero sospese il brando, ornato d'argentei chiovi; un poderoso scudo di grand'orbe imbracciò; chiuse la fronte nel ben temprato e lavorato elmetto, a cui d'equine chiome in su la cima alta una cresta orribilmente ondeggia. Ultima prese una robusta lancia che tutto empieagli il pugno. In questo mentre del par s'armava il bellicoso Atride. Di lor tutt'arme accinti i due guerrieri s'appresentâr nel mezzo, e si guataro biechi. Al vederli stupor prese e tema i Dardani e gli Achei. L'un contra l'altro l'aste squassando al mezzo dell'arena s'avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano primier la lunga e grave asta vibrando la rotella colpì del suo nemico, ma non forolla, ché la buona targa rintuzzonne la punta. Allor secondo coll'asta alzata Menelao si mosse così pregando: Dammi, o padre Giove, sovra costui che m'oltraggiò primiero, dammi sovra il fellon piena vendetta. Tu sotto i colpi di mia destra il doma sì che il postero tremi, e a non tradire l'ospite apprenda che l'accolse amico. Disse, e l'asta avventò, la conficcò dell'avversario nel rotondo scudo. Penetrò fulminando la ferrata punta il pavese rilucente, e tutta trapassò la corazza, lacerando la tunica sul fianco a fior di pelle. Incurvossi il Troiano, ed il mortale colpo schivò. L'irato Atride allora trasse la spada, ed erto un gran fendente gli calò ruïnoso in su l'elmetto. Non resse il brando, ché in più pezzi infranto gli lasciò la man nuda; ond'ei gemendo e gli occhi alzando dispettoso al cielo, Crudel Giove, gridava, il più crudele di tutti i numi! Io mi sperai punire di questo traditor l'oltraggio: ed ecco che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro, e gittai l'asta indarno e senza offesa. Così fremendo, addosso all'inimico con furor si disserra: alla criniera dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza verso gli Achivi quel meschino, a cui la delicata gola soffocava il trapunto guinzaglio che le barbe annodava dell'elmo sotto il mento. E l'avrìa strascinato, e a lui gran lode venuta ne sarìa; ma del periglio fatta Venere accorta i nodi sciolse del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto seguì la mano del traente Atride. Aggirollo l'eroe, e fra le gambe lo scagliò degli Achei, che festeggianti il raccolsero. Allor di porlo a morte risoluto l'Atride, alto coll'asta di nuovo l'assalì. Di nuovo accorsa lo scampò Citerea, che agevolmente il poté come Diva: lo ravvolse di molta nebbia, e fra il soave olezzo dei profumati talami il depose. Ella stessa a chiamar quindi la figlia corse di Leda, e la trovò nell'alta torre in bel cerchio di dardanie spose. Prese il volto e le rughe d'un'antica filatrice di lane, che sfiorarne ad Elena solea di molte e belle nei paterni soggiorni, e sommo amore posto le avea. Nella costei sembianza la Dea le scosse la nettarea veste, e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama Alessandro che già negli odorati talami stassi, e su i trapunti letti tutto risplende di beltà divina in sì gaio vestir, che lo diresti ritornarsi non già dalla battaglia, ma invïarsi alla danza, o dalla danza riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno le commosse. Ma quando all'incarnato del bellissimo collo, e all'amoroso petto, e degli occhi al tremolo baleno riconobbe la Dea, coglier sentissi di sacro orrore, e ritrovate alfine le parole, sclamò: Trista! e che sono queste malizie? Ad alcun'altra forse di Meonia o di Frigia alta cittade vuoi tu condurmi affascinata in braccio d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto il suo rival, me d'odio carca a Sparta e perdonata Menelao radduce, sei tu venuta con novelli inganni ad impedirlo? E ché non vai tu stessa e goderti quel vile? Obblìa per lui l'eterea sede, né calcar più mai dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco, soffri fedele ogni martello, e il cova finché t'alzi all'onor di moglie o ancella; ch'io tornar non vo' certo (e fôra indegno) a sprimacciar di quel codardo il letto, argomento di scherno alle troiane spose, e a me stessa d'infinito affanno. E irata a lei la Dea: Non irritarmi, sciagurata! non far ch'io t'abbandoni nel mio disdegno, e tanto io sia costretta ad abborrirti alfin quanto t'amai; e t'amai certo a dismisura. Or io negli argolici petti e ne' troiani metterò, se mi tenti, odii sì fieri, che di mal fato perirai tu pure. L'alma figlia di Leda a questo dire tremò, si chiuse nel suo bianco velo, e cheta cheta in via si pose, a tutte le Troadi celata, e precorreva a' suoi passi la Dea. Poiché venute fur d'Alessandro alle splendenti soglie, corser di qua di là le scaltre ancelle ai donneschi lavori, ed ella intanto bellissima saliva e taciturna ai talami sublimi. Ivi l'amica del riso Citerea le trasse innanzi di propria mano un seggio, e di rimpetto ad Alessandro il collocò. S'assise la bella donna, e con amari accenti, garrì, senza mirarlo, il suo marito: E così riedi dalla pugna? Oh fossi colà rimasto per le mani anciso di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure e di lancia e di spada e di fortezza ti vantasti più volte esser migliore. Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride alla seconda singolar tenzone. Ma t'esorto, meschino, a ti star queto, né nuovo ritentar d'armi periglio col tuo rivale, se la vita hai cara. Non mi ferir con aspri detti, o donna, le rispose Alessandro. Fu Minerva che vincitor fe' Menelao, sol essa. Ma lui del pari vincerò pur io, ch'io pure al fianco ho qualche Diva. Or via pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso su queste piume; ché giammai sì forte per te le vene non scaldommi Amore, quel dì né pur che su veloci antenne io ti rapìa di Sparta, e tuo consorte nell'isola Crenea ti giacqui in braccio. No, non t'amai quel dì quant'ora, e quanto di te m'invoglia il cor dolce desìo. Disse; ed al letto s'avvïaro, ei primo, ella seconda; e l'un dell'altro in grembo su i mollissimi strati si confuse. Come irato lïon l'Atride intanto di qua di là si ravvolgea cercando il leggiadro rival; né lui fra tanta turba di Teucri e d'alleati alcuno significar sapea, né lo sapendo l'avrìa di certo per amor celato; ché come il negro ceffo della morte abborrito da tutti era costui. Fattosi innanzi allora Agamennóne, Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia alleati, m'udite. Vincitore fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque Elena ne rendete, e tutta insieme la sua ricchezza, e d'un'ammenda inoltre ne rintegrate che convegna, e tale che memoria ne passi anco ai nepoti. Disse; e tutto gli plause il campo acheo. UNA MIA AMICA...Utenti coi quali discuto maggiormente.Le mie Tagsaborto
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1994
Tratto dalla Teogonia di Esiodo (da 154 a 184) Bur, traduzione di Graziano Arrighetti.Ma quanti da Urano e Gaia nacquero
ed erano i più tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre fin dall'inizio, e appena uno di loro nasceva tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce, nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia sua opera, Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa, stipata; allora escogitò un artificio ingannevole e malvagio. Presto, creata la specie del livido adamante, fabbricò una gran falce e si rivolse ai suoi figli e disse, a loro aggiungendo coraggio, afflitta nel cuore: "Figli miei e d'un padre scellerato, se voi volete obbedirmi potremo vendicare il malvagio oltraggio del padre vostro, ché per primo concepì opere infami”. Così disse e tutti allora prese il timore, né alcuno di loro parlò; ma, preso coraggio, il grande Crono dai torti pensieri rispose con queste parole alla madre sua illustre: “Madre, sarò io, lo prometto, che compirò questa opera, ché d'un padre esecrabile cura non ho, sia pur mio, che per primo compì opere infami". Così disse, e gioì grandemente nel cuore Gaia prodigiosa e lo pose nascosto in agguato; e gli diede in mano la falce dai denti aguzzi e così ordì tutto l'inganno. Venne, portando la notte, il grande Urano, e attorno a Gaia desideroso d'amore incombette e si stese comunque; ma dall'agguato il figlio si sporse con la mano sinistra e con la destra prese la falce terribile, grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre con forza tagliò, e poi via li gettò, dietro; ma non fuggirono invano dalla sua mano: infatti, quante gocce sprizzarono cruente, tutte le accolse Gaia e nel volgere degli anni Breve commento alla recensione di un libro di Zichichi.E' vero che la logica (come la razionalità in generale) è contradittoria: lo è come tutti gli strumenti, per esempio: col martello puoi costruire o puoi distruggere. Lo stesso la logica, può essere utile ad analizzare o può portarti fuori strada (visto che la logica non è uguale per tutti). La logica è uno strumento nelle nostre mani ed è limitata in quanto siamo esseri della natura e quindi limitati. Ma TUTTI gli esseri sono limitati. Nessuno è in grado di dimostrare l'esistenza di un essere onnipotente. Ma anche se la razionalità è uno strumento limitato, è di gran lunga più utile di credenze aprioristiche! Comodo dire "La razionalità è limitata, la logica è contradittoria quindi tanto vale seguire la fede cieca!". Perché è questo che fa Zichichi, alla logica preferisce l'affermazione indimostrabile! Affermazioni buttate là che non è in grado di dimostrare (e lo dice lui stesso di non essere in grado). Visto che lui parla di creazione dovrebbe sapere che dalla scienza nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto esiste e si trasforma. La materia non appare dal nulla! E neanche l'energia! Quindi come fa ad affermare che scienza e bibbia non sono in contrapposizione? Ora lo vedremo. Ho trovato una recensione di questo libro di Zichichi. Il titolo esatto è: "Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo". Cominciamo ad analizzare cosa dice Zichichi. Da http://www.riflessioni.it/testi/zichichi.htm
"E' opinione comune che le leggi dell'universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti del nostro tempo; un dramma che conobbe il suo primo controverso atto con Galileo Galilei. Zichichi, smentisce e ribalta tale contrapposizione:" Ora sentiamo cosa dice Zichichi: "Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l'esistenza di Dio [...] Nessuna scoperta scientifica ha messo in dubbio l'esistenza di Dio. [...]. Né la Scienza né la Logica permettono di concludere che Dio non esiste."" E ancora! E' chi dice che qualcosa esiste che lo deve dimostrare! Io potrei dire: "Non esiste alcuna scoperta scientfica che possa essere usata per mettere in dubbio i mostri spaziali supertecnologici di cui parlavo su un altro blog". E allora? Mica per questo esistono. So che non esistono come so che non esiste il dio unico in quanto so come, quando e da chi questo dio è stato inventato. Perché i mostri spaziali no e questo dio sì? E perché questo dio deve essere unico? Perché è l'idea che gli è stata inculcata fin da piccolo! "Proprio Galilei, scopritore del principio d'inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella natura che porta le impronte di Colui che ha fatto il mondo. E credenti erano Maxwell e Planck, due padri della fisica contemporanea, uomini che hanno scoperto nuovi orizzonti sulle leggi dell'universo grazie allo studio di particelle infinitamente piccole; tanto piccole da non poter contenere traccia né di angeli né di santi, e da non poter quindi avallare, apparentemente, alcuna spiegazione razionale dell'esistenza del divino." Forse erano credenti perché da piccoli hanno ricevuto la stessa manipolazione mentale! Non mi risulta che siano diventati credenti da adulti! Al massimo da adulti hanno cercato di giustificare la loro fede, nella stessa maniera che sta facendo Zichichi, il quale non è alla ricrca di come stanno le cose effettivamente (cioè non dice "Non ho nessuna prova dell'esistenza di Dio quindi non vedo perché devo credere!") ma cerca di giustificare ciò che già crede aprioristicamente (cioè dice "Non c'è nessuna legge scientifica che dimostra l'inesistenza di Dio quindi non vedo perché non credere). Non si chiede da dove gli viene questa idea! Non pensa che se quella idea non gli fosse stata inculcata fin da piccolo non gli sarebbe neppure passato per la testa il dio unico. Chissà come mai 3000 anni fà nessuno parlava del dio unico: forse perché nessuno gli aveva inculcato questa assurdità fin da piccolo! Se a qualcuno che oggi è monoteista invece del dio unico fosse stata inculcata fin da piccolo un'altra assurdità forse qualcuno di loro crederebbe a quest'altra assurdità! "Le conquiste della scienza non oscurano le leggi divine, ma le rafforzano, contribuendo a risvegliare lo stupore e l'ammirazione per il meraviglioso spettacolo del cosmo, che va dal cuore di un protone ai confini dell'universo. [...]. La scienza è fonte di valori che sono in comunione, non in antitesi con l'insegnamento delle Sacre Scritture, con i valori quindi della Verità Rivelata." Sì? La scienza è d'accordo con la bibbia? Cioè per la scienza il mondo è stato creato in sette giorni e la prima donna è nata dalla costola del primo uomo? E la donna e l'uomo sono stati creati e non evoluti? E' questo che dice la scienza? Ti sembra scientifico il discorso di Gesù Cristo secondo il quale cadranno le stelle sulla terra? Come il cielo fosse un soffitto e le stelle fossero delle lampadine avvitate che si potrebbero staccare e cadere! "Nessun ateo può quindi illudersi di essere più logico e scientifico di colui che crede. Chi sceglie l'Ateismo fa quindi un atto di Fede: nel nulla. Credere in Dio è più logico e scientifico che credere nel nulla." Ma che cazzo vuol dire "credere nel nulla"? Nessuno crede nel nulla! Questa è la cazzata più cazzata delle cazzate: è da Nobel! Altro che premio per la scienza! "Si potrebbe obiettare: dal momento in cui risulta impossibile arrivare a Dio tramite scoperta di Logica Matematica o per via di una scoperta scientifica né Logica né scienza possono essere più invocate per arrivare all'atto di Fede. Tutto ciò è esatto. Infatti la fede è un dono di dio. Corroborata però dall'atto di Ragione nel Trascendente. Si rifletta comunque un po%u2019. La Logica Matematica e la Scienza sono attività intellettuali che operano nell'Immanente. Se fosse possibile dimostrare l'esistenza di Dio per via di un rigoroso procedimento di Logica matematica, Dio sarebbe l'equivalente di un teorema matematico. Se fosse possibile dimostrare l'esistenza di Dio per via di una serie di ricerche rigorosamente scientifiche, Dio sarebbe l'equivalente di una grande scoperta scientifica. Se ciò fosse possibile, l'uomo sarebbe in grado di arrivare al teorema supremo: la dimostrazione matematica dell'esistenza di Dio. Ovvero la più straordinaria di tutte le scoperte scientifiche: la scoperta di Dio. Teorema e scoperta oltre le quali non potrebbe esserci nient'altro." Con queste parole Zichichi ammette la sua incapacità di dimostrare l'esistenza del suo dio! E dice anche che nessuno può farlo! "Sia la ricerca matematica sia quella scientifica hanno invece una proprietà fondamentale in comune. Ogni scoperta apre nuovi orizzonti. Concetti mai prima immaginati, Colonne e Forze di cui nessuno era riuscito a fantasticare l'esistenza, si presentano agli occhi del ricercatore come tappe di un cammino apparentemente senza fine." Un cammino apparentemente senza fine? E verso cosa? E perché deve esserci un cammino prestabilito ed unico? Ognuno può decidere di camminare nella direzione che vuole, infatti le idee di Zichichi non viaggiano certo con le mie. Questa è un affermazione che non dimostra, forse la dimostra nel suo libro ma ne dubito. Oppure voleva intendere qualcos'altro. "Colui che ha fatto il mondo queste cose le conosce." Altra affermazione apodittica del tipo "Babbo Natale porta i regali sulla slitta". Affermazione che nonostante io non abbia letto il suo libro posso già dedurre che non riesce a giustificarla nel suo libro in quanto ha già detto che nessuno è in grado di dimostrare l'esistenza del suo dio! "Solo un Suo pari potrebbe saperne altrettanto." E a questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che esiste qualcuno al suo pari, o magari qualcuno più potente di lui! A questo punto se questo dio ha creato il mondo, da chi è stato creato questo dio? Si è creato da solo? C'è sempre stato? Ma cosa vuol dire "sempre"? Non esiste il tempo se non come percezione soggettiva, il tempo ha un'inizio ed una fine! Questo dio non potrebbe essere stato creato da un dio più potente di lui che magari a sua volta è stato creato da un'altro dio ancora? Anch'io potrei sparare assurdità alla Zichichi ma almeno io avrei più fantasia! Invece lui si limita a ciò che gli è stato inculcato fin da piccolo! Che tristezza! "Noi siamo miseri mortali: fatti sì, a sua immagine e somiglianza." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo! L'unica cosa che condivido è che siamo mortali ma io non mi sento misero a differenza di Zichichi. "Privi però della Sua potenza intellettuale." Siamo privi della potenza intellettuale di un dio che non esiste: questa è un ovvietà! "Ecco perché io penso che noi non sapremo mai tutta la Matematica né tutta la Scienza." Penso? Che senso ha dire TUTTA la scienza o la matematica? Mica esiste un tetto massimo ben definito! "C'è un aspetto della realtà in cui viviamo che mi affascina in modo particolare: il cammino senza soste, l'ascesa continua, nello studio della Logica Matematica e della Scienza." Anche il concetto di ascesa o di discesa. Come esistesse una strada che percorrendola in ascesa si possa camminare verso questo dio inesistente. "Ciò è possibile grazie all'intelletto che ci ha voluto dare Colui che ha fatto il mondo." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo: non è in grado di dimostrare l'esistenza di questo dio! "E' un privilegio straordinario essere stati invitati al tavolo della ragione che opera l'Immanente e nel Trascendente. Attorno a quel tavolo noi siamo seduti, desiderosi di apprendere, non di cacciar via Colui che ci ha invitati. Il tavolo della ragione permette però all'uomo di riflettere sul Trascendente e sull'Immanente." Questo si chiama: "delirio di onnipotenza"! Come se noi esseri umani fossimo invitati a questo tavolo mentre le altre specie della natura no. Ah sì, è vero: quelle sono state create da questo dio solo per essere usufruite da noi! "Ed ecco dove l'atto di Fede, che è dono di Dio, si coniuga con l'atto di Ragione. Infatti la Ragione è dono di Dio." Altra affermazione che non è in grado di dimosrare per il solito motivo! La ragione e l'atto di fede sono doni del suo inesistente dio? L'atto di fede è una questione culturale che qualcuno ha perché gli viene inculcata mentre la ragione è frutto dell'evoluzione: infatti la ragione si trova nella parte esterna del nostro cervello, cioè la parte nuova! Nella parte antica del cervello ci sono altri tipi di intelligenza (emotiva, intuitiva, visiva, eccetera...). Cioè ci siamo evoluti insieme a tutti gli altri animali, provane sia che 13 milioni di anni fà noi e lo scimpanzé eravamo la stessa cosa. Poi le nostre strade si sono divise negli ultimi 8 milioni di anni ma per 2,5 miliardi di anni ci siamo eoluti insieme. Infatti abbiamo il 98% di dna in comune con lo scimpanzé. E se è per questo abbiamo anche il 25% di dna in comune con la margherita. Quindi la mia idea è che esseri animali e vegetali hanno incomune gli stessi antenati. Ma almeno io anche se non la dimostro, la giustifico scientificamente questa mia idea! Conclusione. Di solito le recensioni, essendo fatte per vendere, traggono la parte migliore del libro oppure sono un sunto del libro stesso. Se questa è la parte migliore posso immaginare la parte peggiore, forse al massimo può servire a scrivere un libro di barzellette. Zichichi sarà ablie con la matematica e con le leggi della fisica ma in quanto a questo libro, trovo che in questa recensione ci siano delle affermazioni proprio terra-terra, discorsi da bar che oltretutto non stanno in piedi. Conosco gente che si è fermato alla terza media e che è in grado di supportare le proprie idee molto meglio di Zichichi. Solo che lui è Zichichi, e sicome il libro lo scrive un grande scienziato, per la gente è sicuramente un gran bel libro (si chiama anche questo: "atto di fede", in questo caso in Zichichi). Miei gruppi
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28 commenti
Avete perso un'occasione per potermi criticare.
Luca 12,5
Marco da 9,43 a 9,47
Matteo 5,22; 5,29; 5,30; 10,28; 18,9; 23,15; 23,33.
Dopo 4 mesi che ho terminato di scrivere questo blog nessun monoteista e in particolare nessun cristiano e in particolare nessun cattolico è riuscito a farmi notare l'errore in questione (anzi, direi che in questo mio blog nessuno è mai riuscito a mettere in discussione nemmeno una virgola di tutto ciò che ho scritto). Questa è l'ulteriore prova che i cristiani non solo non conoscono le altre religioni ma non conoscono neanche i propri testi sacri.
Ciao..
willypd
hei
?????????
bù!
(mi chiamo Cristiano, non sono cristiano)
-___-
Un'altra prova delle capacità dei cristiani.
LEI DICE:
ma quanto non capisci un cazzo?
scommetto che sei pure mezzo anarchico... che amarezza...
IO RISPONDO:
Perché non me la scrivi nel mio blog questa cazzata che mi hai scritto? Non ne hai il coraggio? Ti vergogni? Perché non vi esponete mai voi cristiani? Non mostri la tua faccia, non scrivi il tuo nome, non scrivi da dove vieni! Che coraggio! Ti vergogni delle tue idee! I cristiani si vergognano del loro dio e del loro Gesù che guarda caso mi mandano solo hermes e non hanno mai coraggio di commentare.
> ma quanto non capisci un cazzo?
Dimostrami che non capisco un cazzo, io ho dimostrato che gli insegnamenti di Gesù Cristo sono criminali ma tu sai solo dire "Non capisci un cazzo!", non sai dimostrarlo. Commentami un mio post da cima a fondo se sei in grado di farlo. Dubito che tu abbia le capacità di discutere visto questo tuo miserabile intervento.
> scommetto che sei pure mezzo
> anarchico...
Hai perso la scommessa. Anarchico è Gesù Cristo e quel Paolo di Tarso che se ne frega delle leggi e vogliono decidere loro cosa è giusto o sbagliato non solo per loro ma anche per gli altri.
> che amarezza...
A leggere un'hermes del genere da parte di una 23enne è a dir poco amaro!
LEI DICE:
madonna quanto la fai lunga oh... che palle
IO RISPONDO:
> madonna quanto la fai lunga oh...
La madonna tientela te, non la voglio!
> che palle
Le palle sono quelle cose che non tirano mai fuori i cristiani.
LEI DICE:
yawhn,,, che sonno
IO RISPONDO:
Sospettavo che avevi sonno. In effetti non mi sembri tanto sveglia.
LEI CONFERMA:
eh già
^^
allora ti lascio 1 salutino e se vuoi passa da me...
ciau ciau^^ baci